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Storia cittadina: Fontana Grande, a Rodi uno dei simboli di Viterbo

Storia cittadina: Fontana Grande, a Rodi uno dei simboli di Viterbo

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L’occupazione, nel 1911, di Rodi e di parte delle isole Sporadi (Dodecaneso) rappresenta l’epilogo della guerra con la Turchia aggredita dall’Italia per tutelare i propri interessi in Tripolitania e in Cirenaica. L’Italia si impadronisce infatti del Dodecaneso come pegno per lo sgombero delle truppe turche dai territori della colonia che prese il nome di Libia. Nel Dodecaneso viene instaurato, a partire dal 1912, un Governatorato italiano che interrompe i quattrocento anni di dominazione turca (1522-1912) e che ha vita sino al 1943. Nei trentuno anni di governo italiano nel possedimento viene attuato un grande programma politico il cui maggiore artefice è il governatore Mario Lago (1878-1950) impegnato a realizzare le infrastrutture stradali, a riorganizzare il catasto e l’apparato pubblico, a modernizzare l’agricoltura, a impiantare nuove attività industriali, a sviluppare il turismo, l’edilizia pubblica e privata, a valorizzare il patrimonio storico e dare nuovo impulso all’archeologia nonostante siano presenti in Grecia, sin dal 1884, gli archeologi italiani (all’arte ellenistica rodia è attribuita la Venere di Milo, il Laocoonte, la Nike di Samotracia).

Nel 1911, contemporaneamente all’occupazione di Rodi, per celebrare i cinquanta anni dell’unificazione dell’Italia, si svolge a Castel S. Angelo l’Esposizione Internazionale intitolata “Mostre Retrospettive” con la presenza di Austria, Belgio, Brasile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna e Irlanda, Messico, Norvegia, Olanda, Perù, Romania, Spagna, Svezia, Ungheria e Repubblica di San Marino. E’ proprio in questa occasione che è presente, al centro dei giardini del Castello la riproduzione (ridotta di ¼) della Fontana Grande di Viterbo esposta dalla Società degli scalpellini della città e realizzata dall’artigiano viterbese Alfredo Maggini.

Rodi, dopo essere stata uno dei centri più importanti dell’ellenismo, dalla fine del sec. XII all’occupazione dei Turchi del 1522, ha uno sviluppo notevole, visibile nel centro storico; vi si trasferisce l’ordine dei Cavalieri di San Giovanni fondato per assistere i pellegrini che si recavano in Terra Santa. Con l’occupazione italiana, e soprattutto dall’avvento del Fascismo, con restauri stilistici, attenti quasi esclusivamente alle espressioni medievali, si interviene pesantemente nel centro storico della città dichiarato recentemente dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. In adiacenza al centro antico si realizza un nuovo nucleo (il piano urbanistico è dell’architetto Florestano di Fausto 1890-1965) con edifici prevalentemente retorici e monumentali (sono circa duecento gli edifici significativi) progettati da architetti italiani attivi in tutto il Dodecaneso sino al 1947 oltre che nel resto delle colonie. L’importanza artistica e soprattutto storica di tali architetture è oggi indiscutibile, infatti, gli edifici più significativo sono oggetto di studio (sono state stipulate Convenzioni anche con enti italiani riguardanti la salvaguardia e la valorizzazione) e non più sottoposti a referendum tra i demolitori ed i conservatori (ritengo invece legittima la posizione dei demolitori per opere di recente realizzazione che offendono il passato facendone il verso e di cui Viterbo non è esente).
La copia della Fontana Grande di Viterbo è uno dei manufatti realizzati dagli scalpellini viterbesi per l’espansione di Rodi e si tratta della fontana in peperino esposta nella Mostra Internazionale di Castel Sant’Angelo del 1911. Terminata l’Esposizione la fontana venne smontata ed acquistata da un notaio di Roma.
La fontana è attualmente al centro di Piazza Eleftheris davanti al palazzo comunale e delimitata dal porticciolo e dalla chiesa di San Giovanni realizzata tra il 1924 e il 1925 su progetto di Florestano di Fausto e Rodolfo Petracco sotto il Governatorato di Mario Lago (febbraio 1923 -novembre 1936); gli architetti hanno riproposto le forme medievali della chiesa dei Cavalieri distrutta dai Turchi nel 1856 e ritratta nelle incisioni di Rottiers del 1828; attualmente la chiesa è la Cattedrale ortodossa di Rodi. In un contesto simile non stonava affatto una fontana in stile medievale, di buona fattura, che riproduceva fedelmente una delle numerose fontane che caratterizzano il Centro Antico di Viterbo.

Già nella rivista mensile del T.C.I., del novembre 1929, compare al centro della piazza di Rodi, nei pressi del luogo in cui probabilmente si ergeva il Colosso, uno dei simboli della città di Viterbo: la Fontana Grande.
La fontana viterbese, risalente al 1212, è di settecento anni precedente alla sua copia ed è attribuita a Bertoldo e Pietro di Giovanni. Un secondo intervento, col quale assume l’attuale forma, è del 1279 (successivo all’Era Gatti) per opera di Valerianus durante il governo de Podestà Orso Orsini e del Capitano del Popolo Arturo figlio di Pietro da Monte Cucuzzone; le date ed i nomi sono riportati in due epigrafi presenti rispettivamente sul ciglio della tazza inferiore e sulla parte ottagonale del capitello che sostiene la vasca maggiore quadrilobata. Nel 1424 Benedetto da Perugia interviene sulla vasca principale e sul fusto con la realizzazione delle teste di leone e successivamente (1827) l’architetto Domenico Lucchi sostituisce ulteriori parti.
Il legame di Viterbo con la città di Rodi non è comunque una novità, infatti, nella Chiesa di San Faustino –Cappella della Madonna di Costantinopoli- è conservata una icona –Madonna con Bambino- tratta in salvo dai Cavalieri di Rodi quando nel 1523 si rifugiarono nella Rocca Albornoz dopo l’occupazione dell’isola da parte dei Turchi. Restarono nella Rocca sino al 1527 ed in segno di riconoscimento donarono l’immagine della Madonna; la chiesa di San Faustino fu scelta per l’officiatura dell’Ordine.
Si sbaglia Andrea Scriattoli, o forse è meglio dire che non ha tutti i torti quando sostiene (Viterbo nei suoi monumenti, Roma, 1915-20) che “Il più vago ornamento della piazza ove termina la Via Cavour, è quell’originale fontana, di cui altrove non sarebbe facile trovar la compagna”.

Alfredo Giacomini

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