Home Cronaca Viterbopatìa, come resistere in una città morente a contatto con la sua “epica” tristezza
Viterbopatìa, come resistere in una città morente a contatto con la sua “epica” tristezza

Viterbopatìa, come resistere in una città morente a contatto con la sua “epica” tristezza

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E’ una sindrome che sono anni che prende ormai viterbesi e non viterbesi ( specie questi ultimi, i primi sono nati rassegnati), la viterbopatia: ovvero come vivere in una città morente che offre panorami da the day after in continuazione, fa di tutto per scoraggiare l’aggregazione sociale e per spegnere la sua stessa bellezza.

Una città infelice che brancola nel nulla di una noia sepolcrale, con un centro storico abbandonato a se stesso e le periferie affidate al degrado e alla cementificazione selvaggia: una città governata da un unico potere opprimente che non conosce opposizione  o confronto democratico.

Una città difficile, dove scendi la mattina e respiri scenari apocalittici di vuoto  esistenziale, di pesantezza ambientale, dove tocchi con mano la mancanza di energia, di fantasia e trovi solo saluti incostanti e effimeri che durano un battito d’ali, un diffuso deserto emozionale senza alcuna luce che illumini le giornate.

Come sopravvivere in una città così? Non facile, anche perchè chi vi abita fa di tutto per eliminare ogni resistenza negli spiriti più inquieti e mossi insofferenti nei confronti di una monotonia epica: l’unico salvagente è la casa attrezzata, la privacy accogliente, il giro chiuso del “calore umano per pochi”, la lettura , lo studio, l’alienazione pensierosa, il volo onirico senza freni  e limiti.

Viterbopatia, quella sindrome che ti prende quando vedi la bellezza al macero, la storia dimenticata, il rispetto per l’ambiente ignorato, l’eutanasia di un popolo. Viterbopatia, perchè della bellezza perduta l’animo mai si dà pace.

(p.b.)

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