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Viterbo, Bianchini, Arena e  “l’obbliquità” della “lingua” italiota

Viterbo, Bianchini, Arena e “l’obbliquità” della “lingua” italiota

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Un nostro vecchio amico qualche anno fa ci raccontava lo stupore e il deliquio di un gruppo di intellettuali che, in un filmato televisivo in bianco e nero degli anni 70, avevano sentito Filippo Maria Pandolfi, esponente minore della Democrazia Cristiana, citare Marcel Proust e il suo Alla ricerca del tempo perduto. Sostenevano questi intellettuali che il preistorico democristiano, che esprimeva in maniera per altro molto dimessa la sua cultura, era un gigante se paragonato agli illetterati politici odierni. Il paragone, sia al nostro amico che a noi, ci era sembrato francamente esagerato e snobistico. In questi ultimi giorni, dopo aver letto alcune dichiarazioni di politici stra-local, a malincuore abbiamo dovuto ammettere che quegli spocchiosissimi intellettuali avevano assolutamente ragione.

La prima dichiarazione porta la firma dell’irruente oste meloniano Paolone Bianchini, che sul solito social scrive: “io voglio essere presente alla riapertura e siccome non potrò fisicamente essere nel mio locale parto 2 giorni dopo. Non ho il dono dell’obbliquità”. A parte che si scrive obliquità (con una “b”) e non obbliquità, il dono dell’obliquità, se la lingua italiana non è un’opinione, è il dono di essere obliquo, ovvero, secondo le definizioni dell’Enciclopedia Treccani, ”in matematica, di ente geometrico che non sia né parallelo né perpendicolare a un altro ente geometrico”, “sbieco, non parallelo, non retto”,“non leale, non onesto”, eccetera, eccetera. Il dono di cui Paolone non è purtroppo per lui dotato è probabilmente quello dell’ubiquità che, citiamo sempre la Treccani, è “la facoltà di essere fisicamente presenti nello stesso momento in due o più luoghi”.

Ma quando si capeggia, come nel caso del nostro oste meloniano, un sindacato che conta milioni di affiliati e si ispirano bellicose manifestazioni di piazza con feriti e contusi, può anche capitare di confondere l’ob(b)liquità con l’ubiquità. Basta non farci troppo l’abitudine e prendere tante ripetizioni di italiano dal professor Max Capo. La seconda dichiarazione l’abbiamo scovata in un’intervista dello zazzeruto Signorino Grandi Firme al sindaco pro tempore di Viterbo Giò Obbedisco Tentenna Tenerone Arena: “Pur stando vicino ai lavoratori che sono esasperati e vorrebbero fare questa forzatura e infrangere le regole, ma non credo che i cittadini stessi il 7 o il 9 aprile vadano al ristorante sapendo che la situazione è questa”. L’avversativo “ma” dopo la virgola, non c’è bisogno di essere un abile linguista come lo zazzeruto Signorino Grandi Firme per capirlo, rende la frase, a voler essere benevoli, un po’ zoppicante. Colpa dell’intervistato o dell’intervistatore? Non avendo il dono dell’obbliquità non lo sapremo mai. Io speriamo che Paolone e Giò se la cavano, ma per pietà aridatece Filippo Maria Pandolfi!

(Stelio Devoto Oli)

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