Home Politica Quel cielo grigio sulla Leopolda: Renzi in evidente affanno, possibili ripercussioni sulla politica viterbese
Quel cielo grigio sulla Leopolda: Renzi in evidente affanno, possibili ripercussioni sulla politica viterbese

Quel cielo grigio sulla Leopolda: Renzi in evidente affanno, possibili ripercussioni sulla politica viterbese

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La Leopolda numero 8, la meno riuscita dell’epopea di Matteo Renzi segretario del Pd. Uno degli slogan di quest’anno era renziano doc: “Tutti protagonisti, non spettatori”. Il segretario ha cercato di puntare sui giovani della generazione “millennials”, i ragazzi nati tra il 1980 e il 2000, tutti accomunati dalla militanza democratica. Chissà se l’operazione è riuscita.
Ha pesato intanto su questa Leopolda l’isolamento di Renzi. A Firenze non sono venuti né Prodi (“Se andró alla Leopolda? Non vedo perché mi dovessero invitare, era una roba da giovani m’han detto”), né Pisapia, né gli oppositori interni Cuperlo, Emiliano, Orlando, né Emma Bonino. E, ovviamente, né il ministro Alfano. A Firenze non ha fatto capolino neppure Walter Veltroni, possibile raccoglitore dei cocci piddini in caso di implosione, mediatore per vocazione e temperamento.

Solo due anni fa, alla Leopolda parteciparono circa 26 mila persone. L’obiettivo-principe era allora il referendum sulla riforma costituzionale. Renzi dichiarò in quella occasione: “Se perdessi, considererei conclusa la mia esperienza politica”. L’addio non c’è stato ed è arrivato il mite governo Gentiloni che coabita con Renzi ex premier e ancora segretario. L’incontro alla Leopolda di quest’anno ha visto stringersi intorno a Renzi più o meno i soli fedelissimi: Boschi, Lotti, Martina, Minniti, Fedeli, Pinotti, Del Rio, Franceschini (quest’ultimo però possibile Brutus post elezioni politiche delle idi di marzo). Assente giustificato Gentiloni, in viaggio a Tunisi. Pure l’audience esterna ha raggiunto picchi minimi. Chi ha conosciuto l’aggressività e la sicurezza delle prime edizioni della Leopolda, non può che costatare con nostalgia la mancanza di appeal del Renzi versione 2017.

I sondaggi danno inoltre il Pd fermo sull’asticella del 25-27 per cento dei consensi. Il piccolo centrosinistra che può andare da Pisapia ad Alfano è tutto da costruire, avviatosi per giunta in colpevole ritardo: se si sceglie lo “ius soli” come colpo di fine legislatura, e non ci si accontenta del “fine vita”, si rischia di rompere con Alleanza popolare, mentre l’ex sindaco di Milano vorrebbe mantenere quest’ultima del tutto fuori dall’alleanza possibile. Bonino è a sua volta indecisa sul che fare della nuova sigla “Più Europa”. Incomunicabilità assoluta, in aggiunta, con la sinistra radicale. Renzi, questa volta, sembra accerchiato dalla sindrome della sconfitta. Ci vorrebbe un Matteo dei primi tempi per rompere l’assedio, ma lui ha perso smalto e idee-forza.

Ha detto Renzi in apertura di Leopolda, mostrando voglia di combattere: “Tutti gli anni ci dicono: non ci sarà nessuno, Renzi solo come un cane… e ogni anno vengono migliaia di persone diverse con idee da condividere e progetti da confrontare”. “Incontro” è stata la parola che ha dominato a Firenze: incontro con chi vuole incontrarsi e con le altre forze politiche disponibili, che tuttavia sono pochine. Pochi interlocutori politici, pochi manager, pochi industriali. Ha fatto perciò notizia l’apparizione alla Leopolda del nipote di Adriano Olivetti, innovatore della moderna industria italiana.

Nelle conclusioni il segretario ha lanciato una sfida a questo punto forse impossibile: “Non sarebbe serio da parte nostra non fare i conti con la sconfitta del 4 dicembre. Persino la Germania fa i conti con l’instabilità. Quando si perde, è perché i cittadini scelgono gli altri. Abbiamo perso quella sfida ma la rifarei perché era giusta. Ora si riparte”. Renzi in effetti riparte. Il cammino è tutto in salita verso le elezioni politiche di marzo. Tappa conclusiva e obiettivo massimo: un governo di unità nazionale per evitare un Di Maio premier?

Aldo Garzia

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