2 Dicembre 2022

cittapaese

Blog Giornale Quotidiano

Viterbo, Palazzo dei Papi, pericolante sì, ma da 700 anni… la rivista culturale qdaeditoria.it riassume una vicenda drammatizzata forse ad arte oltre il necessario

6 min read

Dopo la sequela di interventi allarmistici pubblicati da qualche giornale sulle preoccupanti condizioni di Palazzo dei Papi con tanto di triste, canonica passerella di salvatori della patria delle associazioni messisi in fila a manifestare buona volontà e portafoglio pronto (l’unico asse fattivo lanciato da cittapaese.it tra Beppe Fioroni, subito attivatosi, e il ministro Franceschini ha avuto il merito di iniziare a pensare seriamente come intervenire nella delicata circostanza), pubblichiamo un interessante intervento apparso oggi sulla rivista culturale qaeditoria.it a firma di Umberto Laurenti sul pericolo crolli inerente il più importante e spesso sottovalutato “monumento” cittadino. Eccolo di seguito:

Sul finire dell’estate 2019 si è sviluppato nella città di Viterbo un vivace dibattito… aperto da 700 anni. Vediamo i fatti. Due assessori della città di Viterbo, in vena di esternazione estiva, annunciano con toni allarmistici che il Duomo viterbese è a rischio di crolli. Se l’allarme avesse riguardato una scuola elementare il risultato probabilmente sarebbe stato un appalto affidato senza gara perché “di massima urgenza”. Ma trattandosi di uno degli ambienti medievali più belli e meglio conservati d’Italia, non può esserci una soluzione così banalmente casareccia. Sì, perché accanto al Duomo c’è il Palazzo dei Papi, il palazzetto di Valentino della Pagnotta, l’intero quartiere medievale di San Pellegrino, il muraglione etrusco testimone di un passato ancora più antico, il rinascimentale Palazzo Farnese, sul ponte che porta alla piazza del Duomo, con la preesistente e rarissima balconata trecentesca in legno, la chiesetta di s. Maria in Carbonara dei Templari, la vista stupenda della valle di Faul e più lontano delle antiche Terme. Spesso si discetta se Viterbo sia città medievale dei Papi, oppure rinascimentale etc. E’ proprio qui la particolarità preziosa di questa città: la compresenza tuttora facilmente riscontrabile, attraverso le vestigia monumentali e le testimonianze artistiche o anche culturali, di ciò che prima era stato prodotto, dagli Etruschi ai Romani, al Medioevo, al Rinascimento, al 700 e ‘800, fino all’epoca contemporanea, con una stratificazione conservativa ed un ampio riutilizzo del passato, quasi a significare rispetto per il passato ed approccio di economia circolare ante litteram.

Il 1° settembre, prima che la scintilla allarmistica possa diventare incendio, rovinando i giorni della festa di Santa Rosa e della sua Macchina, patrimonio Unesco, il tecnico del Vescovado provvede con una dichiarazione a ricondurre le cose nel loro giusto rilievo: si tratta di semplici crepe, normali in ogni edificio antico, semmai è più concreta la possibilità di danni per il loggiato duecentesco dell’adiacente Palazzo dei Papi. E a questo Palazzo, così denso di storia civile e religiosa (qui si svolse il primo Conclave della storia, con il tetto scoperchiato dai viterbesi per mettere fretta ai cardinali riottosi a trovare un accordo) tanto da aver fatto identificare quei 30 anni del XIII° secolo con il periodo d’oro della città, dimenticando però che proprio per l’insubordinazione dei viterbesi, il Papa si trasferì ad Avignone, rendendo quindi quella città centro del mondo cristiano per 60 anni nel XIV secolo. I viterbesi neppure sanno che nel Palazzo Papale di Avignone, luogo tra i più visitati al mondo con 600mila visitatori paganti ogni anno, altro che i 30mila visitatori di quello viterbese , oltre ai cicli pittorici del senese Simone Martini e del viterbese Matteo Giovannetti, c’è una vera sorprendente chicca: in una delle ultime sale è infatti esposto un grande pannello recante i nomi delle maestranze andate ad Avignone al seguito del Papa per lavorare alla costruzione del Palazzo: carpentieri, muratori, fabbri, con la sorpresa di trovare tra quei trecento nomi almeno un centinaio di nomi di famiglie viterbesi, gente che si trasferì da Viterbo ad Avignone per lavorare e là rimase, tant’è che quei cognomi sono ancora presenti nella città, un esempio tra tutti è il cognome viterbese Mariani, appartenente all’attuale presidente della Camera di Commercio locale, imprenditore attivo nel settore delle pietre dure per l’edilizia, in primis il peperino viterbese. Sono passati più di 700 anni ma la pista viterbese ed “italica” è lì indelebile. E proprio da Avignone, qui è la seconda sorpresa, Papa Giovanni XXII nel 1325 scriveva al Comune di Viterbo sollecitando anzi intimando di svolgere urgenti lavori di restauro alla Loggia del Palazzo Papale, che correva seri rischi di crollo. Preoccupazione non gratuita, visto che la loggia gemella, che guardava la Valle di Faul era già crollata, e qualche anno prima era crollata pure un’ala del Palazzo facendo morire nelle macerie Giovanni XXI, Papa portoghese e scienziato illustre; ma richiamo un po’ bizzarro, visto che nel 1281 il Papa Martino IV aveva abbandonato a precipizio la città di Viterbo colpendola di scomunica ed interdetto, obbligandola ad abbattere una parte della cinta muraria, trasferendosi appunto ad Avignone e facendo ripiombare Viterbo da “capitale mondiale” a tranquilla, fin troppo tranquilla, cittadina di provincia.

Le minacce papali non sortirono effetto a quanto pare, tant’è che per un restauro della Loggia Papale si è dovuto attendere quello voluto dal governo italiano nel 1904. Per 600 anni la Loggia è rimasta “pericolante” ma senza significativi interventi salvifici, se si eccettua l’orrido riempimento in muratura durato appunto fino al 1904. Eppure a tutti era ben nota la eccezionale bellezza del monumento grazie alla armonica unione dello stile gotico con quello romanico ed ai tratti originali e preziosi; ciò nonostante il Palazzo fu quasi dimenticato e stilisticamente rifiutato, non più Palazzo dei Papi ma semplice residenza dei vescovi che per dirla con lo storico locale Cesare Pinzi: ”a partire dal secolo XV, senza riguardi ai suoi pregi d’arte e di storia, lo sofisticheranno in mille guise, sformandolo, avvilendolo fino quasi al rango d’una privata abitazione”. E tale è rimasto il complesso del Colle del Duomo, con il suo bel piccolo Museo, il Duomo, gli appartamenti vescovili fino alla sala Gualterio, i saloni duecenteschi nei tre piani e soprattutto il Salone del Conclave, la Loggia: sostanzialmente pertinenza vescovile, senza che mai alcun vescovo si sia immaginato di donare alla città di Viterbo o allo Stato la parte monumentale del Palazzo, né che alcun viterbese si sia azzardato a proporlo.

Ma ecco che all’improvviso, per merito di una campagna stampa lanciata da Tusciaweb , la più longeva e diffusa testata on line viterbese, fioriscono le proposte: parlamentari in carica ed ex che si danno da fare con dichiarazioni, interventi nelle commissioni parlamentari e financo recapitando missive del vescovo al Ministro dei Beni Culturali, consiglieri comunali che propongono sottoscrizioni con modalità innovative, (crowdfunding) o molto tradizionali (sottoscrizione attraverso la propria associazione), organizzazioni di categoria che offrono la propria collaborazione, il vescovo che si avventura nel mestiere di tecnico indicando una cifra necessaria tra i 300 ed i 400mila euro, il Sindaco con la sua maggioranza che rifiutano un primo stanziamento di 25mila, il Ministro Franceschini che telefona e promette aiuto.

Sì, per carità, tutto utile e quasi tutto in buona fede. Mi sarei aspettato però, a favore di un monumento che è simbolo stesso della città e che tanto valore artistico e storico assomma in sé, un salto di qualità, o per meglio dire un salto fuori dal recinto della Tuscia. Innanzitutto una seria perizia tecnica, seguita da una formale richiesta di intervento alle Istituzioni pubbliche da parte di chi detiene la proprietà del bene e poi un crowdfunding a livello almeno europeo e gestito da un organismo terzo, ad esempio la Fondazione Carivit, un Concorso internazionale di idee per il restauro, una campagna stampa per fare conoscere Viterbo e la Tuscia nel mondo, uscendo dall’illusione che siano già conosciute abbastanza. Faccio un esempio di questi giorni: a Milano è in corso una grande mostra nel prestigioso MUDEC, dal titolo “Quando il Giappone scoprì l’Italia”, dove un team di studiosi ha curato la sezione dedicata ai giovani principi ed ambasciatori, i primi giapponesi nella storia di tutti i tempi, che nel 1585 arrivarono a Roma, passando ovviamente per la Tuscia. Bene, la Villa Lante di Bagnaia è denominata nella Mostra “Villa Gambara”, confondendo con il nome di una delle due palazzine storiche, e addirittura il Palazzo Farnese è ribattezzato come Palazzo d’Este di Caprarola. Basta andare ad Avignone per imparare come si valorizza un Palazzo Papale e come si riempie di turisti a beneficio di una città e dell’intera regione circostante.

Ma comunque probabilmente, a questo punto il restauro si farà, si spera a regola d’arte e con il pieno rispetto delle regole e del Codice degli appalti. E chissà che non si riesca a stabilire finalmente se il Palazzo Papale, costruito dai viterbesi, pericolante fino al restauro del 1904, ed ora di nuovo pericolante a furor di popolo, o almeno di rappresentanti del popolo, appartiene ai viterbesi, all’Italia, oppure al vescovo o come meglio si dovrebbe dire, alla comunità ecclesiale viterbese. Vedremo chi tirerà fuori i soldi! E vedremo pure se il clamore della vicenda richiamerà più turisti, paganti ovviamente.

(Umberto laurenti/ qaeditoria.it)

Copyright © All rights reserved. | Newsphere by AF themes.