Percorsi urbani: Viterbo, l’edilizia di qualità di inizio novecento

Una certa edilizia d’inizio Novecento, a Viterbo, merita, ancora oggi,di essere proposta all’attenzione per alcuni suoi caratteri peculiari. Non sfugge, infatti, che il disegno d’impianto, la qualità costruttiva, l’armonia compositiva di facciate e di dettagli costruttivi rappresentano un valore distintivo architettonico ben visibile.
Si tratta, per lo più, di edilizia realizzata da anonimi architetti ed ingegneri, presenti e attivi a Viterbo che – come quasi sempre è avvenuto in quella straordinaria stagione – prestavano la loro perizia di attenti esecutori per solo scopo di pubblico interesse. Nei casi qui brevemente presi in esame, il loro lavoro era soprattutto rivolto ai dipendenti delle Ferrovie dello Stato (ma non solo). Insomma, tale edilizia era destinata ad una classe di piccola e media borghesia impiegatizia che, anche nel capoluogo della Tuscia appena divenuto Provincia nel 1927, aspirava ad elevare il livello qualitativo dell’abitare.

Per tale dirimente ragione, la costruzione di una costellazione di villini residenziali e di fabbricati di contenute dimensioni, che fossero anche l’immagine di questa piccola borghesia, rappresentò una “scommessa vinta” di progettisti e di costruttori. Non è difficile, infatti, rintracciare le tracce dell’aspirazione “… ad andare a vivere in case moderne, piene di confort, fino ad allora sconosciute per gli abitanti di Viterbo…”, ancora solo residenti nel centro antico della città. Ed ecco che l’impegno profuso per costruire bene, con sapienza, senza ridondanza, piuttosto richiamando i canoni di “codici e manuali dell’arte del costruire”, trovano precisa applicazione e definitiva concretizzazione in questa edilizia nobilissima.

Gli esempi di tale vocazione, tutti raccolti in un perimetro assai ristretto e contenuto, comprendono una varietà di rimandi stilistici niente affatto secondari nel quartiere Cappuccini:
– il blocco (non più tardo della fine degli anni Venti del ‘900) compreso sul fronte su Viale Raniero Capocci, Via Pietro Vanni, Via Lorenzo da Viterbo e Via Antonio del Massaro, il cui edificio d’angolo di questa due ultime strade richiama, per decorazioni, stile, partiture,la migliore edilizia romana coeva dei quartieri nati per la stessa utenza dei ferrovieri (San Lorenzo a Roma);
– la dolce sequenza dei quattro villini, più oltre Via Lorenzo da Viterbo, alle spalle dell’attuale Istituto Tecnico Commerciale, a due e a tre piani al massimo, che declinano i dettami della manualistica inizio Novecento con grande armonia e sensibilità (tra l’altro tenuti in stato di buona manutenzione);
– i villini di Viale Vittorio Veneto che si misurano tra loro per i rimandi ai più diversificati stili, come nel caso del villino neo-Quattrocento (che ospita, attualmente e tra l’altro, la sede dell’Ordine Architetti) esempio fulgido della cultura giovannoniana presente a Viterbo;
– i fabbricati, su ambedue i fronti, di Via Monte Asolone, il primo con discreti riferimenti alle decorazioni liberty in facciata del quartiere Coppedè edi Via Chiana di Quadrio Pirani a Roma, il secondo di nuovo richiamando gli stilemi di Piazza Benedetto Brin alla Garbatella di Roma che vagheggia le regole e lo stile tratteggiato da Giovannoni in quella “città giardino”.
Come è facile immaginare, in conclusione, molto c’è da scoprire e da documentare: un lavoro paziente tutto ancora da svolgere. E che meriterebbe applicazione, costanza, studi e riflessioni ulteriori. Gli esempi appena descritti sono solo una piccolissima parte di una ricerca che, si spera, divenga sistematica.

Alfredo Passeri

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