Home Cultura Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “Qualcosa di ecclesiastico”
Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “Qualcosa di ecclesiastico”

Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “Qualcosa di ecclesiastico”

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C’è qualcosa di ecclesiastico. E’stata questa l’esclamazione di un architetto romano, dopo aver visto questa mia foto. Che ci sia o meno qualcosa di ecclesiastico, in realtà non lo so, quantomeno non ne sono consapevole. Ecclesiastico è sia un  aggettivo che un sostantivo, dal tardo latino ecclesiastĭcus, dal geco ἐκκλησιαστικός,  ἐκκλησί  <<chiesa>>, e concerne quello che riguarda e appartiene al clero. Dunque, non so se vi sia qualcosa che riguardi la chiesa, ma una cosa posso asserirla quasi con certezza: Chi si occupa di arte qualcosa di divino lo possiede. Basti pensare al motivo iniziale per cui l’arte nasce: un mezzo per mettere in comunicazione il terreno con il divino. Non certo per abbellire stade, case, palazzi; né, tantomeno, per appendere i propri “cancri” mentali in qualche galleria. Lo stesso simbolo della croce non è altroche’ l’incrocio di due rette, una orizzontale, l’altra verticale. Il punto di intersezione tra le due rappresenta l’uomo che dotato di libero arbitrio può scegliere se seguire la linea orizzontale, quella terrena pragmatica legata alla materia, o quella verticale ascetica e spirituale. Il simbolo della croce è un simbolo esoterico, solo in un secondo momento la religione cristiana lo ha fatto proprio, dato che è la religione che fa parte di un sistema molto più ampio, quello esoterico .

Il simbolo che precede la croce è quello della circonferenza che rappresenta l’unita’ primordiale, antecedente alla creazione e, in senso più ampio, la coscienza stessa nel momento in cui si manifesta nel mondo della virtualità. È il Kether dei cabalisti, punto di partenza virtuale di tutto l’universo olografico creato.

La genesi di questa foto nasce per tutt’altro motivo. Collaborando con una sartoria teatrale romana, mi è stato commissionato di fare foto ad abiti di scena, alcuni dei quali hanno girato l’Italia nei più famosi teatri: da quello dell’Opera a Roma al San Carlo a Napoli,  la Scala a Milano. Abiti per Rugantino, Giulietta e Romeo, Esmeralda di Notre dam de Paris e molti altri.

Alcuni li ho fotografati facendoli “indossare” al classico manichino sartoriale, altri li ho interpretati io e per mezzo dell’autoscatto mi sono immortalata in queste straordinarie creazioni, tutte rigorosamente fatte a mano da Giusy di Graci, un nome che a molti non dirà nulla, dato che si conoscono sempre i nomi dei costumisti, ma poi sono i sarti quelli che creano materialmente e trovano soluzioni concrete all’estro dei disegnatori. In questa foto di costume c’è ben poco, solo un mantello che a fine lavoro “timidamente” si era nascosto sotto tutti gli abiti. Non sapendo cosa abbinarci e sembrandomi abbastanza banale l’idea di poggiarlo su un manichino, ho deciso, data la leggiadria della stoffa ed essendo il colore uno dei miei preferiti, un verde giada orientale, di farlo volteggiare nell’aria. Ho costruito un set fatto di stoffe e drappi di colori che ben si sarebbero sposati tra di loro. Poi autoscatto impostato, buona la prima ed ecco lo scatto. A seguito di quasi tutte le mostre a cui fimora ho partecipato, molti per non dire tutti i giornalisti mi hanno posto la medesima domanda : “Perché la scelta dell’autoscatto? Narcisimo?”. A tutti ho risposto solo perché sono sempre reperibile, ottimizzo i tempi. Quando ho un idea precisa non perdo tempo a spiegarla. Logico No?

Giada Rochira

 

 

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