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Viterbo, questione LGBT, il Lega-pensiero

Viterbo, questione LGBT, il Lega-pensiero

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Uno spettro si aggira per Viterbo. E’ quello  della questione LGBT.

Dopo la volgarissima sparata contro la mafia “frocia e lesbica” del parolibero Luca Barbareschi e la proclamata intenzione di Vittorio Sgarbi di portare i gay al potere nella citta di Viterbo, anche il candidato del centro-destra a trazione ridotta, Claudio “Lallo” Ubertini (cuginissimo dell’oste-senatur Fusco), ha voluto dire la sua sulla scottante questione.

Per chi non l’avesse già letto su gazzette e webgazzette, riportiamo integralmente  il cuginissimo-pensiero:“Il chiasso della volgarità spegne la voce della bellezza di Viterbo: in questi giorni la città sta avendo parecchia visibilità sui media anche nazionali, ma non per la maestosità di Palazzo Papale e nemmeno per l’unicità del quartiere San Pellegrino, quanto per essere stata trascinata in un “chiacchiericcio” imbastito su un tema che fa sempre notizia, come l’omosessualità, con il metodo della provocazione, esaltata da una girandola di parolacce strillate alla platea a microfoni accesi, peraltro distante da qui, dal comune di Sutri, dal palcoscenico di Palazzo Debbing, su temi che meriterebbero più decoro, così come la nostra città, che non può diventare lo sfondo di certi avvilenti e sterili show. Una visibilità a dir poco imbarazzante. Viterbo ha bisogno di programmi seri e non della fuffa di performance provocatorie e di polveroni mediatici. “Purché se ne parli”, non è la nostra filosofia. In certi casi è meglio che i riflettori restino spenti. Se questo è il destino di Viterbo, da cittadino viterbese, prima ancora che da candidato sindaco, sono molto preoccupato. Nel corso della nostra esperienza amministrativa abbiamo dato a questa città una programmazione seria e concreta. Ed è quello che continueremo a fare se ne avremo l’opportunità, “mandando al potere” chi è competente, indipendentemente dalle sue preferenze sessuali, che per noi non rappresentano un criterio di “selezione”, né un affare di pubblico interesse, ma che proprio nel momento in cui vengono “categorizzate”, rappresentano, a mio avviso, la più subdola delle discriminazioni”.

Quindi da una parte abbiamo chi caldeggia una specie di presa della Bastiglia in chiave stra-local da parte della comunità LGBT e chi, dall’altra, stigmatizza i proclami pro LGBT (provocazioni, polveroni e show annessi e connessi) e, ricalcando vecchi e ormai poco efficaci slogan di Matteo Salvini, mette Viterbo e i viterbesi davanti a tutto questo questo “chiacchiericcio” e a tutta questa fuffa. “Prima Veterbe e li vetorbesi, deocaro!”, per dirla in più comprensibile vernacolar language.

In attesa che qualcuno proponga una specifica legge nazionale che, come già avviene per le cosiddette quote rosa, inserisca nella scheda elettorale un’ulteriore preferenza di genere e stabilisca esattamente il numero di assessori LGBT, qualche breve considerazione di carattere “storico” sul voto LGBT a Viterbo.

In questa città, e non lo diciamo noi ma i numeri, la comunità LGBT non ha mai avuto un peso elettorale specifico.

Lo stesso Alfonso Antoniozzi, unico gay dichiarato (quelli non dichiarati, per non dare un dispiacere a parenti e amici, evitiamo di menzionarli) eletto consigliere comunale, ha sempre subordinato la sua identità sessuale agli altri titoli. Nei social infatti si (auto)definisce prima di tutto “baritono, director, teacher, atheist, freethinker” e, solo dopo tutti questi sostantivi, “gay, human”. I viterbesi, non a caso, l’hanno votato ed eletto perché lo ritenevano e lo ritengono un artista e un intellettuale, non perché è stato o è un attivista della causa LGBT.

Controprova. Il cantante, attore e scrittore Peter Boom, olandese oriundo viterbese, che invece è stato non solo un notissimo attivista della causa LGBT, ma soprattutto uno dei fondatori a livello nazionale del F.U.O.R.I. e dell’Arci Gay, oltre vent’anni fa si presentò alle elezioni comunali di Viterbo nelle liste del Partito Repubblicano ottenendo appena una decina di voti.

Niente voti e quote LGBT, siamo viterbesi.

(Enrico Potter)

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