Home Politica Politica nazionale, Fioroni a “Il Foglio Quotidiano”: Votare NO al referedum senza mettere in crisi il governo, come? Non coinvolgendo Conte”
Politica nazionale,  Fioroni a “Il Foglio Quotidiano”: Votare NO al referedum senza mettere in crisi il governo, come? Non coinvolgendo Conte”

Politica nazionale, Fioroni a “Il Foglio Quotidiano”: Votare NO al referedum senza mettere in crisi il governo, come? Non coinvolgendo Conte”

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Riprendiamo integralmente l’intervento dell’ex ministro Giuseppe Fioroni pubblicato in data 28 agosto  da “Il Foglio Quotidiano”

Chi pensava a un referendum sottotono, cannibalizzato dal voto per le regionali, deve ricredersi. Semmai avanza a passo veloce il rischio opposto. L’appuntamento elettorale del 20-21 settembre può assumere il profilo di evento politico straordinario, con un impatto diretto sugli equilibri di governo, proprio in virtù del confronto sulla revisione del numero dei parlamentari. Più passa il tempo e più i riflettori inquadrano fuggevolmente le sfide per i governi regionali. La sensibilità della pubblica opinione non è quella di qualche settimana fa, ma i vertici di partito stentano a coglierne le implicazioni. Dunque, viene facile riconoscere adesso che è stato davvero un atto d’ingenuità la derubricazione del quesito referendario a elemento a-problematico, oggetto di scontatissima verifica popolare. Sembrava tutto scritto, così da lasciare in ombra persino la disputa sui possibili vincitori: in un certo senso ognuno avrebbe potuto trarre dal voto, ovvero dal sì alla modifica costituzionale, un fregio simbolico a conferma della propria empatia con il corpo elettorale. Orbene, sulla scia di questa inversione di rotta del sentimento collettivo, il Pd scopre di essere ridotto a fungere da parafulmine di qualsivoglia contraddizione. Si sono accumulati errori che in larga parte dipendono dal corto circuito, sempre incombente nelle nebbie della post-democrazia, tra gestione oligarchica del partito e uso ciarliero, per così dire, della libertà di dibattito. Non è colpa di Zingaretti, perché la sua vocazione a unire e a condividere rientra nella sua biografia più accreditata. Sta di fatto però che il Pd subisce il contraccolpo di una vicenda che matura nel clima di estemporaneità dell’alleanza di governo. E’ vero, il ridimensionamento dei seggi assegnati a deputati e senato ristava negli accordi coni Cinque Stelle; ma sempre negli accordi, come ossessivamente e giustamente si ricorda, c’ era un corredo di misure che avrebbero dovuto integrare e armonizzare l’ operazione del taglio sic et sempliciter, portando a sintesi le varie esigenze di tutela e consolidamento della democrazia di tipo parlamentare. La scelta del no deriva pertanto dalla constatazione di come la sola amputazione della rappresentanza comporti un rischio di mal funzionamento del sistema, indebolendo in sostanza il pluralismo e alterando, anche al di là delle intenzioni, la dialettica tra maggioranza e opposizione. Sembra difficile, a questo punto, che una formale deliberazione possa comporre la frattura che divide verticalmente il campo riformista. La partita non mette in competizione banalmente il fronte dei conservatori e quello dei progressisti, bensì due modi, a conti fatti, di porsi con lucidità e coerenza al servizio del cambiamento. Se il Segretario dovesse indicare l’opzione del sì, in ossequio al principio di lealtà verso gli alleati, non ci sarebbe ragione di mettere ai voti la proposta. Giunti a questo punto, agli errori finora compiuti non bisogna aggiungerne un altro, quello della palese formalizzazione del dissenso negli organi di partito. Semmai il problema sta nella concreta valutazione di quale possa essere il riverbero del voto sulla stabilità della maggioranza e quindi del governo. Ove fosse il no a prevalere, non dovrebbe scattare una clausola di consequenzialità negativa, piegata cioè al ricatto della inevitabile apertura della crisi. Su questo punto bisogna essere chiari, anzi persino intransigenti. Il Pd dovrebbe sostenere, benché in apparenza svantaggiosa, la neutralità del presidente del Consiglio.

Questa rappresenterebbe la garanzia di una prosecuzione senza scosse del lavoro che finora Giuseppe Conte ha portato avanti con sagacia, mettendo a segno, per altro, il risultato ottenuto in Europa con il varo del Reco veryFund. Possiamo permetterci, quale che sia l’ esito del referendum, una crisi di governo? E viceversa, possiamo impegnare il governo in una disputa insidiosa, dando al Presidente del Consiglio l’onore improprio di una proposta diretta a modificare strutturalmente l’istituto parlamentare? Sono domande retoriche dal momento che una classe dirigente responsabile ha unicamente il dovere di starne lontano quanto più si può, allontanando i fantasmi di un governo che partecipa alla dilatazione delle polemiche sugli strascichi dell’ an ti politica, essendo in effetti l’antipolitica l’involucro della fantasiosa contrazione della rappresentanza parlamentare. In passato si è sfidato il Paese connotando il referendum di improprie suggestioni di potere. La nostra responsabilità impone nel presente che non rigurgiti la medesima voglia di contraffare lo spirito di riforma con il desiderio di comando.

(Giuseppe Fioroni- Il Foglio Quotidiano- 28 agosto 2020

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