Home Cronaca Viterbo, Chia, “la torre degli amici degli amici”, povero Storace, tirare la volata così a Rotelli, l’alleato Rick, Fratelli di Tuscia e gazzettini stra-local
Viterbo, Chia, “la torre degli amici degli amici”, povero Storace, tirare la volata così a Rotelli, l’alleato Rick, Fratelli di Tuscia e gazzettini stra-local

Viterbo, Chia, “la torre degli amici degli amici”, povero Storace, tirare la volata così a Rotelli, l’alleato Rick, Fratelli di Tuscia e gazzettini stra-local

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Pur essendo antifascisti nel solco della tradizione in loco rappresentata dall’organizzatore delle mostre sul disegnatore ufficiale (delle SS) e gentiluomo Boccasile, nonché dall’attuale presidente provinciale dell’ANPI (che, grattandosi la pera, ancora rimugina: “Boccasile, chi era costui?”), confessiamo di nutrire una smodata simpatia personale per l’ormai stagionato neofascista Francesco Storace. Eravamo (forse) giovani di belle speranze, quando leggemmo per la prima volta il nome dell’ex parlamentare, ex governatore del Lazio ed ex ministro in testa e in calce a un articolo. Correva l’anno 1988 o 1989, Storace era un redattore “Secolo d’Italia” che non sulle colonne del suo giornale, bensì su quelle del “Candido” diretto dal senatore (fascista tout court, senza il “neo” nella radice) Giorgio Pisanò, propugnava la causa di Massimo Abbatangelo, parlamentare missino partenopeo coinvolto in uno degli ultimi attentati ferroviari (strage del Rapido 904, San Benedetto Val di Sambro, 23 dicembre 1984, 16 morti e 267 feriti).

 

Cavolo, dicemmo, questo è uno con palle, capace di sfidare anche la prudenza del suo stesso partito su un terreno spesso accidentato e impopolare come quello del garantismo. Un lustro dopo, nel 1994, lo ritrovammo parlamentare della neonata Alleanza Nazionale, assurto alla carica niente meno che di presidente della Commissione bicamerale di vigilanza sulla Rai (per le sue roventi polemiche contro la “Rai comunista” fu ribattezzato Epurator). Prima ancora, Storace era stato portavoce del segretario missino Gianfranco Fini (suo collega al “Secolo d’Italia”) e, in questa veste, inventore della leggenda, molto in auge su stampa e televisione dell’epoca, di una stretta sinergia tra il MSI-DN e il Presidente della Repubblica “picconatore” Francesco Cossiga. Vulcano d’idee con tendenza al goliardico, Storace in un’intervista si vantò d’aver consegnato a Fini, durante un faccia a faccia televisivo con Francesco Rutelli (elezioni amministrative romane del 1993), una cartellina con l’intestazione “Dossier Rutelli”.

Dentro c’erano solo fogli bianchi, ma Rutelli si agitò visibilmente di fronte alla minacciosa intestazione. Come non provare simpatia nei confronti di un così geniale sparaballe di matrice situazionista? A patto, però, che le balle siano genuine e doc. L’intervento di Storace, attualmente vicedirettore vicario del quotidiano romano “Il Tempo”, che abbiamo letto quest’oggi sul webgazzettino stra-local più letto dell’universo, non ci è però sembrato né genuino, né doc. A parte che è una versione “hard” di un articolo più “soft” uscito un paio di giorni fa sul “Corriere di Viterbo” (stesso gruppo editoriale di “Il Tempo”, ovvero Toto Angelucci e figli, monopolisti o quasi della sanità privata e parastatale laziale), non ci ha molto convinto l’idea (non proprio genuina e doc) che la Torre di Chia, o di Pasolini (come amano chiamarla gli intellettuali engagé stra-local) che dir si voglia, debba essere per forza acquistata dallo Stato o dalla Regione Lazio. Una volta statalizzata  o regionalizzata, detta Torre, non è difficile capirlo, finirebbe nelle mani degli amici degli amici degli amici che hanno dato l’abbrivio alla campagna di stampa stra-local.

 

Un bene (all’apparenza) pubblico finirebbe quindi nella disponibilità privata di una compagnia di giro che si muove con logiche che ricordano più clan di affaristi che  che il buon samaritano di evangelica memoria. Un esito che non sarebbe titolo di vanto neppure per un vecchio sparaballe situazionista. La prossima volta, caro Storace, non stia a sentire i consigli, non proprio disinteressati, dei suoi referenti (politici) locali, piuttosto intraprenda una bella campagna di stampa vecchio stile. Come quelle del citato Pisanò, che nel cuore degli anni 70 dedicava articoli su articoli alle mafie che spadroneggiavano a Milano (poi finite impigliate nell’inchiesta Mani Pulite). Perché la mafia, ormai da decenni, non porta più la coppola e la lupara a tracolla, ma si esprime in vernacoli stra-local che purtroppo risuonano da tempo anche in queste contrade.

(Peppino Pulitzer)

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