Home Politica Viterbo città dormitorio, periferia di Roma, uno spreco di arte e bellezza: una città che deve ritrovare autostima, progettualità e teste pensanti
Viterbo città dormitorio, periferia di Roma, uno spreco di arte e bellezza: una città che deve ritrovare autostima,  progettualità e teste pensanti

Viterbo città dormitorio, periferia di Roma, uno spreco di arte e bellezza: una città che deve ritrovare autostima, progettualità e teste pensanti

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Ho riflettuto molto prima di licenziare il presente saggetto. Esso chiude il trittico (più uno) che, con un po’ di enfasi, potrebbe intitolarsi “muri di gomma”. Gli argomenti svolti, compreso il presente, sono di stretta attualità, piaccia o non piaccia: la mancata attenzione per il futuro Museo delle Macchine di Santa Rosa, la totale incapacità di valorizzare il patrimonio pubblico [nonostante alcuni investitori internazionali abbiano bussato alla porta del Comune e scritto esplicite “manifestazioni d’interesse”…], l’inettitudine amministrativa e politica che impedisce di adottare il Master Plan […voci di corridoio – come già scritto in queste pagine – ci dicono che “a breve” verrà approvato…], le professionalità che sono ridotte alla più vieta mediocrità, alla “mediocrazia” sono alcuni dei “temi caldi di Viterbo”. Anche e soprattutto quest’ultimo (ma non ultimo per importanza), forse il più caldo. Tra l’altro calza a pennello con l’appena pubblicato su questa stessa testata: “E’ finita l’era degli utili idioti e dei servi sciocchi: Viterbo per non morire ha bisogno di idee e di professionalità”.
In che condizioni sono le professioni, ovvero i “mestieri” nel territorio della Tuscia? Il 10 agosto scorso su CittàPaese è stata pubblicata la mia lettera di dimissioni dall’Ordine Architetti di Viterbo e, in essa, sono state spiegate le ragioni di tali dimissioni: mancanza assoluta di dialogo tra gli architetti, totale dominio di piccoli gruppi, di dimensioni infinitesimali, formatisi tra professionisti che hanno, quale obiettivo, il “piccolo cabotaggio e la navigazione a vista…”.

Davvero orizzonti sconsolanti. Il mio allontanamento – peraltro seguito, con un felice rientro, dalla pronta accoglienza da parte dell’Ordine di Roma – voleva essere un gesto di protesta. In effetti lo è stato, senza che ci fosse, però, nessuna reazione, nessun ripensamento, nessun segnale circa la conduzione di una struttura che rappresenta, pur sempre, una categoria professionale “essenziale” per il governo del territorio, della città, dell’industria delle costruzioni, per la deontologia professionale, insomma per la Cultura (C maiuscola), la stessa in cui crede ancora chi la pensa come me. Gli architetti non hanno ancora espresso nulla, sono stati a lungo “inascoltati”, lasciando – sicuramente per loro demerito – campo libero agli appetiti di coloro che, da sempre, scambiano l’esercizio della professione per personale commercio. Ebbene, il mestiere di architetto (di ingegnere, di geometra, di perito edile) non è questo! Ecco cosa sono gli Ordini, organismi preposti alla qualità della professione (trascrivo letteralmente): «Un Ordine Professionale è un Ente Pubblico posto “sotto l’alta vigilanza del Ministero della Giustizia”, la cui funzione principale consiste nel garantire il cittadino circa la professionalità e la competenza dei professionisti che svolgono attività dedicate nel campo della tecnica, della salute, della legge».

Già di per sé tale definizione basterebbe per mettere al riparo dalle facilitazioni che i tanti, i troppi ciarlatani spacciano per mestiere. Ma la realtà, ahimè, supera la fantasia… Assistiamo costantemente al degrado e al continuo appropriarsi, senza merito, di lavoro intellettuale, di progetti che, puntualmente, finiscono nel dimenticatoio, di “annunci a profusione” che sono da temere più della peste, perché ad essi non fa mai seguito un vero programma o un’idea di fattibilità che porti a compimento qualcosa. Ecco, allora, una delle malattie peggiori della nostra epoca, come ha giustamente affermato e da lungo tempo Giuseppe De Rita raccontandoci dell’ineluttabile “Eclissi della borghesia”: «…non c’è niente di peggio del “presentismo”, cioè la necessità di giocare la partita politica esclusivamente sul tavolo del presente, sostituendo il progetto con l’annuncio…». Quanto dovrebbero riflettere nel merito i nostri politici, gli amministratori, le primedonne (vere o presunte), gli architetti miei colleghi, ecc. ecc.
Il rimedio a tale deriva sarebbe il ritorno alla “fiducia”, straordinaria invenzione, sistematizzata nelle teorie contrattualistiche del XVII e XVIII secolo, che consideravano la fiducia un prerequisito essenziale dell’ordine politico e della fondazione del contratto sociale. Ma come si fa ad avere fiducia, oggi? Sappiamo con certezza, perché abbiamo toccato con mano, che la fiducia umana, in effetti, “ha in sé il germe del tradimento” (Hillman) e si nutre di debolezze e cedimenti degli uni e degli altri. Torno volentierissimo su tali delicati argomenti – da me a lungo affrontati in tanti anni d’insegnamento – e che considero alla base della mia professione: fiducia e rispetto.

Sono convinto che la fiducia sia l’essenza di ogni rapporto di lavoro, in particolare per gli architetti. Mi piacerebbe dimostrare che bisogna avere fiducia nei compagni e nei sodali di lavoro, in spirito di grande riservatezza che, troppo spesso, è violata da comportamenti superficiali. È facile registrarli tra i giovani; sono assai diffusi, in tendenza davvero preoccupante. Sono quasi la norma negli adulti. Questi ultimi avviluppati in piccole “faccende di bottega, affarismi, chiacchiere, insinuazioni calunniose”, veri mali perniciosi della professione. Continuo a cercare argomenti che portino acqua al mio mulino, ripetendomi e ripetendo a studenti e amici che una delle più straordinarie invenzioni della civiltà moderna è proprio la Fiducia (con la F maiuscola, come amano riportare gli psicologi e gli addetti ai lavori). La fiducia è la pietra angolare dei rapporti umani, troppo spesso traditi e vilipesi. “Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati” dice Bertolt Brecht. Questa, purtroppo, la condizione presente.

Mi sembra di abitare a 80 chilometri da Roma, invece che in una delle più affascinati città dell’Alto Lazio, le cui potenzialità sono mortificate da tutto ciò che precede. Come ho anche espresso in questo mio trittico, ove le criticità esposte sono davvero pericolose. Al punto che Viterbo potrebbe diventare una periferia di Roma, con tutte le discrasie che ne conseguono, i difetti più evidenti, le anomalie più negative. Nell’aria questo un po’ già avviene, in quanto non sono pochi coloro che hanno scelto di abitare (e basta) a Viterbo, sacrificando gran parte della loro vita in spostamenti pendolari da Viterbo e verso Viterbo. Non restituendo quasi nulla alla città, consumandola e non portando ricchezza. Anzi. D’altronde ricercare a tutti i costi l’umiltà potrebbe essere altrettanto rischioso, perché – come diceva François de La Rochefoucauld – «L’umiltà è la peggior forma di presunzione». Frase bellissima e paradossale… Ancora oggi tanta gente confonde la presunzione con l’autostima. Un conto è essere consapevoli delle proprie doti, altro conto è vantarsene trattando il resto dell’umanità a pesci in faccia. Ergo, l’autostima è necessaria per affrontare il mondo a testa alta, così come l’umiltà, fondamentale per comprendere che tutti possono insegnarci qualcosa. S’impara ogni giorno, a patto di accostarsi al prossimo con semplicità e rispetto (Renato La Monica, blogger e scrittore). Di questo Viterbo avrebbe bisogno. Per chi non vuole arrendersi.

Alfredo Passeri

In questo momento specifico non riesco a tacere, proprio come nell’ultimo verso di “Alla sera” di Ugo Foscolo.

Alla sera

Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’imago a me sì cara vieni
O sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquïete
Tenebre e lunghe all’universo meni
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Parafrasi letterale
Forse sei il simbolo della quiete (interiore), giungi a me sempre gradita, o sera. Sia d’estate, quando ti accompagnano liete le nubi estive ne i venti leggeri e frizzanti. Sia quando dal cielo, che promette neve, porti ombre inquietanti e minacciose (in estate la notte cala molto dopo che in inverno); sempre gradita giungi a me, e sai raggiungere dolcemente le più intime vie (pensieri) del mio cuore (pace interiore). Tu mi fai andare incessantemente col pensiero sulle tracce che portavo al nulla eterno (senso di infinito) e intanto scorre veloce (nostalgia) il presente, colpevole di arrecare preoccupazioni ed angosce che hanno reso la vita tragica. E con lui (il tempo), passano dalla coscienza la folla degli affanni nei quali con me il tempo della vita si consuma. E mentre raggiungo una tranquillità interiore, sento un animo ribelle che mi brucia dentro e si agita dentro di me.
(Analisi del testo, Massacci)

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