30 Settembre 2022

Blog Giornale Quotidiano

Storia della Tuscia: il lago di Vadimone, da dove tutto cominciò

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Ancora oggi molti toponimi delle località che circondano Orte testimoniano un culto che aveva larga diffusione in questi territori: Lucignano, Mugnano, Molegnano, ecc. Si tratta del culto di Giano, il dio bifronte, che gli Etruschi veneravano sulle sponde del lago, a lui consacrato. Forse anche Marte, dio della guerra, ebbe qui e sicuramente un suo tempio, poiché una località prossima al lago è ancora oggi chiamata Mavorrano, la cui etimologia contiene senza dubbio il nome del dio.

Anche Suri il Nero, principale divinità etrusca degli Inferi e della Divinazione che ha visto nascere Viterbo, l’antica Surna o Surrina Veteres e Aita qui erano di casa, le divinità Infernali degli Etruschi avevano su questo Lago dei loro insediamenti.Livio stesso narra che gli Etruschi celebravano qui, riti, feste e sacrifici in periodi particolari dell’anno per propiziare le loro esistenze, e che sia gli Etruschi prima che i Romani poi, vi bagnavano le armi per renderle invincibili

I soldati giuravano su queste sponde fedeltà ai loro Capitani e ai loro Signori quando entravano nelle Milizie, bevendo l’acqua del lago, che si credeva consacrata.Le virtù medicinali, le improvvise eruzioni, i gorgoglii, le isolette vaganti, rendevano il lago misterioso, non è quindi strano che i popoli pagani ne fecero un santuario, vedendo in questi fenomeni l’espressione del volere divino.

Ma gli echi della sacralità del luogo erano vivi ancora nel ‘500, se il poeta Orfeo Marchese può scrivere:…Sopra di quelle chiare, e limpid’onde giurar solean gli antichi soldati lì fuord’intorno vicino alle sponde, vi stavan quattro Templi edificati, ornati di colonne alte e profonde di molti vasi nobili adornati ove solean drendo i vasi lisci sacrificare i populi fallisci.(Orte era l’ultima città Falisca prima del Mondo Etrusco) Era dei quattro tempi un di Nettuno, l’altro di Giove, il terzo di Marte,il quarto delle Ninfe che lì funno e già vergate di ciò son più carte…

Quando Marchese scrive delle Ninfe (Lase) parla di Vegoia (Vecu) moglie di Culsans il “Giano Bifronte Etrusco”che qui sul Vadimone o nelle immediate vicinanze aveva di sicuro un suo tempio, Culsans che nella mitologia etrusca è il dio delle porte. Ha molte affinità con il dio romano Giano. Infatti, vengono rappresentati entrambi bifronti e si ritiene che avessero funzioni simili. Culsans è rappresentato come un giovane nudo, con soltanto un paio di stivaletti da cacciatore e un torques al collo, simile nell’iconografia del Dio dei confini Selvans.

Un particolare che è stato rilevato con riferimento a una statuetta del Dio Culsans proveniente da un deposito votivo di Cortona è la posizione delle mani: la mano destra protesa in avanti sembra stringere un qualche attributo, forse una chiave andata perduta, ma l’indice alzato sembra indicare il numero uno, mentre l’altra mano appoggiata al fianco sinistro sembra indicare il numero tre.

Un’ipotesi fornita da Romolo Augusto Staccioli, mette in relazione questo particolare con la statua di Ianus sull’Argileto a Roma che indicava con le mani il numero dei giorni dell’anno solare: Giano, il Sole dei Misteri, era rappresentato con il numero 365, diviso in 300 in una mano, e in 65 nell’altra mano. C’è un passaggio dell’autore romano Plinio il Vecchio in cui descrive una statua di Giano in cui le sue dita sono posizionate per rappresentare il numero 365 (CCCLXV) giorni dell’anno.

Mito e simbologia sicuramente conosciuti dal Duca di Giove  Asdrubale Mattei che in età barocca ristrutturò l’antico castello, grazie ad artisti della scuola del calibro di Carlo Maderno suggerito a sua volta da Caravaggio di cui il Duca Mattei era mecenate, trasformandolo in un elegante palazzo con 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno, il riferimento storico voluto dai Mattei di Giove è più che un pensiero, calcolando che i Mattei sapevano che secoli e secoli prima al posto dell’elegante palazzo/fortezza esisteva un grande tempio dedicato a Giove (da cui il paese prende il nome) e del mito del Giano bifronte sia etrusco che romano e templi ancora visibili (come ci tramanda Mattei) di queste divinità

Nel racconto mitico è rimarcato come Tages fosse nato dalla Dea Terra, come un vero figlio della Madre Terra. La coppia divina, Vecu e Tages, si pone alle origini del credo “rivelato” degli Etruschi e rimanda esplicitamente al principio femminile divinizzato, elemento fondante dell’originaria religione tirrenica.Il mito tramanda che Vecu, ninfa e sibilla, ovvero sacerdotessa e profetessa, rivelò ad un sacerdote di Chiusi, Aruns Veltumnus, una rilevante parte dell’etrusca Disciplina: la dottrina relativa ai sacri confini della terra e l’arte fulgurale, dottrina che si occupava dell’interpretazione dei fulmini e degli altri fenomeni celesti.

Lasa Vecu tramandò la sua “rivelazione” in una serie di scritti, testi sacri conosciuti anche dai romani e chiamati Libri Sibillini, dei quali oggi restano minimi frammenti. Una copia di essi era conservata, secondo le testimonianze di Servio e di Ammiano Marcellino, a Roma all’interno del Tempio di Apollo Palatino, fatti lì collocare dall’imperatore Augusto.

I Kabiri i misteriosi Dei adorati in Etruria e in Samotracia, Spiegava Erodoto che quei Pelasgi che erano venuti a convivere con gli Ateniesi, andarono poi ad abitare a Samotracia. Dove veniva praticato il culto segreto in onore ai Dei Kabiri. Erodoto conosceva la provenienza misteriosa dei Pelasgi perché egli era stato iniziato ai Misteri Kabirici, secondo quanto affermano Aristofane e Platone.

Dionigi di Alicarnasso sosteneva che: “Gli oggetti sacri portati in Italia da Enea erano i simulacri dei Grandi Dei che tra i Greci erano particolarmente venerati dai Samotraci”. Inoltre riferiva che presso i Romani erano chiamati Camilli quei ragazzi che aiutavano i sacerdoti in certi riti istituiti da Romolo, e che “allo stesso modo venivano chiamati Cadmiloi quelli che presso gli Etruschi e prima ancora presso i Pelasgi celebravano i Misteri in onore dei Cureti e dei Grandi Dei”.

Egli riferiva pure un passo di Mirsilo di Lesbo dove si diceva che gli Etruschi praticavano il culto dei Cabiri.Kabeiroi significa “i potenti per mezzo del fuoco”, dal greco καίω, “bruciare”. Ai Kabiri, Diodoro attribuisce l’invenzione del fuoco e l’arte di lavorare il ferro. Pausania dice che la divinità kabirica originale era Prometeo. In India il loro nome è Agni-Putra, Figli del Fuoco. Il culto dei Kabiri il cui ricordo si perde nella notte dei tempi, era legato ai Fuochi Sacri e alle grandi energie vulcaniche, i loro templi erano sempre costruiti in località vulcaniche. Kabeiros significa potente per mezzo del fuoco, naturalmente vulcanico. All’inizio dei tempi erano le guide dell’umanità e quando incarnati come Re delle Dinastie Divine essi hanno dato il primo impulso alla civiltà e hanno condotto gli uomini ad inventare e perfezionare le arti e le scienze.

Pensate che il Vadimone geologicamente e scientificamente è al contempo considerato innanzitutto un Sinkhole, uno sprofondamento improvviso del terreno. Conosciuti con il termine “Sinkhole”, un evento geologico drammatico per le modalità ed i tempi rapidissimi in cui avviene. Due esempi recenti accaduti nel Lazio , precisamente nel gennaio 2001 vicino al paese di Marcellina alla base dei Monti Lucretili, uno sprofondamento improvviso di un terreno con un diametro di 35 metri ed una profondità di 15 metri,  ma il Vadimone nasce come Sinkhole migliaia di anni fa con la voragine creata dal Sinkhole immediatamente occupata da acque sulfuree sotterranee con acqua ipotermale,  e non finisce qui perchè al contempo il Vadimone è un Mccaluba un vulcano di fango dove all’improvviso si possono creare dal nulla 3 o 4 vulcanetti di fango altu 2,5 metri con visibili all’interno delle piccole fiamme, ma anche fenomeni vulcanici di una certa importanza e non finisce qui…..

Il Vadimone è anche una fonte di bioluminescenza, dove le sorgenti sulfurre riversano acque lattiginose che fungono da collante con rami e foglie e canne che cadono nel lago formando una vegetazione palustre che con i depositi minerali formano ammassi di una certa consistenza denominate Isole galleggianti luminose” .Isole galleggianti ben conosciute ad esempio da Vicino Orsini Signore di Bomarzo , creatore del Sacro Bosco, se ci fate caso sotto le statue del Parco dei Mostri ci sono delle vasche, vasche in cui, quando l’Orsini organizzava feste notturne nel Sacro Bosco, inviava puntualmente i suoi uomini a prelevare queste “isole di luce” che animavano galleggiando nell’acqua le possenti statue in pietra del Parco che sembravano animarsi offrendo un effetto orrifico, sembravano creature mitologiche delle favole nordiche che si animavano di luce propria

Ritornando al Vadimone ed al suo culto per il rito dell’invincibilità citato da Livio, pare che ancora oggi i moderni fighters provenienti da ogni luogo del Mondo a conoscenza di questo rito arrivino in maniera poco vistosa e riservata sulle sponde del Vadimone del “Lago del Demonio” per compiere questo rito affinchè gli antichi Dei possano proteggerli dalla morte e renderli invincibili in battaglia. La storia ci ha insegnato che la Media Valle del Tevere ed in particolare questo Laghetto fu  luogo di scontro di civiltà per la supremazie dell’una sull’altra. Romani contro etruschi tramite due battaglie dove il sangue scorreva a fiumi ma ci ha anche insegnato che tutti i Condottieri di Ventura, Principi delle loro comunità in questa Valle compiendo questo rito millenario hanno vinto battaglie incredibili e le gesta di Bartolomeo d’Alviano, di Giovan Corrado e Vicino Orsini, di Pirro I° Baglioni (Colonna) da Sipicciano, di Giovanni Forti di Orte sono conosciute da tutti gli storici del Mondo.

E oggi la Carnia ed il Friuli sono italiane:. ciò è dovuto a Bartolomeo D’alviano e Giovan Corrado Orsini che rispettivamente Comandante e Vice Comandante dell’esercito della Serenissima Repubblica di Venezia le conquistarono, così come Pirro Baglioni ( Colonna) da Sipicciano che vincendo la battaglia di Montemurlo insediò sul trono di Firenze il Granduca Cosimo I° De Medici, quel Pirro Baglioni che salvò la Tuscia dai Lanzichenecchi fermandoli sul Tevere e sfidandone il supremo Comandante che per codardia e per paura della fama del Baglioni preferì passare per la Sabina devastandola prima di arrivare a Roma e distruggerla e saccheggiarla con  il famoso “Sacco di Roma” del 1527. Così come Vicino Orsini, lesto di spada combattè guerre infinite, prima nella Lega di Smalcalda contro i Protestanti poi eroe dell’assedio di Hesdin in cui fu fatto prigioniero, torturato e rilasciato dopo due anni per effetto della pace di Cateau-Cambrésis, così come Giovanni Forti di Orte,  il primo Italiano a combattere in Bosnja contro l’esercito turco in missione azzardate, quelle che oggi definiremmo “operazioni da corpi speciali”.

Uomini eccezionali che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia non solo della Tuscia ma del Mondo, uomini colti e al tempo stesso terribili in guerra, per chi conosce Friedrich Schiller sembrano l’incarnazione dei “Masnadieri“,  sono loro che impersonificano la vera rappresentazione del concetto di Libertà o morte, la guerra perpetua per l’emozione adrenalinica della battaglia, il coraggio ed il valore all’ascesi del sapere politico, nessuno riesce a rappresentare la filosofia di Schiller meglio dei Condottieri di Ventura del Tevere , riescono anche ad anticipare il pensiero di Schiller di almeno due secoli

 

 

Pirro Baglioni

 

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