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Viterbo, “Un’esperienza nata male, finita peggio”, il punto sulla crisi comunale di Americo Mascarucci

Viterbo, “Un’esperienza nata male, finita peggio”, il punto sulla crisi comunale di Americo Mascarucci

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Iniziata male, proseguita malissimo e finita peggio. Ecco, possiamo descriverla così l’esperienza amministrativa di Giovanni Arena come sindaco di Viterbo.

Iniziata male perché in realtà nessuno lo voleva; non era gradito alla Lega, non lo era a Fratelli d’Italia (che come ricorderete avevano ben altri e più altolocati candidati), nemmeno ad una parte di Forza Italia. L’ha spuntata soltanto grazie agli equilibri romani, a quel gioco delle mediazioni e al tanto deprecato Manuela Cencelli buono per tutte le occasioni.

Ma bastava ascoltare quello che dicevano tanto dalle parti della Lega che dei “meloniani” per rendersi conto di quanto “Giovannino” stesse sui maroni a chi mai e poi mai l’avrebbe scelto come candidato: alla fine a Roma avevano deciso che il sindaco di Viterbo toccava a Forza Italia e gli azzurri volevano Arena perché così aveva decretato il leader maximo Tajani. Ma neanche agli elettori quella candidatura era andata giù, e caso unico nella storia politica viterbese, il candidato sindaco del centro destra andò sotto di cinque punti rispetto al risultato complessivo della coalizione. Il 5% degli elettori del centrodestra aveva praticato il voto disgiunto, non lo gradiva. E anche al ballottaggio la vittoria è stata a dir poco deludente se paragonata alle vittorie dei precedenti candidati sindaci del centrodestra, per di più in momento di massimo consenso nella coalizione; in quella primavera del 2018 il centrodestra aveva il vento in poppa, trionfò ovunque in Italia, tranne che a Viterbo, la città delle vittorie di Gabbianelli al primo turno, dove Arena vinse con poche centinaia di voti di scarto contro Chiara Frontini. Ricordo la confidenza che mi fece un noto esponente di FdI: “Non mi meraviglio che abbiamo vinto con pochi voti, ma che abbiamo vinto”.

Proseguita malissimo perché l’amministrazione è stata una via crucis, disseminata di crisi politiche, rimpasti, giunte azzerate e riformate, con il sindaco chiaramente incapace di gestire le situazioni, subendole passivamente, facendosi sballottare da una parte all’altra, privo della minima azione politica. A volte anche strumento di regolamenti di conti interni agli stessi partiti come nel caso Nunzi. Un sindaco che non si è preoccupato mai di governare, piuttosto di galleggiare.

Finita peggio perché il finale di queste ore è a metà fra il grottesco e il patetico. Un sindaco che si dimette quando sa già di essere sfiduciato dimostra di non saper fare politica. Perché invece di far assumere alla sua maggioranza la responsabilità del commissariamento del Comune si è messo a fare i colpi di teatro, azzerando la giunta e rassegnando le dimissioni. Per fare cosa? Per evitare la sfiducia e avere venti giorni di tempo per poter eventualmente ritirare le dimissioni? Sperando che magari da Roma si muova qualcuno a salvare la situazione? Che magari Tajani convinca Salvini e la Meloni a far tornare Lega e FdI sulle loro posizioni? O cosa?

Ma c’è un ultimo aspetto che credo faccia riflettere: davvero Forza Italia era convinta che con l’elezione di Alessandro Romoli a presidente della Provincia nulla sarebbe accaduto? Davvero gli azzurri credevano di poter portare a casa Palazzo Gentili con l’appoggio del Pd e lasciare Arena tranquillo a Palazzo dei Priori? Davvero hanno commesso un così colossale errore di valutazione? Forse è molto più realistico pensare che i forzisti viterbesi abbiano preferito “sacrificare” Arena ritenendo del tutto controproducente la sua permanenza alla guida della città. Altrimenti che senso avrebbe avuto eleggere il presidente della Provincia, ente per altro di secondo livello, perdendo contemporaneamente il sindaco di Viterbo, del comune capoluogo? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. E a costo di passare per complottista, sono sempre più convinto che il vero senso dell’operazione in Provincia non sia stato far eleggere Romoli ma mandare a casa Arena. Che nella trappola c’è cascato con tutte le scarpe. Chapeau.

Americo Mascarucci

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