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Viterbo, verso la privatizzazione di Talete, tutti d’accordo (o quasi)

Viterbo, verso la privatizzazione di Talete, tutti d’accordo (o quasi)

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Decisionista al fulmicotone, Salvatore Genova ha spiazzato un po’ tutti, almeno all’apparenza, con la sua ultima mossa. Non è infatti la prima volta che si discute della privatizzazione, totale o parziale, della società pubblica Talete. Il nuovo amministratore unico l’ha inserita nero su bianco al secondo punto all’ordine del giorno della prossima assemblea ordinaria dei soci. Al primo punto ci sono le classiche e generiche “comunicazioni del presidente”, al terzo l’attivazione dell’ormai mitologica due diligence (la verifica sullo stato patrimoniale della società), che tutti dicevano di voler assolutamente effettuare in tempi brevi (sono passati quasi tre mesi da quando la proposta fu approvata dal consiglio comunale del capoluogo e recepita dall’assemblea dei soci) e al secondo “analisi situazione aziendale, degli investimenti, patrimoniale, ed economico-finanziaria”, “provvedimenti conseguenti finalizzati a superare lo stato di crisi” e, ultima ma non per ordine di importanza, “la scelta sul mercato di un player industriale con cessione del 40% delle quote”.

Una decisione molto importante, questa della (parziale) privatizzazione di Talete, che risulta difficile credere che Salvatore Genova abbia preso senza il consenso dei soci più importanti, tra cui in primis i comuni di Viterbo e Civita Castellana e l’amministrazione provinciale. Non a caso, una delle prime reazioni alla paventata privatizzazione è venuta proprio dai consiglieri comunali del PD, Rifondazione Comunista e Movimento 5 Stelle di Civita Castellana, che hanno accusato il sindaco Giampieri di aver nascosto al consiglio comunale questa decisione dell’amministratore unico di Talete. Il comitato “Non ce beviamo”, che segue da sempre le vicissitudini della società pubblica, ha palesato il suo dissenso in un comunicato. “La cessione delle quote aziendali – sostiene il comitato “Non ce beviamo” – è un atto in pieno contrasto con la volontà popolare espressa con i referendum del 2011 tramite cui è stato abrogato il cosiddetto decreto Ronchi, il quale prevedeva proprio l’obbligo della cessione delle quote in capo agli enti locali nelle aziende che gestivano i servizi pubblici.

Si tratta dell’ennesima esplicita violazione dell’esito referendario. La cessione delle quote è in pieno contrasto con i principi e l’impianto della legge ‘Tutela, governo e gestione pubblica delle acque’, promossa con iniziativa popolare. Tale legge, nel recepire i contenuti della volontà espressa nel referendum del 2011, stabilisce i principi di governo pubblico del ciclo integrato dell’acqua, attraverso l’istituzione degli Ambiti di bacino idrografico con contestuale superamento degli Ato provinciali e di un Fondo regionale per la ripubblicizzazione. Da parte nostra faremo opposizione a questo scellerato progetto con tutti i mezzi a nostra disposizione, da quelli legali, istituzionali a quelli di piazza.

Facciamo appello ai cittadini, a tutte le forze politiche, ai sindaci e ai consiglieri comunali contrari alla privatizzazione, a sostenere la battaglia per la gestione pubblica dell’acqua in tutte le sedi e, quale prima iniziativa, diamo appuntamento a tutti il 26 alle 11 a via Saffi sotto il palazzo della Provincia”. Quindi chi critica la decisione di Genova lo fa per questioni formali (l’opposizione civitonica) e di principio (il comitato “Non ce beviamo” o il solito folcloristico  afflato stra-local).

Ma a parte l’attenzione che la consigliera Ciambella, contraria alla privatizzazione,  dedica alla questione arsenico e al caro bollette, al centro della sua battagliera e costante azione politica, tutti gli altri tacciono.

Non è dato sapere, ad esempio, cosa ne pensano sulla (parziale) privatizzazione di Talete il sindaco di Viterbo, i partiti, i sindacati, gli opinion leader e tutto quel caravanserraglio stra-local che ha sempre un’opinione su tutto. Il silenzio, in casi come questi, non solo è d’oro, ma è soprattutto un’ammissione esplicita. Se tutti tacciono, tutti sono d’accordo. Compresi alcuni personaggi dell’establishment locale abituati, quando hanno il loro lucroso tornaconto, a cavalcare tutte le tigri.

(Samuele Spada)

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