5 Dicembre 2022

cittapaese

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Tra cronaca e storia: suicidi imperfetti, Raul Gardini

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gennaio 1986 Roma, Grand Hotel, forum sull'economia organizzato dal quotidiano La Repubblica in occasione dei 10 anni del giornale, nella foto l'imprenditore Raul Gardini

Piazza S. Francesco era gremita da ventimila persone, ai suoi funerali c’era il mondo che contava, quello nel quale lui aveva fatto il bello e il cattivo tempo, c’era persino Cesare Romiti che a Raoul Gardini non piaceva un granchè. La sua carriera da imprenditore cominciò sposando la figlia del magnate di Ravenna Serafino Ferruzzi. Lui era uno che ci sapeva fare e si inserì nell’impresa di famiglia che si occupava di agroalimentare commerciando in cereali. Fu molto abile e giunse a guidare l’impresa nel 1979 dopo la tragica morte del suocero per un incidente aereo. Riuscì ad estendere la produzione inserendo la coltivazione di soia e di zucchero, l’impresa crebbe a tal punto che riuscì a divenire in breve tempo la seconda azienda italiana per importanza. La prima in quegli anni era “Fiat”. Era nato a Ravenna nel 1933 e morì a Milano a 60 anni nel 1993. Le cronache parlano di “suicidio”, ma nessuno, nella sua città ci ha mai creduto e pochi ne hanno parlato almeno apertamente.

E’ sempre stato interpretato come fosse un silenzio assenso, o il silenzio consapevole di una gravità riconosciuta, mai raccontata e nemmeno sussurrata. Aveva molti amici che corrispondevano al numero dei suoi nemici. Uno di quelli più intimi, raccontò che si sentirono la sera prima che morisse, carpì qualcosa che non andava, lo percepiva dalla voce anche se attraverso il filo del telefono. La storia della maxi tangente Enimont, la quantità dei giornalisti pagati e tutti quei miliardi trasferiti alle Cayman, erano una preoccupazione tangibile e poco spiegabile ma esistente, certo non stava sereno. Solo nei tre anni prima la vita gli sorrideva e non a denti stretti, aveva tutto e lottava per mantenerlo. Molti giornalisti l’avevano nominato il “condottiero” che valeva quanto il “contadino”, dipendeva dalle opinioni delle testate giornalistiche e comunque in Romagna valeva il detto “scarpe grosse e cervello fino,” che rapportato a lui aveva una valenza molto veritiera e aderente. Lottava per le sue idee innovative, per essere il primo della classe, per dimostrare il suo valore e per le sue emozioni che però fondamentalmente lo facevano sentire un uomo solo. Un lupo di mare che navigava in solitaria e che non si faceva fraintendere, teneva in scacco con un solo sguardo politici, banchieri e tutto il gotha dell’alta finanza. Aveva agito contro i poteri forti e il passaggio di mano di Montedison, sotto gli occhi inferociti di Enrico Cuccia alle sue mani da contadino, fu un grosso affronto. Una sfida al banchiere italiano tra i più importanti della seconda metà del “900”certo era stata una vittoria, come quando il suo “Moro di Venezia” con l’equipaggio nel 1992, erano arrivati in finale per aggiudicarsi il più ambito dei premi la “Coppa Amereca” a San Diego in California.

Ma lui era Raoul Gardini, quello che puntava Gianni Agnelli con lo sguardo, come un cane punta una preda, e Carlo De Benedetti dall’alto al basso, come da un gradino superiore. Comprò Montedison, il piu’ grande Polo chimico Italiano, pensando a quanta liquidità avrebbe dovuto procurarsi per aggiudicarselo, mise il malloppo su un tavolo, quasi fosse quello verde da gioco di un qualunque casinò, 1500 miliardi di vecchie lire pagate sull’unghia, con nello sguardo il cipiglio di uno che ce l’avrebbe fatta, e ci riuscì. Gli anni 80 furono assolutamente importanti per la sua crescita come industriale, furono quelli del successo esagerato e della carriera. Nel 1989 il suo ardito progetto mentale lo indusse ad una operazione fuori dagli schemi navigando, sempre da bravo marinaio ad una “join venture” che intendeva unire Montedison all’azienda di stato Enichem, per convogliarle entrambe nell’unica “Enimont”. Circostanze sfavorevoli e intrecci di giochi poco visibili, aperti o scoperti contro una politica meschina, lo costrinsero forzatamente a vendere la quota del 40% ad “Eni”. Nello stesso periodo la società di famiglia la “Ferruzzi”,arrancava con il vento contrario, e i parenti lo misero alla porta, nel 1991. Era uno scommettitore intelligente veloce, intuitivo, un condottiero, ma aveva avuto dei cedimenti dovuti alle forti pressioni. Il 20 luglio del 1993 il presidenti di “Eni” Gabriele Cagliari, il suo rivale storico nella faccenda Enimont si suicidò in carcere, fu trovato nei bagni di San Vittore con un sacchetto di plastica legato al collo con una stringa da scarpe. Morte provocata da soffocamento, uno strano “suicidio” su cui la Procura di Milano fece indagini sbrigative. Questo evento diede a Raoul un duro colpo, le indagini sarebbero state condotte a largo raggio e certamente avrebbero coinvolto anche lui. Si sentiva braccato come uno degli animali che durante le battute di caccia nelle valli, portava a casa da spennare. Negli anni successivi non era più lo stesso uomo, aveva perso smalto, era dimagrito e non esisteva piu’ quell’aria da conquistatore che le donne adoravano tanto. L’aereo che pilotava personalmente era fermo da mesi all’aeroporto di Forlì, non andava piu’ per mare, la sua barca aveva perso il comandante e la tristezza lo pervadeva visibilmente, sorrideva raramente e non parlava più, se non con pochi intimi.

Il cognato Carlo Sama gli aveva portato via la guida del gruppo, così si rifugiò in Francia per ripartire nuovamente da zero in altri settori. Era teso, aspettava che la Guardia di Finanza bussasse alla sua porta e magari lo portassero direttamente in carcere. I suoi avvocati Flick e De Luca gli dissero che sarebbe rimasto a S. Vittore per una giornata, solo per l’interrogatorio, ma lui sentiva di non avere nulla da raccontare, l’accusa certamente riguardava l’affare Enimont. Di Pietro stava scoperchiando le pentole di “Mani Pulite”, Tangentopoli era esplosa come un bomba a orologeria come una deflagrazione alla “Hiroshima”. Il magistrato aveva già saputo da Sama quello che gli interessava sulla Maxi tangente di Enimont, quindi avrebbe ritardato ad interrogarlo,lui fremeva. “Come avrebbero potuto i magistrati imputare a Gardini gli avvenimenti degli ultimi mesi, quando lo avevano “fatto fuori” due anni prima dal gruppo di cui era stato Presidente?” (V. Balestrazzi, l’amico intimo). Alla guida della società all’epoca c’erano, Sama, Bisignani e Cusani, pertanto Raoul Gardini non aveva certo pagato una tangente da 10 miliardi per sgravi fiscali, di cui però lo accusavano. Se si torna con la memoria a quei giorni, rileggendo le pagine dei quotidiani nazionali, balzano agli occhi le parole dell’imprenditore quando lo intervistavano riguardo ai politici, che non nascondeva di disprezzare. Dai successivi processi, dopo la sua morte, non emerse se quei soldi li avesse pagati realmente, lui non c’era piu’ a testimoniare e le uniche dichiarazioni in merito arrivarono da Sama e Cusani, che dopo la sepoltura lo accusarono di tutto, anche se con il gruppo lui non c’entrava più da tempo. Non gli piacevano i politici, come non gli piacevano i giornalisti, soprattutto quelli che si occupavano di economia. Andavano a Foro Bonaparte a battere cassa, Raoul raccontava che in qualche modo sperava raccontassero sulle colonne dei quotidiani la verità, ma contare che lo facessero realmente sarebbe stato illusorio.

Poi le comunicazioni ai giornali le forniva Sama direttamente, l’aveva sempre fatto da quando era entrato nel gruppo, prima, durante e anche dopo la morte di Gardini. Questa storia dei giornalisti pagati, finì come tante scartoffie in qualche cassetto impolverato, certo la magistratura non se ne occupò piu’ di tanto. Per Raoul erano solo”penne sporche”. Forse, doveva essere considerata una tradizione di famiglia, il vecchio patriarca Serafino Ferruzzi era solito regalare ai giornalisti che lo seguivano e scrivevano di lui, piccoli lingotti come regalo Natalizio. Gardini amava il successo ed era un uomo generoso. Era anche il Presidente e l’amministratore delegato del Messaggero, e una volta convinse il Papa a raggiungerlo nella sede del giornale, in quella occasione gli fece trovare un assegno da 500 milioni di lire. Arrivò quella maledetta mattina del 23 luglio del 1993, a tre giorni dalla morte di Cagliari, Gardini si alzò e fece una doccia, indossò il suo accappatoio bianco, pensò probabilmente a tutti gli episodi della sua vita, a quelle battaglie vinte e perse e a quello che era stato o avrebbe voluto essere resistendo alle insidie del potere. Il dominio uccide in molti modi. Prima delle 7 del mattino impugnò una Walter Ppk 65 e pose fine a tutto, al carcere in primo luogo se avesse dovuto essere, sentiva di non meritarlo. I dubbi, troppi su questo suicidio imperfetto restano, dopo tanto tempo non si sa dove sparì quel pacco di miliardi delle Cayman (si dice 450) e neppure in quali tasche finirono, ma lui non c’era già piu’,chi se li era intestati?. E quella pistola, che dopo averla usata si trovava sulla sponda opposta del letto su cui Gardini giaceva inanimato? Come sarebbe stato possibile spararsi un unico colpo alla tempia e posare l’arma dall’altra parte del letto? Circostanze strane e inquietanti, imperfette. Due misteriosi e falsi suicidi, quelli di Cagliari e Gardini, riconducibili alle criminalità delle “Massomafie”, controllori di alta finanza e riciclaggio di capitali mafiosi. Falcone e Borsellino prima di essere trucidati dicevano che nel nostro paese i poteri forti che governavano nell’ombra, lo facevano indisturbati da almeno 150 anni, mettendo a tacere chiunque potesse interferire in quei progetti altamente loschi, pagando i politici di turno. Sarebbe interessante rileggere qualche libro sulla figura fiera e regale di un “contadino imperatore” finito sotto le macerie del suo castello, che ad ogni anniversario della morte il giorno di S. Apollinare, ogni concittadino ricorda con infinita tristezza e amarezza.

Maria Grazia Vannini

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