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Massaggi a luci rosse, condannata cinese

Massaggi a luci rosse, condannata cinese

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Condannata a un anno e 6 mesi per favoreggiamento della prostituzione una 40enne cinese, ex titolare di un centro massaggi a luci rosse in via Garbini. Il procedimento è ripreso ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini con la deposizione dell’ultimo testimone dell’accusa, un sessantenne della provincia, e assiduo frequentatore del salone benessere che chiuse definitivamente i battenti nell’autunno del 2016.

 

“Ci andavo settimanalmente quando finivo di lavorare, perché lavoravo lì vicino e venivo accolto sempre da due ragazze asiatiche. Di solito pagavo 40 euro e alcune volte dopo il massaggio facevo un bagno rilassante in una vasca” ha spiegato il sessantenne, il quale incalzato dalle domande del pm, Chiara Capezzuto, volte a chiarire se avesse o no usufruito di trattamenti particolari alle parti intime, ha confermato solo in parte, non senza imbarazzo, quanto dichiarato ai carabinieri all’epoca in merito alle prestazioni sessuali ricevute dietro il pagamento di somme di denaro. Inoltre, il teste ha specificato di aver riconosciuto la proprietaria e la dipendente dalle immagini comprese nel fascicolo fotografico che gli fu mostrato dai militari.

 

Le indagini che scattarono nel settembre del 2016 si conclusero al luglio del 2017 con il sequestro dell’attività commerciale gestita dalla donna. Gli inquirenti organizzarono dei lunghi e complicati appostamenti prima di entrare in azione, e nonostante le numerose reticenze riscontrate nel corso delle investigazioni, riuscirono a interrogare parecchi frequentatori. A raccontare in aula il percorso investigativo un ufficiale dell’Arma che prese parte alle operazioni. “Sei anni fa dopo l’estate rintracciammo dei volantini che reclamizzavano questo centro e su internet trovammo degli annunci dai contenuti sessuali espliciti – ha raccontato il carabiniere-. Dai controllo e dalle verifiche emerse che la donna aveva preso regolarmente in affitto il locale e un appartamento situato al piano di sopra e che lei e la dipendente fossero in possesso di regolari documenti. Successivamente notammo un viavai di clienti che riuscimmo poi a intercettare e ascoltammo alcuni di loro a sommarie informazioni”. In conclusione della requisitoria, il pubblico ministero, ritenendo che fosse stata provata ampiamente la responsabilità penale della donna, ha chiesto una condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione. Il verdetto finale emesso dal terzetto collegiale ha condannato la donna a un anno e 6 mesi di carcere concedendo la sospensione della pena. (fonte corrierediviterbo.corr.it).

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