Viterbo è una città felice? Basterebbe decidesse di esserlo, ecco gli scenari possibili

Mala tempora currunt. La citazione ciceroniana calza perfettamente alla situazione attuale viterbese: tra la gente regna un diffuso sconforto, una sottile tristezza… Si vive in un’atmosfera familiare pervasa da ansia, perché l’economia domestica è ai minimi storici: non smuovono, tale condizione depressiva, nemmeno le poche manifestazioni pubbliche, anch’esse al ribasso. Solo alcune iniziative di questo periodo, come l’apertura del nuovo Teatro Caffeina, il Christmas Village, l’artigianato tradizionale e il commercio minuto, valido solo per qualche bancarella di libri (meglio tacere del resto) e una Mostra sull’architettura contemporanea nella Tuscia prodotta per “il solo valore” di Alfredo Giacomini, meritano di essere segnalate. Poche cose, purtroppo.

La domanda, allora, è secca: Viterbo si può considerare una “città felice”? Personalmente detesto il piagnisteo perché non solo non serve, ma pone sempre in una condizione psicologica di poca lucidità nei confronti dei problemi reali. Insomma, qui occorre correre ai ripari, e farsi parte diligente per alcune contromisure che si rendono, ormai, indispensabili.

Viterbo, come d’altronde tutta l’Italia, è impoverita e stanca. Ma ha comunque voglia di esprimere modi di vita non centrati esclusivamente sul “consumo” (anche perché consumare di questi tempi non è certo affar facile)… Il Censis documenta che l’Italia si è stufata di egoismo e ha voglia di connettività e altruismo… Non c’è dubbio che, quindi, anche Viterbo abbia in nuce una tendenza alternativa alla consuetudine del modello dominante di felicità mediata dal consumo: cerca (ma non lo trova) di indirizzarsi verso stili di solidarietà e capacità di stare insieme [Debora Sini]: valga, per tutto quanto finora detto, l’evento straordinario del 3 settembre, dedicato al trasporto della Macchina di Santa Rosa.  Questi circuiti motivazionali si attivano, nella maggior parte dei casi, intorno a temi e problemi molto circoscritti come, per esempio, le banche del tempo, oppure il network di genitori che rimette in sesto, in tutti i sensi, una scuola (tra le cose più disastrate di questa contemporaneità). Perfino la Chiesa ha spostato l’attenzione verso temi di carattere più generale, come la giustizia, la sostenibilità, aprendosi a dimensioni più ampie.

La politica viterbese, poi, è ai livelli più bassi di sempre. Essa è intesa come un lavoro come un altro, semplicisticamente, appetibile e desiderabile non tanto perché meno faticoso, quanto, piuttosto, perché meno esigente in termini di requisiti di accesso e più remunerativo di altri a parità di capacità e competenze acquisite [Dimitri D’Andrea].

Sarebbe giusto che si raccogliessero i migliori, i saggi intorno ai temi più urgenti – alla maniera dei Padri della moderna democrazia – e formassero un “Comitato di Salute Pubblica”, non certo con scopi rivoluzionari, ma capace di “prendere le decisioni”.

Questo manca a Viterbo: la capacità di decidere. Eppure, tra i migliori, qualcuno in grado di “decidere” questa città lo ha avuto (e lo rimpiange), lo tiene – absit iniura verbis – in panchina…

Un caro amico, mutuando una mia storia personale con l’Ordine Architetti viterbese, nel desiderio di farmi un complimento, mi disse: “La Viterbese ha comprato Totti, ma lo tiene in panchina perché, se gioca, fa sfigurare gli altri calciatori…”.

Meditate gente, meditate…

Alfredo Passeri

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