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Dark Italy,  ritratto di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” ora “beato”

Dark Italy, ritratto di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” ora “beato”

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Nell’anno per eccellenza della crisi dell’”anti politica”, si avvantaggia il gradimento per Papa Francesco e per le forze dell’ordine, che insieme al primo cittadino della chiesa, sembrano rispondere ad una domanda diffusa e radicata di certezza etica e di sicurezza personale, mentre le Istituzioni, Stato in testa, magistratura e partiti, riscuotono come non mai insoddisfazione e diffidenza. I Partiti e la politica versano in condizioni asfittiche, non si spostano dal fondo della classifica del dissenso, anzi crediamo di stagnazione nel pantano navigando a vista. Evidentemente anche la democrazia versa in grave difficoltà, le fazioni politiche non solo sono altamente sfiduciate, ma vengono ritenute “corrotte”, false e inadempienti. Perciò non ci resta che affidarci alla nostalgia, ricordando quegli uomini granitici nelle loro convinzioni di onestà, quelli che hanno rinunciato alla vita pur di affermare un principio di onestà, quei giudici a cui è stato indirizzato il tritolo perchè non parlassero, perchè fermassero le loro indagini, 500 kg di esplosivo furono destinati a Falcone e Borsellino, che però non non ne hanno offuscato il valore morale e l’impegno nella lotta alle mafie, oggi il loro pensiero e il loro ricordo si impongono piu’ che mai sulle nostre coscienze.

Sale l’indignazione per le parole di Totò Riina, che malato e dal carcere di massima sicurezza, scaglia ancora anatemi sugli onesti, avvalendosi certamente di legami inossidabili e pericolosi di figure potenti dai nomi impronunciabili. Dal letto di morte le parole del boss dei boss continuano a risuonare senza misericordia, lui non si pente ha fatto sapere, nemmeno tra 3000 anni lo farà, parole vomitate dalla sua bocca, inaccettabili, dure e immorali. La magistratura dei giorni nostri, non accoglie certo molti consensi, dai picchi di gradimento al 60% degli anni 90, è passata ad un 40% scarso di fiducia, attribuito con poca generosità e tanto rammarico negli anni 2000. Rosario Livatino, fa parte della nicchia dei giusti, passò alla storia con l’appellativo di “Il giudice ragazzino”, perchè quando morì, per mano di quattro spietati killer della mafia targata Agrigento e ribattezzata in “Stidda”, il giudice aveva solo 38 anni, ed era il piu’ giovane dei 27 magistrati uccisi dalle cosche e dal terrorismo degli anni di piombo.

Ogni mattina il giudice “Ragazzino” percorreva la statale con la sua auto, solito tragitto, da Canicattì ad Agrigento. Lo fecero sbandare, allora uscì dall’auto in cerca di salvezza, cercando rifugio attraverso i campi ma fu freddato da un colpo di pistola in pieno viso. A soli 22 anni si laureò in Giurisprudenza con il massimo dei voti, e immediatamente entrò in magistratura superando il Concorso pubblico nel 1978, dopo averne già superato un primo con esito positivo. Fu ucciso il 21 settembre del 1990, in quel momento occupava il posto di Giudice a latere presso il Tribunale di Agrigento e applicava i principi in cui credeva sostenendo le misure di prevenzione contro la corruzione. Alcuni anni prima, come sostituto procuratore aveva condotto indagini sugli interessi economici mafiosi frutto della corruzione, sulla guerra che ne era nata tra le varie famiglie del malaffare per aggiudicarsi gli appalti e gli introiti, ma soprattutto indirizzò i suoi sforzi indagando sugli intrecci tra mafia, affari loschi e politica, riuscendo a delineare la mappa di un’organizzazione verticale del sistema della corruzione nella zona di Palma di Montechiaro. La sentenza del processo per la sua uccisione arrivò ad un verdetto di condanna per gli esecutori materiali e i mandanti di quell’omicidio, e stabiliva che Livatino era stato ucciso perchè perseguiva gli uomini delle cosche mafiose, riuscendo ad inibire e a volte ad impedire lo sviluppo delle attività criminali che stavano proliferando sul territorio siciliano. Rosario Livatino condannava l’atteggiamento lassista delle Istituzioni e di quella parte compiacente della gestione giudiziaria, che aveva consentito il rafforzamento e l’espansione dei poteri delle mafie. Gli scritti che questo giudice “Ragazzino” ha lasciato ai posteri, sono un vero e proprio testamento filosofico ed etico, sono manoscritti di una attualità sensazionale, che delineano la figura del bravo “giudice” e del suo ruolo in maniera ineccepibile, collocata in quella società complicata di sovrapposizioni non sempre lineari.

Quegli argomenti sono trattati con una consapevolezza niente affatto immatura nonostante la sua giovane età, e non certo esplicitati in preda degli ardori di un 30enne inesperto. Nando dalla Chiesa, in occasione della “Giornata della memoria delle vittime innocenti di tutte le mafie”gli ha dedicato un libro che ha ottenuto di divenire film. Fu proprio il figlio del generale Dalla Chiesa, anch’egli vittima della mafia, a dargli l’appellativo di “Il giudice ragazzino”. Questo scatenò le polemiche da parte di Francesco Cossiga, che a un anno dalla morte di Livatino, disse a proposito dei “Giudici di Frontiera”…”Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta”.

Noi, al contrario dell’ex Presidente della Repubblica invece, preferiamo ricordare la maturità professionale etica e psicologica acquisita in pochi anni di magistratura da parte di questo integerrimo e abile ragazzo di “Legge” che scriveva “L’indipendenza del giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”. Era un fervente cristiano Rosario, lo confermava il suo stesso nome, conduceva una vita molto riservata nella casa dei suoi genitori, praticava nel lavoro la sua laicità che conciliava correttamente con le azioni della propria funzione di magistrato.

Il suo rapporto con Dio era diretto, perchè rendere giustizia, significava per lui, realizzare se stesso, proprio ciò che era chiamato a svolgere nella vita e nella professione. Tanti gli scritti di suo pugno che possiamo rileggere e ricollocare per farli aderire alla sua persona così unica ed esemplare. In fondo ad una agenda scritta da lui, gli inquirenti incaricati di far luce sulla sua uccisione si imbatterono in una strana sigla “S.T.D.”si applicarono molto per scoprire l’arcano fino al giorno in cui riuscirono a svelare il mistero, il significato si sviluppava in “Sub tutela Dei”,nelle mani di Dio. Il 19 luglio 2011, l’Arcivescovo Francesco Montenegro ha firmato il decreto per il processo di beatificazione del “Giudice ragazzino”, chi potrebbe meritarlo più’ di lui?

Maria Grazia Vannini

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