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Viterbo, ritratti, Francesco Mattioli, l’uomo che volle essere Gigi Marzullo

Viterbo, ritratti, Francesco Mattioli, l’uomo che volle essere Gigi Marzullo

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Finita l’epoca delle grandi contrapposizioni sociali (ricchi e poveri, nel senso delle classi, non del gruppo musicale) e ideologiche (Destra e Sinistra, cattolici e marxisti, Roma e Lazio, nel senso calcistico, non geografico), l’Italia ormai si divide tra chi ha avuto la fortuna di essere stato ospite di Gigi Marzullo a “Sottovoce” e chi, purtroppo per lui, non ha avuto questo grande privilegio. Francesco Mattioli, sociologo, ex cattedratico, ex assessore provinciale e tanto altro (vedi la sua biografia, con accattivante foto inclusa, su “Wikipedia”), questa fortuna l’ha avuta. Non è stato, in realtà, l’unico viterbese che ha goduto di questo inestimabile privilegio, ma, almeno a giudicare dallo stile dei suoi ponderosi editoriali su “Zingaweb”, è sicuramente uno dei pochi, e non solo tra gli indigeni, che ha assimilato alla perfezione la lezione marzulliana. Il suo ultimo pezzullo, da questo punto di vista, è estremamente indicativo dell’alto grado di marzullità raggiunto.

Un domani che il noto intellettuale avellinese dovesse – Dio non voglia – abbandonare la conduzione di “Sottovoce” e delle altre trasmissioni destinate agli insonni cronici, il professor Mattioli potrebbe tranquillamente sostituirlo senza che nessuno noti la differenza. A parte quella tricologica. Come si dice saggiamente in questi casi: ma che vai a guardare il capello? Ma veniamo all’emblematico editoriale di Sua Marzullità Mattioli. Titolo: “Non si può vivacchiare di provincialità…”. Giustissimo. A parte un incipit contrassegnato da un paio di sostantivi dall’inequivocabile sapore mussoliniano (“le vocazioni e i destini della città”), probabile retaggio di antiche e segrete simpatie destrorse, il marzullismo dilaga senza freni in ogni singola riga dell’interminabile articolo. Invece di “Il sottoscritto, con Umberto Laurenti e Carlo Mario Scipio”, forse sarebbe stato più corretto scrivere “Umberto Laurenti e Carlo Maria Scipio con il sottoscritto”, ma al narcisismo marzulliano, come sa persino il criceto del consigliere Lotti, non si comanda.

Segue raffica di domande, più o meno retoriche, in perfetto Gigi Marzullo style: “Ma che cosa sono le idee “chiare”? Sono le mie, le tue, quelle di un altro?”, “E allora, perché tanta disparità di vedute, tante ulteriori discussioni sul modo di far decollare Viterbo?”, “Non possediamo qualcosa che nessun altro ha: città dei papi? (si, ma come Anagni e Avignone….); città etrusca? (sì, ma meno di Tarquinia, Cerveteri, Volterra, Chiusi…); città termale? (semmai come Fiuggi, Chianciano, Montecatini, senza andare più su o più giù…); città verde? (potenzialmente eccezionale, ma…)”, “Allora, quale identità ne dovrebbe sorgere?

Dalla compresenza di tanti possibili riferimenti? Arlecchino dai mille colori?”. Dopo aver letto tutte le domande, le risposte, le ficcanti considerazioni e gli aneddoti (il collega senese, che geniale coup de théâtre!) di Gigi Marzullo Mattioli, il lettore, giunto stremato al termine dell’editoriale, scopre che per non vivacchiare, per convogliare carovane di turisti in queste lande desolate, per rendere le attrazioni turistiche di questa città all’altezza del Golden Gate Bridge di S. Francisco o almeno della corsa dei cavalli di Siena, occorre soprattutto la “capacità di creare uno storytelling ben architettato per affascinare e attrarre un pubblico”. Finito di leggere l’editoriale dal dichiarato scopo stimolante (“Spero di aver stimolato qualche riflessione”), The Mayor Giò, dopo aver pronunciato la formula magica (si faccia una domanda e si dia una risposta), si è messo avanti con il lavoro ordinando tre storytelling nella migliore agenzia turistica di Viterbo.

(Fabio Messalla)

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