Viterbo, manca la cultura dell’accoglienza: un crinale pericoloso che porta al medioevo dei poteri occulti e massonici

Non è il tema dei migranti o del razzismo virtuale (seppur odioso ed esecrabile quando si verifica) il problema di Viterbo: o almeno sono elementi di una questione più grande che riguarda l’accoglienza. La città dei Papi non si mostra puntualmente aperta verso l’esterno, ai contributi dei non nativi, dei professionisti provenienti d’altri luoghi: una mentalità che non favorisce l’inclusione sociale e che penalizza chiunque non faccia parte di ben determinati giri chiusi che decidono tutto quello che si può fare o non fare nel capoluogo della Tuscia, chi può accedere alle arti e alle professioni chi no: un atteggiamento lobbista massonico che pone Viterbo tra le città più difficili da vivere e da capire in tutta la penisola, specie per chi decida di stabilire lì la propria dimora e la propria sede lavorativa proveniendo da altri ambiti. In questo modo Viterbo rifiuta la crescita e il confronto, rinuncia ad apporti che potrebbero favorire un rinascimento cittadino e continua ad esaltare il culto di una viterbesità vaga ed astratta che diventa arbitrariamente selettiva e familistica. Le tradizioni di una terra devono essere rispettate e valorizzate sempre nella dovuta maniera, ma ogni terra non conosce la sua bellezza fino in fondo se non conosce le altre di bellezze: e non avrà menti fervide e creative se queste vivranno solo di se stesse e mai conosceranno altri modi di pensare e ingegni differenti con cui dialogare. La chiusura verso l’esterno non è mai atteggiamento di grande acutezza, non potrà mai essere la base di un nuovo rinascimento, ma solo l’inizio di un totale ritorno al peggior medioevo dei poteri occulti e retrogradi.
(p.b.)

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