Teatro Unione : il jolly vincente è in casa e si chiama Alfonso Antoniozzi: vi spieghiamo perchè

La querelle sulle condizioni certo non esaltanti in cui abbiamo scoperto il Teatro dell’ Unione alla riapertura non ci interessa più di tanto anche perchè, volendola veramente affrontare bisognerebbe ripercorrere tante situazioni non chiare, coinvolgere personaggi non trasparenti che il loro peso lo hanno avuto sui gravi ritardi: non può essere quindi gettata la croce solo addosso a Michelini e Delli Iaconi, anche se certo questi ultimi non si sono mostrati abilissimi nel disimpegnarsi al meglio nella circostanza (la riapertura affidata al festival “Ombre”, alla presentazione di un libro e alle passerelle di Zingaretti e Panunzi resta una gaffe madornale). Il Teatro dell’Unione resta però un bene comune di gran livello, va rilanciato come si deve, serve un personaggio di valore, noto e stimato da tutti, che ridia prestigio e credibilità al massimo cittadino (nel frattempo l’unica soluzione è che sia gestito da una agenzia regionale). Ci vuole poi un’idea, un target almeno disegnato, una originalità propria: se vale sempre l’adagio (come succede nella città dei papi da sempre) che il prescelto debba essere un viterbese doc, davvero non si capisce a chi si possa mai affidare la direzione artistica se non al cantante lirico Alfonso Antoniozzi. Cresciuto alla prestigiosa scuola di canto di Sesto Bruscantini, nel corso della sua carriera ha calcato i palcoscenici dei maggiori teatro al mondo, fra i qualiTeatro alla Scala, Covent Garden, Metropolitan, Wiener Staatsoper, Berliner Staatsoper, Opéra di Parigi, Lyric Opera di Chicago, Concertgebouw di Amsterdam, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, San Francisco Opera. Il suo vasto repertorio comprende tutti i grandi titoli d’opera buffa rossiniana e donizettiana,insieme a capisaldi del genere come Falstaff di Giuseppe Verdi e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini ed alla trilogia Mozart/Da Ponte. In tempi recenti l’artista, che il “Corriere della Sera” considera «il miglior baritono buffo italiano», ha affiancato al suo repertorio alcune felicissime incursioni nell’opera moderna, come Candide di Leonard Bernstein a Santa Cecilia con Jeffrey Tate, Death in Venice di Benjamin Britten a Genova e Firenze con Bruno Bartoletti, Il cappello di paglia di Firenze alla Scala ed a Torino con Bruno Campanella. Stiamo parlando di un viterbese conosciuto nel mondo che ha la possibilità di accedere negli ambienti giusti per coinvolgere personaggi in grado di rilanciare il Teatro dell’Unione non solo in ambito nazionale: l’idea poi di sceglierlo come prestigiosa sede dell’opera di qualità appare sicuramente tra le più convincenti in circolazione e l’impresa può essere oggettivamente possibile. Stiamo parlando del massimo cittadino che va valorizzato degnamente e che non può avere certo solo il compito di fungere da laboratorio per la sperimentazione di giovani compagnie et similia, che a queste iniziative può però dedicare appositi spazi. Il Jolly vincente è in casa, forse sarebbe il caso di capirlo presto e di procedere di conseguenza.

(p.b.)

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