Home Cultura Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “L’irrequieta Pazienza”
Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “L’irrequieta Pazienza”

Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “L’irrequieta Pazienza”

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“Pazienza – È una buffa parola. Puoi dirla quando aspetti e quando scegli di non aspettare più.“

L’etimologia della parola pazienza si riconduce al latino pati = sopportare, soffrire, tollerare e al greco πάσχειν (paskein) = provare, ricevere un’impressione, una sensazione (sia positiva, sia negativa). Paziente è colui che sopporta sia una situazione sfavorevole, un’avversità, una provocazione, rimandando la reazione immediata o rinunciando a reagire del tutto. In medicina il paziente è colui che soffre di una patologia (termine che ha la stessa origine etimologica, significando, appunto, sofferenza, malattia); mentre in ambito religioso, la pazienza è la virtù che contrasta l’angoscia, la depressione, l’amarezza causata dai dolori fisici e morali e rafforza la volontà di operare il bene, nonostante le avversità del mal di vivere. Che la pazienza sia la virtù dei forti è vero, come altrettanto vero è che la stessa abbia un limite. Esiste però anche un’irrequietezza nella pazienza, quella che sopporta ma si prepara all’azione. Una pazienza attiva.  “La pazienza di Andrea”, è il titolo di questa mia opera esposta in varie mostre, tra le quali una curata dal critico d’arte Enzo Le Pera in Via Margutta a Roma. Lo scatto nasce in un assolato e ancor caldo pomeriggio di fine estate, nel sottoscala di un palazzo romano. Andrea Cedrone, scultore nonché mio caro amico, aveva bisogno di alcuni scatti per il suo sito. In prima istanza ho pensato di fotografarlo con il classico camicione bianco rinascimentale, nell’atto di plasmare sul torchio un pezzo di argilla, ma è stata un’idea che repentinamente ha lasciato il posto a un’altra. Gli ho chiesto di prendere l’abito più elegante che avesse, un abito professionale, perché un artista è un professionista;

anzi ha un quid in più. I figli del fuoco sacro nascono con una croce delizia, un demone interiore. Termine demonizzato ma in realtà  un dèmone dal greco antico δαίμων, «essere divino» è un essere che si pone a metà strada fra ciò che è divino e ciò che è umano. Nella cultura religiosa ha funzione di ostacolo tra queste due dimensioni, nella filosofia greca, ha invece funzione di intermediario tra l’uomo e il divino. Dáimōn. Andrea è uno di quei pochi figli di quel fuoco sacro che finora ho incontrato. Nonostante mi avesse chiesto più scatti, dopo i primi era già “stanco” e, dato che in fotografia si manifestano i pensieri – un’epifania dell’animo per chi li sa leggere – ho catalizzato i tempi e l’ho colto e bloccato seduto ma nell’atto di rialzarsi, come i piedi dimostrano. Lo sguardo di chi ha fretta di andare ed è come se dicesse: “Non hai ancora finito?”. La sola luce che dà vita allo scatto e che pennella metà del volto di Andrea è quella che entra dalla porta. L’ottica con cui ho scattato è un teleobiettivo Canon EF 70-200 MM F 2.8L II con doppia stabilizzazione di immagine. La doppia stabilizzazione fa sì che si possa scattare in ogni direzione, sia con tempi molto brevi, sia con lunghe focali, senza rischiare il mosso accidentale. Josef Costazza, pittore contemporaneo, avendo visto la foto ne ha tratto un dipinto. E’ stato per me un onore che un pittore abbia tratto ispirazione da una mia opera, in genere accade il contrario; è dalla pittura che il fotografo cerca di reinterpretare il quadro. Ammetto di essere una purista della fotografia, ho solo sostituito alla pellicola il sensore, e aggiungo in post produzione sempre una manciata di grana per simulare i cristalli d’argento. Le stampe tradizionali in bianco e nero vengono definite “ai sali d’argento” in quanto l’emulsione fotosensibile che viene stesa sul supporto cartaceo è costituita da piccolissimi cristalli d’argento, detti alogenuri d’argento (di solito una miscela di bromuro e cloruro d’argento).

Aborro i virtuosismi fotografici fini a se stessi, le sofisticate elaborazioni grafiche e tutto ciò che esula dalla fotografia pura. L’occhio del fotografo coglie la sua realtà nella realtà, ma deve essere fedele quantomeno a quella. In fotografia come nella vita non basta far del bene, bisogna anche farlo bene e il bene non è mai finzione.

Giada Rochira

 

 

 

 

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