Home Cultura “Genesi di un’immagine”, di Giada Rochira: “Sine Photoshop”
“Genesi di un’immagine”, di Giada Rochira: “Sine Photoshop”

“Genesi di un’immagine”, di Giada Rochira: “Sine Photoshop”

0
0

“Un esteta è innanzitutto esteta di se stesso. È questa la molla che scatta in chi fa dell’autoritratto un’arte. Narciso ergo sum. Se Narciso avesse avuto una macchina fotografica, la propria imago della quale s’innamorò ancorchè riflessa in uno specchio d’acqua rimbalzerebbe oggi di web in web. Tra i milioni di selfie che oggi immortalano in ogni istante della vita fotogrammi dei più vari auto-reality, ce ne sono milleduecento nel mondo che, come ha scritto Giorgio Bonomi (autore del libro “Il corpo solitario”, editore Rubbettino) “hanno fatto della tecnica dell’autoscatto una vera e propria poetica”: così inizia un articolo scritto su Repubblica il 24 febbraio 2014, in seguito alla vincita di un concorso internazionale di fotografia a cui ho partecipato.

 

Sine Photoshop è il secondo titolo con cui ho “battezzato” una mia opera inizialmente chiamata “Azzurro”. È un’opera a cui sono particolarmente legata e non solo perché abbia vinto un premio internazionale e attualmente è in mostra permanente al museo Limen di Vibo Valentia, ma perché contiene in uno scatto tutto quello che è il mio pensiero sulla fotografia. L’opera è un autoscatto; realizzato montando su un cavalletto una PowerShot GI X a diaframma chiuso per assicurarmi la profondità di campo e la nitidezza intorno al soggetto, compensata da un tempo di esposizione incrementato per impressionare il movimento dell’abito. Quando si scatta un autoscatto, in realtà non si può sapere a priori quello che sarà il risultato finale, ma non si tratta neppure di quello che in gergo fotografico viene definito scatto fortuito, visto che la preparazione a monte ne prevede un esito quasi certo, verosimile all’idea che si ha in partenza.  Dai dagherrotipi alle attuali reflex, i mezzi con i quali appassionati e professionisti si sono cimentati nei secoli, per ottenere l’immagine desiderata, sono molteplici e più che un articolo ci vorrebbe un trattato. Una cosa però non è mai cambiata: la fotografia è un’immagine che si ha in testa, il mezzo dunque è solo lo strumento con cui la si realizza. È questo il primo concetto che cerco di trasmettere agli alunni e a chi mi chiede consigli sull’acquisto di una macchina fotografica.

La scelta di ribattezzare Azzurro in Sine Photoshop è stata dettata dalla stanchezza: quella di spiegare a chiunque  vedesse l’opera esposta nelle varie mostre che la foto è uno scatto puro e non il risultato di un’elaborazione grafica fatta con Photoshop, al punto da mettere una scommessa con un professore di storia dell’ arte: se avesse trovato una sola differenza tra la foto che era ancora nella macchina fotografica e la stampa che stava osservando gli avrei offerto una cena (non vi fu nessuna cena, poiché non v’era alcuna differenza).

All’inizio dell’articolo di Repubblica si parla di estetica.

Dal greco. αἴσϑησις «sensazione», «percezione», «capacità di sentire», «sensibilità». È il filosofo tedesco Baumgarten che per primo usa il termine estetica nell’accezione moderna. Secondo Baumgarten, infatti, l’estetica è, sì, conoscenza, ma conoscenza propriamente «intuitiva» e «sensibile». Questo significa che per Baumgarten, accanto alla verità espressa dalla matematica e dalla filosofia, c’è posto per un altro tipo di verità: quella storica, poetica e retorica. Si tratta appunto della verità estetica, cioè della verità conosciuta in modo sensibile.

Con la nascita dell’estetica l’arte viene vista in modo assolutamente nuovo e la stessa bellezza non è più giudicata come raggiungimento di una perfezione misurata in base a canoni o norme precostituiti. Ciò che caratterizza la riflessione estetica moderna è il riconoscimento che l’arte e il bello sono nozioni individuali e storiche, e in quanto tali fanno appello non all’intelletto e alle sue regole bensì al sentimento. Personalmente dissento da questo concetto, poiché l’arte e il bello hanno canoni ben precisi di armonia e geometria, come asserirebbe Fibonacci, padre della sezione aurea. Si può dunque parlare di espressioni artistiche, senza le quali tanti musei e biennali chiuderebbero i battenti. Perché se Duchamp con la sua opera “Fontana” nel 1917 lanciò una provocazione, e lui stesso aderì al movimento Dada, dichiarato anti-razionale anti-artistico, questo purtroppo ha aperto il varco a una disarmante banalità spacciata per arte. Dunque, per concludere, mi associo al pensiero di Kant secondo il quale, i giudizi estetici sono «soggettivamente universali». Questo significa che in un giudizio estetico ciò che propriamente viene alla luce è un «senso comune», ossia un senso o sentimento condiviso, qualcosa insomma di universalmente comunicabile.

(giada rochira)

 

 

 

 

 

LEAVE YOUR COMMENT

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *