28 Gennaio 2023

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Storie, la morte di Giacinto ed il tennis maledetto del Caravaggio

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Eravamo rimasti all’interpretazione del dipinto “la morte di Giacinto” un quadro ad oggi senza paternità certa ma sicuramente ispirato dalle vicende del Caravaggio, in particolare dell’uomo Caravaggio un animo particolarmente irrequieto che nella sua breve esistenza affrontò gravi vicissitudini.

C’è una data cruciale nella vita di Caravaggio fu il 28 maggio 1606: responsabile di un omicidio durante una rissa e condannato a morte, dovette fuggire per il resto della sua vita per scampare alla pena capitale. Le date in questa vicenda sono basilari

Non era d’altronde la prima volta che il Merisi aveva avuto a che fare con la giustizia,già il 28 novembre del 1600 Merisi malmenò e percosse con un bastone Girolamo Stampa da Montepulciano, un nobile ospite del Cardinal Del Monte, uno dei suoi “protettori romani” prelato: ne seguì una denuncia. Gli episodi di risse, violenze e schiamazzi andarono via via aumentando; spesso il pittore fu arrestato e condotto nelle carceri di Tor di Nona

Non sarebbe comunque stato quello il primo guaio con la legge per il turbolento artista. Il Bellori sostenne che, intorno al 1590-1592, Caravaggio, già distintosi per risse tra bande di giovinastri, commise un omicidio a causa del quale fuggì da Milano prima per Venezia, poi per Roma. Il suo arrivo nella città papale sarebbe stato dunque la conseguenza di una fuga

Nel 1601 fu rilasciato dal carcere, tornando a dipingere dapprima la Cattura di Cristo e poi Amor vincit omnia. Nel 1603 fu nuovamente processato, questa volta per la diffamazione di un altro pittore, Giovanni Baglione, che querelò sia Caravaggio sia i suoi seguaci Orazio Gentileschi e Onorio Longhi, colpevoli di aver scritto rime offensive nei suoi confronti. Grazie all’intervento dell’ambasciatore francese, Merisi, condannato al processo, fu liberato e trasferito agli arresti domiciliari, seppur per poco (aveva scontato già un mese di carcere a Tor di Nona)

Tra il maggio e l’ottobre del 1604 il pittore fu arrestato varie volte per possesso d’armi e ingiurie alle guardie cittadine; inoltre, fu querelato da un garzone d’osteria per avergli tirato in faccia un piatto di carciofi.Nel 1605 fu costretto a scappare a Genova per circa tre settimane, dopo aver ferito gravemente un notaio, Mariano Pasqualone di Accumoli, a causa di Lena, amante e modella di Caravaggio. L’intervento dei protettori dell’artista riuscì a insabbiare l’accaduto anche se, al ritorno a Roma, il pittore fu querelato da Prudenzia Bruni, sua padrona di casa, per non aver pagato l’affitto; per ripicca, Merisi prese nottetempo a sassate la sua finestra, finendo nuovamente querelato. Nel novembre dello stesso anno il pittore fu degente per una ferita, che egli sostenne essersi procurato cadendo sulla propria spada

Il fatto più grave però si svolse a Campo Marzio, la sera del 28 maggio 1606 (anno successivo all’elezione di papa Paolo V, zio di Scipione Borghese, grande estimatore di Caravaggio): a causa di una discussione causata da un fallo nel gioco della pallacorda (una sorta di tennis) il pittore fu ferito e, a sua volta, ferì mortalmente il rivale, tal Ranuccio Tommasoni da Terni, con il quale aveva avuto già in precedenza discussioni spesso sfociate in risse.

 Anche questa volta c’era di mezzo una donna, Fillide Melandroni, le cui grazie erano contese da entrambi. Probabilmente dietro l’assassinio di Ranuccio c’erano anche questioni economiche, forse qualche debito di gioco non pagato dal pittore, o addirittura questioni politiche: la famiglia Tommasoni infatti, era notoriamente filo-spagnola, mentre Michelangelo Merisi era un protetto dell’ambasciatore di Francia

Il verdetto per il delitto di Campo Marzio fu severissimo: Caravaggio fu condannato alla decapitazione, che poteva esser eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per strada. Nei suoi dipinti cominciarono ossessivamente a comparire teste mozzate, e il suo macabro autoritratto prendeva spesso il posto del condannato

La permanenza in città non era praticamente più possibile: ad aiutare Caravaggio a fuggire fu il principe Filippo I Colonna che gli offrì asilo all’interno di uno dei suoi feudi laziali di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano. Il nobile romano mise in atto una serie di depistaggi, con l’aiuto di altri componenti della sua famiglia, che testimoniarono la presenza del pittore in altre città, facendone così perdere le tracce.

Alla fine del 1606, Caravaggio giunse a Napoli, nei Quartieri Spagnoli, dove rimase circa un anno.La fama del pittore era ben nota. I Colonna lo raccomandarono a un ramo collaterale della famiglia residente a Napoli: i Carafa-Colonna. Qui il Merisi visse un periodo felice e prolifico. Nel 1607 Michelangelo Merisi partì per Malta, sempre per intercessione dei Colonna, e qui entrò in contatto con il gran maestro dell’ordine dei cavalieri di san Giovanni, Alof de Wignacourt, cui il pittore fece anche un ritratto. Il suo obiettivo era diventare cavaliere per ottenere l’immunità, poiché su di lui pendeva ancora la condanna alla decapitazione. In questo contesto il Caravaggio firmò un documento che mise in discussione il suo reale luogo di nascita: il pittore vi dichiara che sua città natale è Caravaggio, in provincia di Bergamo: “Carraca oppido vulgo de Caravagio in Longobardis natus”.

A rimettere in discussione il suo luogo d’origine vi è poi un’ulteriore attestazione, proveniente dalla scoperta di un documento nuovo; in esso si legge la dichiarazione resa a Roma da un garzone mediolanensis, Pietro Paolo Pellegrino, nel corso di un interrogatorio: «questo pittore Michelangelo… al parlare tengo sia milanese», ma poi specifica «mettete lombardo, per che lui parla alla lombarda». Pellegrino non riconobbe nella cadenza del pittore l’accento che gli era familiare, essendo lui stesso milanese per nascita

Alla fine dell’estate del 1609 Caravaggio tornò a Napoli. Qui, probabilmente in ottobre, affrontato con violenza da alcuni uomini al soldo del suo rivale maltese, all’uscita della Locanda del Cerriglio (nei pressi di via Monteoliveto), rimase sfigurato e cominciò a circolare la notizia della sua morte. Da Roma gli fu inviata la notizia che papa Paolo V stava preparando una revoca della condanna a morte. Da Napoli quindi, dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna nel palazzo Cellammare, si mise in viaggio nel luglio 1610 con una feluca-traghetto che, settimanalmente, navigava verso Porto Ercole (oggi frazione del promontorio di Monte Argentario, in Toscana) e ritorno, ma diretto segretamente allo scalo portuale di Palo di Ladispoli, sotto il feudo degli Orsini, in territorio papale, luogo distante circa 40 km da Roma. In quel feudo avrebbe atteso, in tutta sicurezza, il condono papale prima di ritornare, da uomo libero, nella Città eterna.

L’ipotesi più certa racconta che l’arrivo a Palo di Ladispoli, disatteso dalla sorveglianza costiera, ne causò il suo fermo per accertamenti. Tuttavia la feluca, non potendo aspettare, sbarcò il Merisi e continuò la rotta a nord, presso Porto Ercole, dove effettivamente doveva giungere, tuttavia portandosi dietro il bagaglio dell’artista. Quelle casse però, contenevano anche il prezzo concordato dal Merisi col cardinale Scipione Borghese per la sua definitiva libertà, ed in particolare tre sue tele: una “Maria Maddalena in estasi”, che dopo la sua morte fu invece restituita alla marchesa Colonna, un “San Giovanni Battista” (conosciuto anche come il “Buon Pastore”), questo successivamente consegnato a Scipione Borghese, quindi un altro “San Giovanni Battista disteso”‘ ora conservato in una collezione privata. Il bagaglio, letteralmente vitale, andava assolutamente recuperato: la versione ufficiale affermerebbe che gli Orsini gli avrebbero offerto un’imbarcazione per raggiungere Porto Ercole, e recuperare quindi il prezioso carico. L’artista quindi raggiunse Porto Ercole via mare, approdando lungo la spiaggia del tombolo della Feniglia, ma non è chiaro se la precedente feluca-traghetto stesse invece già ritornando a Napoli, coi suoi bagagli a bordo.

Provato, affaticato e malato di febbre alta, probabilmente a causa di un’infezione intestinale trascurata, restò a Porto Ercole, quindi curato inutilmente nel sanatorio Santa Maria Ausiliatrice della allora Confraternita locale di Santa Croce, che alloggiava presso il retro della chiesetta di Sant’Erasmo, situata nel borgo alto, e che assistette al suo decesso, a soli 38 anni, il 18 luglio 1610.

La tesi ufficiale della morte a Porto Ercole tuttavia, fu dibattuta dal solo Vincenzo Pacelli, un professore dell’Università di Napoli ed esperto della storia del Merisi, sostenuto anche dallo storico dell’arte e divulgatore Tomaso Montanari. A conclusione di una rilettura di documenti dell’archivio di Stato e dell’Archivio Vaticano, infatti, la morte sarebbe avvenuta direttamente a Palo di Ladispoli. Secondo Pacelli, il Caravaggio fu assassinato da emissari dei cavalieri di Malta, con il tacito assenso della Curia Romana

QUINDI “UFFICIALMENTE” DAL 1606 AL 1610 CARAVAGGIO E’ IN UN ESILIO PROVOCATO DALLA TAGLIA E LA PENA DI MORTE PER DECAPITAZIONE CHE INCOMBE SULLA SUA TESTA O E’ UN DEPISTAGGIO?

Il racconto e la ricerca dettagliata fatta da storici del’arte è minuziosa..ma…..non è supportata se non da piccoli episodi, ricostruzioni poco circostanziate, un esilio in luoghi improbabili sostenuto da famiglie vicino al Papa Paolo V noto per il suo senso della vendetta che si scagliava contro il Caravaggio reo di aver assassinato un suo protetto e favorito , a nessuno conveniva essere nemico di un Papa che nomina i suoi parenti in tutti gli incarichi clericali e politici più prestigiosi, da Vice Re di Napoli, il fratello Francesco (1556-1620), duca di Rignano, generale dell’esercito pontificio; l’altro fratello Giambattista (1554-1609), governatore di Borgo e castellano di Castel Sant’Angelo; il nipote Scipione Caffarelli (1576-1633), figlio della sorella Ortensia, cardinale, etc… oltretutto Caravagio protetto dai Colonna che da sempre furono nemici sia dei Borghese che degli Orsini.

Capite da voi che nessuno dalla pentola si infila volutamente nella brace, certo sicuramente il Merisi fece qualche viaggio estemporaneo nel Sud non tanto per rifugiarsi ma per portare a compimento opere artistiche per impegni pregressi, non dimentichiamo che in quel periodo Caravaggio è tra i 5 pittori caposcuola più famosi del Mondo, è come se oggi un artista come Mick Jagger sparisse di colpo, sicuramente qualche zelante reporter lo andrebbe a pizzicare in qualche luogo anche quello più sperduto, immaginatevi  ai tempi chi non avrebbe trovato il Merisi per incassare la taglia e godere dei favori del Papa in un Paese in cui vigeva L’Inquisizione ; capite da voi che il tutto appare improbabile

COME ANDARONO I FATTI NELLA REALTA’

Lo storico dell’arte Federico Zeri ci offre già un indizio, scrivendo : “Il pittore Caravaggio e lo scrittore Pasolini paiono accomunati da vicende esistenziali dalle forti convergenze. C’è una forte affinità tra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi con l’aiuto dei loro veri Protettori ».

Zeri ci fornisce degli indizi e ci dà modo di riflettere sull’esistenza parallela dei due grandi artisti: entrambi eretici, irregolari e insieme partecipi del dolore dei disperati, innamorati della vita e dell’eros e creatori di arte inimitabile, pervasa dal labirinto della passione.

Zeri scrisse anche: “ visitando la Torre di Chia ho capito parecchie cose del Caravaggio, inclusa l’ammirazione sconfinata dell’intellettuale Pasolini per il Caravaggio, entrando nel suo studio nella Torre di Chia  ebbi chiaro perché Pasolini acquistò quel Maniero, mi bastò osservare il panorama”

Vi racconterò il finale avvincente di questa storia nel terzo post post de “la morte di Giacinto”, nel frattempo vi mostro nelle immagini, oltre al quadro de la morte di Giacinto, un dipinto che amo particolarmente di Caravaggio: Il Seppellimento di Santa Lucia , un capolavoro ambientato nelle catacombe sottostanti la Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro per la quale il dipinto fu eseguito. Il colore predominante del capolavoro è dato dalle tonalità ruggine sia del fondo cavernoso che della terra battuta mentre la luce radente fa risaltare il lento scalare delle figure. In primo piano due enormi becchini scavano la fossa mentre piccoli e sullo sfondo gli spettatori quasi si confondono. La giovane martire giace a terra distesa, unico segno orizzontale della composizione, con al collo il taglio mortale. Tutto nel dipinto sembra sospeso, lento e tormentato: al contrario di quanto usava allora Caravaggio non sceglie di rappresentare il martirio di Lucia ma il seppellimento. Come abbiamo detto l’artista era in fuga e ossessionato dalla morte e dalle armi da taglio: così dipingeva nevroticamente scene di decapitazione. Si percepisce un forte stato d’ansia da parte del grande artista, uno stato quasi palpabile per l’osservatore

Nelle immagini vedete ciò che vedeva Pasolini dal suo studio nella Torre di Chia, ovvero Pianmiano di Bomarzo con il Palazzo Mattei di Giove che svetta nella sua immensità nella Media Valle del Tevere, potete osservare un altro dipinto di Caravaggio: “ la cattura di Gesù” che Asdrubale Mattei tenne per se come mecenate del Caravaggio, Il dipinto del castello di Giove ai tempi eseguito da Paul Brill e il ritratto del Duca Asdrubale Mattei – Duca e signore assoluto di Giove

 

Pirro Baglioni

 

 

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