5 Dicembre 2022

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Musica, Manuel Agnelli, un esordio solista da incorniciare

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Che è successo a Manuel Agnelli? Dai, lo sapete tutti: si è preso un po’ di tempo dalle dinamiche di una band piuttosto invasiva come quella degli Afterhours di cui da una parte è sempre stato unico leader, dall’altra ha dovuto scendere a compromessi con un sacco di musicisti eccezionali. Ha anche lasciato il talent che l’ha reso famoso nel mainstream, giurando di tornare in tv con altri programmi. Ha sfornato alcuni singoli piuttosto strani e, giusto per non farsi mancare niente, ha pubblicato le canzoni della colonna sonora di Diabolik. La profondità degli abissi, il singolo, ha portato a casa il David di Donatello. Insomma dai, mica male per un “esordiente” di 50 anni e passa.

Finalmente è uscito l’album dal titolo Ama il prossimo tuo come te stesso, ed è già ironico che l’abbia suonato praticamente tutto da solo. Dentro il disco che conta 10 canzoni tra edite e inedite, tutto acquista più forma che singolarmente. Si sente che Manuel è un animale da album, che ama quel formato e che lavora per la collezione di canzoni da ascoltare una dopo l’altra, ben attento alla sequenza delle stesse. Io sono come lui e ne godo, perché il disco di Manuel è vario, con dei suoni belli sporchi, a volte cattivo come il peggior bullo, altre melodico come un Tenco che abbia perso la via di casa. Si percepisce la voglia di Agnelli di andare fuori dal seminato, di provare esperienze nuove senza l’assillo di dover fare “cose alla After”. Secondo me si è divertito un sacco.

Il disco inizia con la ballata pianistica Tra mille anni mille anni fa, drammatica ed evocativa, un po’ musical, ma è un genere che riascolteremo ancora. La voce di Manuel si presta molto bene e il testo è meno criptico di molti brani che ha scritto in passato, più cantautorale. Segue Signorina mani avanti, che avevamo già ascoltato come singolo: batteria industriale pestona, chitarre elettriche acide e abrasive, urla, molto Mark Lanegan. Anche il terzo pezzo, Proci, lo avevamo già ascoltato e qui dentro ci sta benissimo, col suo incedere matto di pianoforte ritmico da colonna sonora di horror anni ’30, suoni industriali, struttura prog, parole forti, molto, molto interessante. Il nuovo singolo Milano con la peste è toccante: una canzone d’amore e di lontananza mentre fuori c’è il covid, con una struttura molto lineare, di quelli con cui vorresti vedere Manuel Agnelli in gara a Sanremo, a vincerlo pure.

Di tutt’altro tiro è Lo sposo sulla torta e stavolta Manuel fa un duetto con tale Vaselyn Kandinsky, una cantante  che non conosciamo, e allora vado a chiedere chi sia. Mi rispondono: “un’emergente che vuole rimanere anonima”, e a me sa tanto di scherzone che nasconde un nome noto sotto mentite spoglie, ma lo scopriremo solo vivendo. Canzone simpatica, rock n roll sintetico un po’ Jesus and Mary Chain. La successiva Severodonetsk ci ricorda che ad Agnelli piace un sacco la chitarra distorta e il ritmo industriale, poi ad un certo punto sembra un lento beat degli anni ’60 preso da schizofrenia. Nella settima traccia, Guerra e popcorn, torna il piano in un mid tempo accidentato, cattivo, caustico che poi diventa pura psichedelia che nemmeno i Flaming Lips o i Butthole Surfers. Che tiro questo Agnelli!

Pam pum pam già la conoscevamo, altro pezzo d’orchestra e musical, con una voce alla Jesus Christ Superstar che regge sempre assai, seguita da La profondità degli abissi, quella signora canzone che già conosciamo bene.  Conclude l’album la title track, di nuovo una ballata pianistica molto drammatica, con mille archi dissonanti a fare da orchestra. Un brano quasi pop, e viva dio che Manuel Agnelli dopo tutto questo tempo nella musica abbia sempre voglia di sperimentare, di suonare coi pischelli elettrici dei Little Pieces of Marmelade, con Rodrigo D’Erasmo, Fabio Rondanini, Lorenzo Ogiati ma soprattutto da solo, suonando qualsiasi cosa, dalle catene ai bidoni al pianoforte. Di fronte a così tanta creatività viene quasi da ringraziare la televisione, che ha dato la capacità economica ad Agnelli per farsi i cazzi suoi in studio, senza dover dipendere dalle mode o dalla classifica, facendo solo il disco che aveva in mente. (Simone Stefanini/rockit).

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