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Viterbo, sul Corsera Ernesto Galli della Loggia “ritrae” Paolo Pelliccia: “Quel bibliotecario coraggioso”

Viterbo, sul Corsera Ernesto Galli della Loggia “ritrae” Paolo Pelliccia: “Quel bibliotecario coraggioso”

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Riprendiamo il ritratto del Commissario Straordinario Biblioteche Viterbo Paolo Pelliccia pubblicato oggi sul Corriere della Sera da Ernesto Galli Della Loggia

 

Le imprese importanti, è noto, spesso nascono per caso: dall’ incontro di una persona con un’occasione imprevista. E forse è proprio questa finestra di casualità aperta sul potenzialmente altro che nelle circostanze più buie serve a tenere desta dentro in noi la speranza che aiuta a mantenerci in vita.

Per Paolo Pelliccia la finestra di cui sto dicendo si aprì una ventina di anni fa. Era un impiegato della provincia di Viterbo, non di prima fila e per giunta poco gradito ai suoi superiori: uno — posso facilmente immaginare avendolo conosciuto — di quelli che vogliono fare sempre di testa loro e con quella sacrosanta aggressività a stento repressa ma in mille modi sempre visibile che spesso hanno le persone afflitte dai postumi di una malattia invalidante (nel suo caso la poliomielite). Insomma un tipo non certo fatto per andare d’accordo con tutti. Dunque molto probabilmente per toglierselo dai piedi gli fu affidato il posto di commissario alla Biblioteca consorziale che la Provincia aveva in condominio con il Comune del capoluogo laziale. Era la sinecura periferica e un po’ umiliante del solito ente culturale in disarmo: una vecchia istituzione ospitata in locali scalcinati, con un paio di addetti svogliati e parcheggiati lì sostanzialmente a non far nulla, con un patrimonio librario vecchio, scompaginato, in disordine, di fatto inutilizzabile e inutilizzato.

Ma «one man can make the difference», dice un vecchio proverbio inglese: «Un uomo da solo può fare la differenza». Fu il caso nostro. Paolo Pelliccia aveva trovato il luogo confacente al genio che abitava dentro di lui, si mise all’opera e io posso qui testimoniarne il risultato. Un ambiente interamente rinnovato, tutto luminoso e colorato, alle pareti immagini evocatrici di persone e cose della cultura mondiale, sale di letture moderne, comode e piacevolmente arredate, un’ambiente ad hoc per i ragazzi, una sala Rossellini per proiezioni cinematografiche e incontri culturali, il numero dei libri cresciuto fino a centomila e ordinati in scaffali aperti disseminati dovunque, una ventina di dipendenti, trentamila persone con la tessera di frequentatore abituale. Insomma un luogo pulsante di vita e d’iniziative, dove la cultura diviene una dimensione attuale ed essenziale: esattamente l’opposto di qualcosa relegato nello sterile spazio del superfluo, come troppo spesso è dato di vedere. Tutto questo, peraltro, pesando il meno possibile sulle finanze pubbliche: facendo appello al lavoro volontario di molti giovani ma soprattutto ricorrendo a una straordinaria capacità di raccogliere fondi da donatori privati.

Ma il nostro, come si è capito, non è uomo da riposare sugli allori. Innamorato di quella creatura divenuta quasi l’oggetto della sua esistenza, si getta in sempre nuovi progetti. Avvia l’indicizzazione dei manoscritti giacenti negli archivi della Biblioteca, che conserva autografi di Vittoria Colonna, di Leopardi, di Canova; mette a punto progetti di collaborazione con altre istituzioni; da ultimo coltiva l’idea di fondere le due biblioteche storiche della città, una delle quali in stato di completo abbandono, realizzando al tempo stesso la riqualificazione urbana di un angolo del centro storico cittadino, progetto nel quale cerca di coinvolgere anche Renzo Piano. Paolo Pelliccia però è forse nato nel posto sbagliato. L’Italia non è fatta per tipi come lui. Da queste parti, infatti, il più delle volte il successo che premia le capacità non è un merito che impone riconoscimento ma piuttosto una colpa da scontare con la gelosia e con l’invidia. Da queste parti il successo dà fastidio. Non solo è quasi mai è gradito al potere, ma suscita sempre una folla di pretendenti abusivi alla successione in nome del sacro principio dell’alternanza. Voi credete perciò che il nostro amico sia destinato a conservare il suo posto dove ha fatto così bene? Dalle voci che circolano si direbbe proprio no e quanto al destino della Biblioteca della città di Viterbo, a chi mai volete che gliene importi?

foto Tusciaweb

 

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