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Al cinema con cittapaese.it: “Judy” di Rupert  Goold, il biopic sulla vita di Judy Garland

Al cinema con cittapaese.it: “Judy” di Rupert Goold, il biopic sulla vita di Judy Garland

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Se seduti comodamente sul divano, chiudessimo gli occhi e accendessimo le orecchie, potremmo ascoltare brani di musica blues, o altri tipi di ingredienti musicali, certamente piacevoli ma quasi mai quanto il blues. In ogni modo, forniremmo al nostro inconscio, nella parte più intima e spirituale di noi, una modalità selettiva di comprensione dei migliori brani interpretati dalle più grandi voci nere d’America. Potremmo, sforzandoci ulteriormente, percepire intimamente lo scorrere del fiume Mississipi , sulle cui rive, sono nati mostri sacri della musica planetaria, rimasti nella storia dell’epoca più evoluta di questa “Arte”, e nella memoria collettiva più radicata e pionieristica di ognuno di noi. Nel corso degli anni, il blues è stato dipinto come una lenta e triste musica, prodiga di desolanti immagini di disperazione personale. ” La mia ragazza mi ha lasciato, mi sento a terra, la mia vita non ha più senso.” Ma più che una melodia, accompagnata da questo fraseggio d’insieme , diventa un lamento dolente.

Naturalmente detto così, risulta molto riduttivo per la tematica che pone, mentre il blues è sicuramente un potente mezzo di espressione, una sorta di catarsi, e chi è in grado di capirlo, si risolleva di un palmo ad ogni nota. Il trampolino di lancio di stupendi artisti, in quel luogo specifico vicino ai flutti del fiume, non si limitò solo al genere maschile, ma annoverò tra le sue fila innumerevoli “divine voci” divenute ” ugole” di fama internazionale, di donne “pezzi unici” e irripetibili. Tutte queste suggestioni, per introdurre e citare un nome celebre, tornato da pochi giorni alla ribalta nei cinema Italiani, ” Judy” il cui vero nome era ” Frances Gumm” altrimenti conosciuta come “Judy Garland”. Attrice e cantante di talento, nata proprio in una cittadina sulle rive del grande fiume Mississipi, nel lontano Minnesota. Il padre pseudo artista con la moglie, gestiva l’unico “Cinema- Teatro” esistente in quell’epoca. Mentre Frances, insieme alle sorelle: Mary Jane e Virginia, debuttò giovanissima nel varietà, ancora agli albori. Dopo il loro trasferimento in California nel 1934, le sue attitudini le fruttarono una tournée teatrale di successo a Chigaco, e fu durante quella performance, che decise di cambiare il suo vero nome in ” Judy Garland”. Di li a poco esordì in diversi film musicali, ma divenne una star con il ruolo di Doroty nella versione cinematografica del ” Mago di Oz.” Una donna fragile che raccontava di se”Solo una briciola del mio tempo la passavo nella mia vita vera” e sfido molte di noi a non aver pensato la stessa cosa.

Nel lontano 1939 lei cantava “Samewhere over the Rainbow “, uno dei più grandi successi di tutti i tempi, e la interpretava con struggente passione. Ricevette per il ruolo di Doroty, una Nomination dell’Academy Awards, e un elogio come miglior esecutrice femminile di quel genere musicale. Insieme a lei debuttava l’amico Mickey Rooney. Il film uscito nelle sale in questi giorni, appunto con il titolo “Judy,” sottintende da parte della ragazza un trasporto particolare verso quell’amico e compagno di lavoro, mai sbocciato però in una relazione, o in qualcosa che andasse oltre l’affetto adolescenziale. Il film, prende in considerazione la parte finale della vita di questa artista, vitale e poliedrica, e svela gli aspetti più drammatici della sua vita, tratti da una recente biografia. Si tratta di un film drammatico, interpretato da una insolita Renée Zellweger, protagonista indiscussa di un personaggio, che riesce ad incarnare e ad assoggettare magnificamente a se stessa, come se indossasse un abito cucitole addosso. La sua performance risulta tanto aderente fino a farne sentire la tossicità. Ma il pubblico asseconda e intuisce molto di quella “reincarnazione” attento più del solito, un pubblico che evita “il colpo di tosse” per non distrarsi dalla vicenda più che drammatica. Un personaggio gravemente impegnativo, ma studiato fino in fondo, difficile e sofferente ,che però abbrevierà alla Zellweger la sua corsa all’Oscar. I ben informati intuiscono che le verrà consegnato a breve, come miglior attrice protagonista. Renèe dunque diventa Judy , e Judy è Renèe nell'”atomo”. Lo sguardo in retrospettiva, le movenze, la magrezza dell’essere stata in passato quasi indotta all’anoressia, Renèe rivive Judy, mentre canta, balla, piange, si ubriaca, mentre ama disperatamente sempre i soliti uomini sbagliati, certo li ama appassionatamente, ma mai quanto i suoi figli, una delle quali spicca il volo nel bel canto, per la bravura e per il suo nome che è una garanzia ” Liza Minnelli”. Quattro matrimoni, quattro naufragi senza tavoletta e molte storie secondarie, per saziare una voragine profondissima. Ansia sovrapposta ad altri piani di ansia, panico da esibizione, mancanza di sicurezza, Judy “Zellweger” ex Bridget Jones, non cambia l’abito neppure nelle pause dalle riprese, per evitare di uscire dal personaggio, quasi una ” sindrome dell’impostore”, che non rinuncia al ruolo neppure per riposarsi. Mentre la Judy del film, sofferente, sconfitta e stordita, si rifugia nell’alcool e nei barbiturici.

Beve e ricorda, allevia l’inadeguatezza ricordando. Dice al suo pubblico ” Non dimenticatevi di me, io vi amo”. Lenire quel male oscuro è una battaglia persa, si è impossessato del suo presente e le proibisce una visione del futuro. Il passato le lascia gli incubi, le ragioni assurde, la voglia di riscatto e protezione che non ha mai sperimentato. Il suo male nasce dalle profondità dell’ essere o del non essere. ,si sente incapace, fragile e troppo esposta, defraudata dell’amore “dettaglio” che se c’è è vita. Tanti successi certo!, lei è una stella e vibra di luce propria, cattura il pubblico, si impone, lo tiene in pugno, cade e si rialza, ma ricade e non ce la fa. Ad ogni passo un ostacolo, ogni successo le viene restituito con un dramma, un suo esclusivo e insopportabile dramma. Il muro tra lei e il mondo si cementa con la tragedia, lei interpreta se stessa che è la tragedia. Nel 1968 il baratro è proprio sotto i suoi piedi, stremata schiacciata dai debiti , senza una casa, con la sua voce che svanisce e diventa sussurro . Fumo, alcool, pillole, tante pillole, e i figli gli unici veri affetti, Lorna e Joey, in custodia al marito, perchè lei, pur amandoli, viene ritenuta dal tribunale, inaffidabile, incostante, senza mezzi per tenerseli. Liza, adulta, celeberrima distante. Ecco l’epilogo di una vita da copertina, con una morte precoce a soli 47 anni, nonostante gli sforzi e il successo,capita di morire di solitudine. Un sonno tanto trascurato diventa eterno, Withney, Amy, Mia, solo per citarne alcune.. Bellissimo film, val bene una lacrima.

(maria grazia vannini)

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