Home Cronaca Tarquinia, la storia di Daniele Manganaro, “poliziotto” che sventò un attentato mafioso: la macchina del fango subita, la conclusione da “eroe” e gli arresti per truffa alla Ue
Tarquinia, la storia di Daniele Manganaro, “poliziotto” che sventò un attentato mafioso: la macchina del fango subita, la conclusione da “eroe” e gli arresti per truffa alla Ue

Tarquinia, la storia di Daniele Manganaro, “poliziotto” che sventò un attentato mafioso: la macchina del fango subita, la conclusione da “eroe” e gli arresti per truffa alla Ue

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Il vice questore aggiunto, Daniele Manganaro, attuale comandante del commissariato di Tarquinia, venne trasferito da Sant’Agata di Militello in Sicilia dove fu protagonista di una brutta vicenda. Un conflitto a fuoco contro una paranza di mafiosi. Sventò un attentato organizzato per ammazzare l’allora presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci.

Invece di mettere subito una medaglia sul petto di questo poliziotto, come spesso accade, fu vittima (questa sì) di una vera e propria macchina del fango.

Per farvi capire meglio raccontiamo cosa accadde quella notte tra il 17 e 18 maggio del 2016.

Nel corso della serata del 17 maggio Giuseppe Antoci – presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi – aveva partecipato ad una riunione col sindaco di Cesarò,  Salvatore Calì, ed alcuni esponenti della giunta per parlare del recupero di una struttura alberghiera nel Parco dei Nebrodi.

Al termine dell’incontro i due e Manganaro andarono a cena al ristorante Mazzurco.  Conclusa la cena, Antoci e gli uomini della scorta – a bordo della blindata– si avviarono verso Santo Stefano di Camastra, dove il primo aveva la sua abitazione, mentre Manganaro col suo autista si intrattenne ancora dieci minuti col sindaco Calì.

Intorno all’1.55, in contrada Volpe, la blindata fu costretta a fermarsi per la presenza di alcuni grandi massi che ustruivano la carreggiata. Quasi contestualmente, la fiancata sinistra, venne colpita con diversi colpi d’arma da fuoco, sparati da almeno due soggetti travisati e in tuta mimetica, appostati sul lato sinistro della carreggiata.

Pochi istanti dopo, sul luogo dell’attentato, sopraggiunge anche l’autovettura sulla quale viaggiavano Daniele Manganaro e l’assistente capo Granata, rendendosi conto di quanto stava accadendo, scesero dalla vettura e risposero al fuoco costringendo alla fuga i malviventi.

Sul luogo verranno poi trovate due bottiglie molotov; cicche di sigarette che facevano ipotizzare una lunga attesa degli attentatori e numerosissimi bossoli espulsi dalle armi in dotazione al personale di scorta e di polizia.

Sui motivi dell’agguato, pochi dubbi da parte del procuratore Guido Lo Forte che parlò subito di “mafia che rialza la testa” mentre Antoci ricondusse alla sua azione contro la mafia dei pascoli, in particolare al cosiddetto “protocollo Antoci”, che oggi costituisce parte integrante del vigente Codice Antimafia per la lotta alle  frodi comunitarie nel settore agricolo-zootecnico, ed aveva ragione.

Questa mattina, tutte le cronache nazionali riportano gli esiti finali dell’indagine iniziata proprio grazie a Daniele Manganaro e dai suoi uomini.

Dalle carte dell’indagine emerge come i clan dei Nebrodi, storicamente considerati di impronta prettamente rurale, abbiano ormai un “nuovo volto”: “La strategia della nuova mafia di Tortorici”, scrive il gip, sono “truffe sistematiche ai danni dell’Unione europea, in realtà dello Stato e sempre con in risultato di usare e dominare il territorio, o fisicamente o virtualmente”. Eccom come funzionavano le frodi milionarie .

Katia Crascì, nata a Tortorici nel 1979, aveva chiesto contributi per i suoi terreni all’Unione europea. Peccato che nei “suoi” terreni figuravano anche quelli in gestione alla Nato e alla Marina americana (U.S Navy). Cioè gli stessi dove sorge il sistema di Muos, la maxi antenna di comunicazione satellitare americana. C’è anche la base americana di Niscemi tra quelli al centro della maxi inchiesta della procura di Messina sulla cosiddetta “mafia dei pascoli“: 94 indagati, 48 in carcere e il resto agli arresti domiciliari. Dall’operazione del Ros di Messina e della Gico della Guardia di Finanza, però, emerge come quella dei Nebrodi, storicamente considerata di impronta prettamente rurale, abbia ormai un “nuovo volto”. Di più: l’ufficio inquirente guidato da Maurizio De Lucia ha rivelato invece la “strategia della nuova mafia di Tortorici, non estorsioni di base ma truffe sistematiche ai danni dell’Unione europea, in realtà dello Stato e sempre con in risultato di usare e dominare il territorio, o fisicamente o virtualmente”.

In questo modo otteneva l’attestazione falsa dei terreni, grazie alla connivenza di operatori dei Centri di assistenza agricola, che individuavano telematicamente i terreni non attivi e li indicavano agli indagati che se ne attestavano la titolarità anche grazie a prestanomi per poi richiedere i contributi pubblici. Tra gli operatori dei centri di assistenza agricola anche l’attuale sindaco di Tortorici (all’epoca dei fatti in uno dei Caa), finito tra gli arrestati e sospeso dalla guida dell’amministrazione dalla prefettura di Messina. Tra i terreni al centro delle truffe non solo quello dove sorge il Muos di Niscemi, ma anche quello dove da anni c’è l’aeroporto di Boccadifalco, a Palermo: anche questo era stato dichiarato come terreno agricolo in possesso dell’organizzazione. Episodi perlomeno paradossali che però rivelano il “nuovo volto” della mafia Nebroidea.

Ma i terreni al centro delle frodi sono diversi. Un affare che ha fruttato da 150 a 200mila euro a testa l’anno, per una cifra complessiva di 10 milioni di euro. Il clan dei Nebrodi usava mezzi virtuali ma pur “sempre un ritorno alla terra – scrive il gip di Messina, Salvatore Mastroeni – alla roba verghiana, solo che la terra, la roba, è quella altrui e serve a carpire denaro a pioggia che torna dall’Europa”. Terra spesso demaniale, intestata anche a soggetti deceduti da 8 o 10 anni. Un sistema messo in atto con plurime connivenze, con “diffusa omertà”, ma anche con estorsioni e intimidazioni. Dall’inchiesta è emerso, infatti, un controllo del territorio da parte di una mafia in grado di rapportarsi con i clan più potenti del resto della Sicilia, da pari a pari. U Uappu, al secolo Sebastiano Bontempo, emerge dalle indagini come capo indiscusso del clan dei Batanesi, il gruppo più potente, che prende nome da una delle 72 contrade di Tortorici ma si radica anche in un’altra provincia, a Centuripe, cioè ad Enna, a riprova di un ruolo da “collante” tra diversi territori, province e procure: quattro in tutto tra Messina, Catania, Enna e Caltanissetta.

Un territorio noto per il controllo mafioso già dagli anni ’90, ma sul quale dal 2007 al 2016 non era stata più avviata nessuna indagine. L’ultima, che ha avuto un primo esito oggi, ha inizio nel febbraio del 2016, mesi prima dell’attentato subito dall’allora presidente del Parco dei NebrodiGiuseppe Antoci, avvenuto nella notte del 18 maggio.

Solo due settimane prima quei colpi esplosi sulla blindata che trasportava Antoci, sui Nebrodi si festeggiava con champagne il ritorno a casa del boss Sebastiano Bontempo, dopo 24 anni di carcere scontati per omicidio.

“Grazie di cuore al procuratore Maurizio De Lucia e ai suoi Sostituti, ai Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Messina e alla Guardia di Finanza di Messina. L’operazione di oggi evidenzia in modo chiaro il contesto in cui ci siamo mossi in questi anni mettendo il luce le motivazioni per le quali la mafia, attraverso quel terribile attentato, voleva fermarmi”. Lo dice l’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, che aggiunge: “Nonostante la consapevolezza che, con questa ulteriore ed imponente operazione, l’odio e il rancore contro di me cresceranno ancora di più, è comunque tanta la felicità che provo oggi nel vedere che il nostro lavoro serva al Paese e alla lotta alla mafia”.

“Se ho potuto completare il lavoro del Protocollo e poi della Legge – continua Antoci – lo devo a quei coraggiosi operatori della Polizia di Stato, gli uomini della mia scorta, che quella notte mi hanno salvato la vita. La mafia, come ulteriormente certifica questa importante operazione, voleva fermare tutto questo uccidendomi, ma loro, quella notte, con coraggio e sprezzo del pericolo, rischiando la loro vita, lo hanno impedito. Lo Stato ha vinto, se ne facciano una ragione mafiosi e mascariatori. Abbiamo colpito con un Protocollo, oggi Legge dello Stato, e con un’azione senza precedenti, la mafia dei terreni – aggiunge Antoci – ricca, potente e violenta, pur rischiando la vita e perdendo la libertà mia e della mia famiglia . E’ una vita difficile e complicata, ma giornate come questa danno l’assoluta certezza che ne vale la pena. Sì, lo Stato ha vinto e oggi ancora di più. Un particolare ringraziamento e riconoscimento a Daniele Manganaro e ai suoi uomini che impedirono agli uomini della Mafia di portare a segno l’attentato contro di me”, conclude Antoci.

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