Home Cronaca Dark Italy, delitti irrisolti: le nuove verità sul “caso Murri”
Dark Italy, delitti irrisolti: le nuove verità sul “caso Murri”

Dark Italy, delitti irrisolti: le nuove verità sul “caso Murri”

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Sono trascorsi più di cento anni dal caso “Murri,” un delitto avvenuto a Bologna nel primi anni del”Novecento”. La verità tuttavia, resta ancora tutta da stabilire di quel tragico evento che sconvolse la città Romagnola, portandola alla ribalta della cronaca nera. Si consumò nell’alta borghesia il 28 agosto del 1902, il conte Francesco Bonmartini fu ucciso dal cognato Tullio Murri, marito della sorella Linda, tra familiari esisteva un rapporto quasi morboso. I due fratelli Murri, erano entrambi figli del celebrato clinico medico e accademico dell’università di Bologna, Augusto Murri. Fu un crudele delitto, che i bolognesi vissero e associarono sempre ad un grosso scandalo, circoscritto unicamente alla “società bene”. Per questo motivo ebbe una forte risonanza, tralasciando quasi il delitto in quanto tale, e acquisendo molteplici significati quando passò di bocca in bocca, dei ben pensanti del fronte cattolico. Il giornale dell’epoca “L’Avvenire d’Italia” introdusse in quel periodo la cronaca nera, raggiungendo il numero di tre edizioni al giorno, informava i lettori sul delitto Murri, pubblicando dettagli morbosi, insinuazioni oscene e amplificando ogni virgola del truce e minuzioso racconto.

Il riscontro economico di queste ulteriori edizioni, fu in denaro tintinnante. Gli eventi sconquassarono il magistero e la levatura morale e filosofica del famoso clinico, che fino a poco prima veniva elevato ai piu’ alti ranghi, per saggezza, autorevolezza e per la sua cultura laica e progressista, anche come membro del Consiglio Comunale di cui faceva parte essendone stato liberamente eletto. La fama del professore si disintegrò con un fragore di cui ancora oggi si sente l’eco, camminando in zona “Murri”, a Bologna. Il figlio Tullio era un militante del partito socialista, appena incaricato nel consiglio provinciale, dunque il clamore fu doppio, anche per l’immagine politica, sociale e locale di quei tempi. Scattò da parte degli avversari anche accademici un durissimo attacco, il bersaglio era l’integerrimo professore, il padre Augusto Murri. Tutto l’apparato familiare, sociale, didattico e politico si sgretolarono insieme alle ideologie innovative per cui si era distinto. Quello che una figura come la sua poteva suscitare, riverberava in quel momento di mille eco negativi, il delitto fu sfruttato spregiudicatamente, per declinare o osannare gli effetti nefasti dell’ educazione laica razionalista di cui da tempo il “barone bianco “si faceva promotore.

Veniva ampliato l’ostracismo alla prospettiva strategico-politica di cui era alto rappresentante, e di cui si era fatto carico durante gli anni di mandato. Sotto accusa, tutta la famiglia e l’ideologia fatta propria del positivismo insieme alla scienza, come supreme regolatrici della condotta umana, dunque tutto andò in fumo. Quel crimine fu impressionante, quanto le polemiche che suscitò. Tullio, ritenuto responsabile dell’omicidio del conte, marito della sorella Linda, fu condannato nel 1905 a 30 anni di reclusione. La figlia dell’omicida Gianna, alla soglia degli 80 anni, ha voluto raccontare la sua verità su quella distruzione familiare rendendola pubblica, così quel tragico evento è riemerso dalle pagine fumose della storia bolognese. La nuova verità evidenzia i risvolti, gli ambienti, quell’epoca e la cronaca familiare, tutto nero su bianco, prima di non essere più in grado di scriverlo, compreso il coinvolgimento in politica degli uomini di casa “Murri,” mantenute sempre su posizioni del fronte radicale- socialista e anticlericale. Emergono le motivazioni e le persone coinvolte nel delitto, con una disanima individuale dolorosa e profonda. Il processo fu spostato a Torino per “legittima suspicione” o legittimo sospetto, circa la libertà di determinazione di coloro che vi parteciparono, che consentiva una attribuzione di competenza ad un giudice diverso da quello di Bologna, troppo territoriale. Questo, per cercare di arginare il grande risalto determinato dal caso, e le sue ripercussioni sull’opinione pubblica. Inoltre questo evento luttuoso, fu un fatto di costume dell’alta borghesia, per questo ritenuta più colpevole, che però a distanza di un secolo, un fatto di quella portata trova riscontri e collegamenti nella quotidianità e nelle cronache italiane dei nostri giorni in maniera cospicua e dettagliata.

Gianna decisa, scrive la sua versione dei fatti in 140 pagine “La verità sulla mia famiglia e sul delitto Murri”. Ha raccontato un processo “spettacolo” e ha cercato di ristabilire e riabilitare il genitore reo confesso, accusato in prima persona da suo nonno Augusto. A uccidere il conte Bonmartini in grave crisi coniugale con la moglie Linda, secondo Gianna non sarebbe stato Tullio Murri, suo padre, bensì un facchino di nome “La Bella o Labella” denominato “il biondino”, che sarebbe diventato l’amante della governante di Linda. Secondo la versione letteraria ed emotiva di Gianna Murri, il padre Tullio sarebbe si, arrivato sul luogo del crimine, ma solo dopo l’avvenuto omicidio perchè chiamato dall’assassino, ma non avrebbe commesso il reato. Fu comunque gravemente accusato e dichiarato colpevole, anche per sua stessa ammissione. Uscito dal carcere, dopo 14 anni di prigionia Tullio avrebbe iniziato a scrivere le sue memorie sul delitto, raccontando la torbida vita di “Labella”, che a sua volta in fin di vita, avrebbe confessato ad un sacerdote di aver commesso quel delitto. Di questa confessione scritta non esiste piu’ traccia, perchè la madre di Gianna e moglie di Tullio, alla ricerca frenetica di denaro, lo avrebbe venduto a Linda, che sarebbe stata la presunta mandante dell’omicidio del marito. Dunque Tullio si sarebbe caricato di una colpa non sua, non per amore verso la sorella che non tollerava piu’ la relazione matrimoniale con il conte, ma per la dipendenza emotiva dal genitore che lo riteneva colpevole, insieme alla propria famiglia. Per suo padre era un assassino, e lui avrebbe pagato un debito non suo, solo per sudditanza. Tullio avrebbe successivamente scritto la sua verità in cui si dichiarava innocente, e il carteggio sarebbe dovuto riemergere solo dopo la morte del vecchio patriarca. Quale sia la verità forse non lo sapremo mai, ma se volessimo riesumare la torbida vicenda del caso “Murri”, rimarremmo sorpresi nello scoprire una pagina scritta sopra “le righe”, della storia giudiziaria del nostro paese.

Maria Grazia Vannini

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