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Foibe, giorno del ricordo: tutto quello che il nuovo “populismo irredentista” non racconta sulle “guerre di confine”

Foibe, giorno del ricordo: tutto quello che il nuovo “populismo irredentista” non racconta sulle “guerre di confine”

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Dal 2005, ogni 10 febbraio, sui mezzi d’informazione italiani viene raccontata una versione parziale e distorta di quel che accadde a Trieste, in Istria e in tutta quanta la “Venezia Giulia” nella prima metà del ventesimo secolo. La legge che nel 2004 ha istituito il “Giorno del ricordo” allude en passant alla “complessa vicenda del confine orientale”, ma non vi è alcuna complessità nella vulgata che tale ricorrenza ha fissato e cristallizzato. Una vulgata italocentrica, a dispetto della multiculturalità di quelle regioni.

L’inquadratura, strettissima e al tempo stesso sgranata, si concentra sugli episodi di violenza chiamati – per metonimia – “foibe” e sull‘“esodo”, ovvero l’abbandono di Istria e Dalmazia, a cominciare dal 1945, da parte della maggioranza della popolazione italofona di quelle regioni.

Nel discorso pubblico italiano, infatti, dagli anni novanta e seguendo una precisa agenda politica, due argomenti diversi sono stati collegati in modo sempre più stretto e frequente, fino a sovrapporsi. Il giorno del ricordo ha dato a tale sovrapposizione il crisma dell’ufficialità, e oggi le foibe sono presentate come causa immediata dell’esodo.

È un nodo che va districato con pazienza.

Quando si parla di foibe, sul confine orientale la storia sembra cominciare a Trieste nell’aprile 1945. Retrocedendo, al massimo si arriva in Istria all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943. A essere amputato dalle ricostruzioni è soprattutto il continuo, violento spostamento a est del confine orientale d’Italia, con conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone. Un processo cominciato con la prima guerra mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione italotedesca della Jugoslavia.

I crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei Balcani – stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per la nostra penisola – sono un enorme non detto. La rimozione alimenta la falsa credenza negli “italiani brava gente” e al contempo delegittima e diffama la resistenza nei Balcani e lo stesso movimento partigiano italiano.

Il non detto pesa e condiziona tutte le ricostruzioni. Molti si stupirebbero nell’apprendere che alla resistenza “jugoslava” presero parte numerosi italiani: civili italofoni di quelle zone, ma anche disertori e sbandati del regio esercito. Nei territori oggi indicati come Friuli-Venezia Giulia, Repubblica di Slovenia e Repubblica di Croazia, l’opposizione armata al nazifascismo fu multietnica, irriducibile a qualsiasi agiografia nazionale.

Se si scostano i pesanti drappeggi scenici di una propaganda che separa le culture, descrive appartenenze nazionali certissime e indiscutibili, alimenta le “passioni tristi” del rancore e del revanscismo, il “confine orientale” si rivela – per citare il titolo di un importante libro dello storico Piero Purini – un mondo di “metamorfosi etniche”, identità multiple e continui spostamenti di popolazioni, dove i confini tra le identità sono instabili e indeterminati. Anche la frontiera postbellica tra Italia e Jugoslavia, oggi descritta come un solco invalicabile, in realtà rimase sempre porosa, permeabile, mutevole.

La preminenza attribuita nel nostro paese alla storia del confine orientale non rappresenta un’esclusiva italiana, ma la variante locale di un fenomeno più ampio che ha interessato diversi paesi europei a partire dalla fine degli anni ottanta.

Il caso più simile è l’espulsione (Vertreibung) di svariati milioni di tedeschi dai territori del Großgermanisches Reich, il reich nazista nella massima estensione dei suoi ideatori, passati alla fine della guerra sotto l’amministrazione della Polonia e della Cecoslovacchia. La storia segreta del paese è riscoperta negli stessi anni anche in tanti stati dell’Europa centrale e orientale, nella fase di passaggio dal modello comunista all’economia di mercato.

Il contesto generale di queste “riscoperte” è la ritrovata popolarità di narrazioni storiche rimaste inutilizzabili per decenni a causa della guerra fredda.

Nonostante si ripeta ossessivamente che una congiura del silenzio avrebbe impedito di dare agli eventi dei confini orientali la meritata notorietà (meccanismo centrale nell’esposizione mediatica di cui sono oggetto all’improvviso), essi in realtà erano stati già assai dibattuti. Come accaduto per le foibe, anche il Vertreibung aveva occupato una posizione importante nel dibattito postbellico nella Germania Occidentale. Alcuni avevano pure tentato di porre le sofferenze inflitte ai tedeschi dalla vendetta dei confinanti orientali sullo stesso piano delle atrocità naziste, come testimonia la tesi dello storico e sociologo Eugen Lemberg, risalente al 1950, secondo cui “ciò che i tedeschi hanno fatto agli ebrei, i polacchi e i cechi l’han fatto ai tedeschi”.

Le vicende del confine orientale nostrano furono assai frequentate dai mezzi d’informazione nazionali almeno fino al 1954. Lo dimostra, tra i vari contributi dedicati all’argomento, la mole di scritti sulle foibe e la questione di Trieste apparsi sulla stampa locale lombarda, raccolti nel 2008 da Antonio Maria Orecchia in La stampa e la memoria. Il fatto che la questione sia passata di moda con il ritorno di Trieste all’Italia nel 1954 si deve principalmente alla considerazione che simili argomenti erano ormai privi di sbocchi politici: gli effetti della ricostruzione e del boom economico erano ritenuti più appetibili dei ricordi di guerra.

La fine del blocco sovietico e i nuovi irredentismi
Le cose sono cambiate, appunto, sul finire degli anni ottanta, principalmente come effetto dell’agonia del socialismo reale in Europa orientale. Nel passaggio da una retorica basata sull’internazionalismo all’incontrastata affermazione di logiche centrate sullo stato-nazione si verifica quasi contemporaneamente l’unificazione della Germania e lo scioglimento delle compagini federative ex socialiste di Cecoslovacchia e Jugoslavia. Subito, poiché l’equilibrio politico disegnato dalla conferenza di pace di Parigi appare suscettibile di ulteriori revisioni, si attivano gli irredentismi. In Germania si valuta brevemente la possibilità di rinegoziare il confine con la Polonia, prima che il confine esistente, tecnicamente provvisorio dal 1945, sia accettato formalmente con una serie di trattati tra il 1990 e il 1991.

Allo stesso modo, la dissoluzione della Jugoslavia stimola in certi ambienti l’idea che i vari trattati stipulati tra questa e l’Italia, tra cui quello di Osimo che nel 1975 aveva stabilito definitivamente il confine, non sarebbero stati ereditati dalle nuove repubbliche di Slovenia e Croazia.

A farsi portavoce di una simile interpretazione fu soprattutto un partito di estrema destra, il Movimento sociale italiano. Il suo segretario, Gianfranco Fini, nel novembre del 1992, sebbene l’Italia avesse riconosciuto la Slovenia e la Croazia all’inizio dell’anno, si imbarcò con Roberto Menia, un rappresentante locale del partito, per lanciare nel golfo di Trieste 350 bottigliette con all’interno un suggestivo messaggio: “Istria, Fiume, Dalmazia, terre romane, venete, italiche. La Jugoslavia muore dilaniata dalla guerra: gli ingiusti e vergognosi trattati di pace del 1947 e di Osimo nel 1975 oggi non valgono più… È anche il nostro giuramento: ‘Istria, Fiume, Dalmazia: ritorneremo!’”.

Come anche nel caso tedesco, l’impraticabilità di una revisione del confine si risolse nella richiesta della restituzione dei beni abbandonati dai cittadini italiani dopo la guerra. Per questo motivo, per una specie di ricatto, l’Italia (sotto il primo governo Berlusconi) pose il veto all’ingresso della Slovenia nell’Unione europea nel 1994. Il veto fu sollevato dal successivo governo di centrosinistra, su preghiera del presidente americano Bill Clinton. Ancora nel 2006, per raccontare la vicenda, il quotidiano Libero non trovò titolo migliore che “I beni degli esuli regalati da Prodi alla Slovenia”. In Germania, invece, la questione della restituzione dei beni durò fino al 2004, quando il cancelliere Gerhard Schröder prese pubblicamente le distanze dall’argomento.

In assenza di ripercussioni pratiche, la questione dei confini orientali ha continuato a operare sul piano culturale e simbolico per tutti gli anni duemila.

Dal plurale al singolare

Ma in che modo gli eventi storici legati ai confini orientali sono entrati nel discorso pubblico? Ancora una volta, le traiettorie di Italia e Germania mostrano importanti tratti di convergenza.

Entrambi paesi invasori di territori situati a oriente e organizzati in deboli stati di recente formazione, entrambi sconfitti in guerra, Italia e Germania subirono la vendetta dei popoli che avevano invaso, con alcune differenze. Se l’esodo dei tedeschi si misura sulla scala dei milioni, nel caso degli esuli istriani si può parlare di circa 250mila persone. I tedeschi furono cacciati dalla Cecoslovacchia con i provvedimenti emessi dal presidente Edvard Beneš ben prima del colpo di stato comunista del 1948, mentre nessun provvedimento di espulsione riguardò la minoranza italiana in Jugoslavia, a cui in buona parte fu consentito di optare per la cittadinanza italiana e il trasferimento nella madrepatria dalle clausole del trattato di pace del 1947.

In entrambi i paesi, poi, le complesse dinamiche storiche del periodo postbellico sono riassunte in semplici slogan. Nel caso del Vertreibung, il termine è usato per descrivere trasferimenti di popolazione che hanno occupato la durata di svariati anni, dai reinsediamenti ordinati dai nazisti già al termine degli anni trenta per rinforzare la componente etnica tedesca nei territori di recente occupazione (dagli stati baltici verso Polonia e Boemia), ai circa sei milioni di tedeschi evacuati dalle autorità naziste nell’ultimo anno di guerra, comprendendo infine tutti quelli che sono stati effettivamente cacciati dopo la liberazione dei paesi dell’Europa orientale. Allo stesso modo, nella categoria di “esodo istriano” sono inclusi movimenti di popolazione avvenuti in circostanze e situazioni diverse, dall’evacuazione forzata di Zara a seguito dei bombardamenti alleati ai trasferimenti clandestini a quelli operati legalmente e in forma variamente organizzata attraverso le opzioni, il tutto lungo un periodo più che decennale.

Il corollario naturale della trattazione pubblica di questi argomenti è l’incertezza, se non l’esagerazione, sul numero delle vittime. Gli “espulsi” tedeschi variano, nei rapporti dei mezzi d’informazione, da cinque a venti milioni, con una congettura sul numero delle vittime fissata attorno ai due milioni e mezzo. Nel caso italiano il numero degli esuli varia da duecentomila a 350mila, cifra citata nella maggior parte dei casi, mentre le stime degli “infoibati” variano a seconda dei casi da alcune centinaia – il numero dei corpi che secondo le ricerche disponibili è stato effettivamente individuato sul fondo delle grotte carsiche – a diverse migliaia di italiani che persero variamente la vita in territorio jugoslavo dopo l’armistizio.

Poiché il concetto di “infoibamento” è per lo più utilizzato in maniera simbolica, stime ancora più elevate sono state calcolate da ambienti militanti includendo anche tutti i soldati italiani caduti e dispersi in territorio jugoslavo per i più vari motivi, al punto che nel volume Albo d’oro di Luigi Papo, il tenente colonnello Cuiuli, comandante del campo di concentramento fascista di Rab/Arbe, morto suicida in stato d’arresto a seguito dell’insurrezione dei prigionieri del campo dopo l’8 settembre, risulta tra le vittime delle foibe. Nel cimitero monumentale costruito in prossimità del campo è ancora possibile osservare una frusta uguale a quella con cui amava picchiare personalmente gli internati.

Curiosamente, tanto in Italia quanto in Germania l’interesse giornalistico verso le storie riscoperte non si estende alle opere storiografiche che trattano l’argomento da un nuovo punto di vista o a partire da nuove acquisizioni archivistiche. Sebbene esistano lavori di buon livello scientifico usciti negli ultimi anni, questi, quando non sono osteggiati, non ricevono solitamente grande pubblicità, mentre sono in genere reclamizzate pubblicazioni di carattere sensazionalistico o libri di ricordi personali di testimoni diretti, dei loro discendenti nonché semplici ammiratori. In assenza di nuove ricerche di grande impatto, e dunque in un circuito per lo più parallelo rispetto a quello del dibattito e della ricerca storiografica, il “mutato atteggiamento” nei confronti della storia dei confini orientali rispecchia semplicemente un modo diverso – ma che in realtà somiglia alla visione sviluppata da ambienti militanti settant’anni fa – di interpretare eventi noti da tempo.

(nicoletta bourbaki/ federico tenca montini)

p.s. la foto è relativa al 13 luglio 1920 quando la storia e la vita del Narodni dom vengono interrotte da un incendio doloso a Trieste.  Dopo un comizio in piazza Unità d’Italia, estremisti fascisti e nazionalisti attaccano una ventina di attività gestite da slavi (caffè, negozi, banche e ditte), il consolato jugoslavo e, soprattutto, il Narodni dom. L’incendio, domato solamente il giorno successivo, riduce in cenere gli ambienti modernamente arredati, i libri, gli strumenti musicali, gli archivi, e con essi gran parte del patrimonio culturale degli sloveni di Trieste.

Il rogo del Narodni dom non è il solo atto di intolleranza: già prima del 13 luglio si hanno i primi segnali che condurranno a 25 anni di crescente oppressione e persecuzione nei confronti degli sloveni. Il Regno d’Italia e soprattutto il regime fascista li priveranno del diritto all’uso della lingua madre e, con la chiusura delle scuole, i confinamenti e le deportazioni, metteranno a rischio la sopravvivenza stessa della comunità slovena a Trieste.

 

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