3 Dicembre 2022

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Milano, 60 anni fa la prima de “La dolce vita” di Fellini

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Perplesso, qualcuno dice più imbarazzato che disturbato, il Commenda fa accendere le luci nella saletta di proiezione, palazzetto Rizzoli, via del Gesù 25, e incomincia a muoversi nervoso tra gli amici: «Se potessi mi ritirerei dall’impresa. Ho già capito che è meglio limitare le perdite, perché sarà un fiasco». Ma tutto è pronto. Il 5 febbraio di 60 anni fa, serata grigiotopo senza neve, al cinema Capitol (chiuso nel 1984) arrivano Fellini e Mastroianni ansiosi, Anita Ekberg beata in chignon alto e sei giri di perle, il produttore editore ex Martinitt ex analfabeta Angelo Rizzoli, Anouk Aimée eterea e «la più bella», paparazzi tanti, e la percettibile sensazione del pericolo.  Fu un terremoto. Il lancio ostacolato, offeso, denunciato, infine premiato e per sempre celebrato di «La dolce vita» parte dal Capitol di Milano, si sa, eppure lo ricordiamo sempre, soprattutto in questo centenario dalla nascita di Federico Fellini: è un taglio netto, con «8 1/2» è un dittico del mai-visto, e nella storia del cinema c’è un prima e un dopo. Rizzoli aveva pensato alla claque, ma ci voleva un esercito per vincere fischi e buuh.

 

Quando Mastroianni si muove per uscire: «Vigliacco! Vagabondo!», e dati i tempi l’inevitabile «comunista!». C’è il famoso sputo sul collo di Fellini, leggenda che fosse di una signora in pelliccia, però è registrato da tutti, come l’inesorabile: «Signore, la sfido a duello» di un tizio coi baffetti che batte i tacchi. Invece di posare il corteo cerca la fuga, tutti alla Terrazza Martini. Scandalo. L’arcivescovo di Milano non ancora Paolo VI chiude la porta quando invece il cardinale Siri difende il film, preso per mano alla «lettura» dal gesuita del San Fedele padre Arpa, da anni amico di Fellini. È Pierfranco Bianchetti a ricordarci, nel suo blog, che gli incassi della serata, ironia della sorte, erano per l’Istituto Martinitt. A

l film il destino riserva milioni, Palme e Oscar. Un passo indietro, nel ricordo dello sceneggiatore Leo Benvenuti, per capire il rischio quando De Laurentiis rifiutò la produzione offerta da Peppino Amato: «Eravamo da Rizzoli. Mi ricordo bene perché stavamo parlando, io, Piero De Bernardi e Rizzoli, del culo della Granata, fenomenale. Si spalanca la porta e arriva Amato col copione. Lo brandisce sotto il naso di Rizzoli, che si ritrae: “Questo film fa schifo“ urla Amato, “M’ha fatto c…, e se lo leggi vomiti anche tu. E allora tiè“, e tirò il malloppo contro il muro sopra la nostra testa. Poi a Rizzoli: “E proprio per questo tu lo devi fare, bisogna farlo, e noi lo faremo!“».

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