Home Cultura Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “La Vittoria di Valentina”
Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “La Vittoria di Valentina”

Genesi di un’immagine, di Giada Rochira: “La Vittoria di Valentina”

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Quando ho conosciuto Valentina, ho provato quello che si potrebbe definire un colpo di fulmine fotografico.  Ho sentito un entusiasmo paragonabile a quello di un archeologo dinanzi a un ritrovamento storico.
Valentina è una delle “mie” Mujer, quella più bella. Quella che ha vinto.
Ha vinto e vince anche sulla Barbie, (bambola icona di una perfezione irreale). La schiaccia sì sotto i piedi, ma lo fa con elegante nonchalance, non con rabbia e voglia di distruzione. Con sguardo altero sembra sfidare chiunque abbia qualcosa da confutare in merito al gesto. La chiave della sua vittoria si racchiude in una sola parola: accettazione; perché è solo nell’accettazione di
se stessi che che si trova la serenità.

Non ero certa che Valentina avrebbe gradito la mia idea, non è facile esporsi e lo è ancor meno quando non si possiedono i famosi 90-60-90, le misure della perfezione estetica femminile. Quando, però, le ho illustrato il progetto, ne è stata entusiasta. Non ho mai contato quante persone finora abbia fotografato, anche se le ricordo tutte. Ma a prescindere dal fatto che fossero maschi o femmine, la prima cosa che mi hanno chiesto è la stessa: “Mi raccomando, correggi i miei difetti con photoshop”.

Ho lavorato con modelle e modelli praticamente perfetti, tanto perfetti quanto insicuri e  complessati per difetti visibili solo ai loro occhi, o più probabilmente presenti solo nelle loro menti per un idea distorta di sé. Paradossalmente è stato più facile lavorare con Valentina che con modelle che sfilano per Valentino. La sessione fotografica è durata meno del previsto poiché Valentina è riuscita da subito ad entrare nel ruolo e trasmettere il messaggio dell’immagine. Ho fatto salire Valentina su un tavolo e ho scattato con un grandangolo 24/70 con ripresa dal basso.
Scelta ardita, dal momento che il grandangolo viene fortemente sconsigliato nel ritratto perché la vicinanza al soggetto ne deforma i tratti. Invece proprio attraverso questa tecnica ho dato maggiore risalto alle gambe, che sono diventate protagoniste e punto di forza dell’immagine, proprio come avrebbe fatto Bill Brandt,  uno dei maestri della fotografia, il quale proprio grazie al grandangolo ha creato uno stile unico agli inizi degli anni 30.

Valentina e la Barbie rappresentano due tipologie di donne, due modi in netta antitesi nel modo di vivere la propria femminilità; anzi, nel modo di vivere la vita. Una che accetta se stessa, pur essendo consapevole di non rientrare in quei famosi canoni odierni che “mamma” Vogue impone;  l’altra,  ossessionata da se stessa; ma se la Barbie autentica, per fortuna, è solo un giocattolo;  di
Barbie umane fin troppe ce ne sono: fatte, rifatte e disfatte dalla chirurgia estetica: più plasticate della stessa bambola.

Un pomeriggio con Valentina modella per un giorno, mi ha insegnato e segnato molto. La nostra chiacchierata fotografica, come mi piace definire le sessioni di lavoro,
è stata edificante, soprattutto a livello umano. Prima di concludere, vorrei tornare al punto da dove sono partita, dal concetto di accettazione, che non è sinonimo di rassegnazione. L’etimologia della parola accettazione, ci indica semplicemente uno stato di piena ricezione (ad-capere, con l’intenzione di prendere); mentre rassegnazione arriva da una ri-assegnazione (ri-ad-signum, ovvero togliere un sigillo, un segno, un marchio e metterne un altro). Nella rassegnazione c’è una rinuncia, mentre nell’accettazione c’è un movimento positivo: si va incontro, con intenzione, alla nuova
disposizione delle cose. Epitteto avrebbe detto: “Non devi cercare di fare in modo che le cose vadano come vuoi, ma accettare le cose come vanno: così sarai sereno”.

Io che non sono filosofo ma fotografo e visto che si è parlato di Barbie e di giochi, cioè di argomenti ludici, concludo affermando che un fotografo, per essere tale, deve possedere e mantenere il potere ricettivo di un bambino che vede il mondo per la prima volta e questo principio sarebbe auspicabile che lo sposassero tutti, a prescindere dal proprio mestiere.

Giada Rochira

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