Percorsi urbani: abitare in una palazzina a Viterbo

Palazzina. Questo termine, entrato nell’uso nel Rinascimento come vezzeggiativo di palazzo designò alle sue origini piccoli edifici posti

all’interno di parchi e giardini destinati ad offrire asilo durante feste e partite di caccia… La palazzina, figlia del «villino signorile»… iniziò

così negli anni ’20 la sua parabola distruttiva nei confronti dell’organismo città, sostituendo il tessuto continuo tipico della città antica, un

tessuto discontinuo in cui i volumi edilizi sono accostati l’uno all’altro senza che alcuna relazione formale li colleghi, divisi solo da

un’esile striscia di verde, di solito suddivisa dalle alte murature erette sui confini dei lotti…

Paolo Portoghesi, L’angelo della storia, Laterza, Bari 1982 

 

Le chiavi di lettura che aiutano a capire perché abbiano importanza le palazzine sta nell’assunto che “…conoscere tale tipo abitativo significa salvarlo. Significa apprezzarne il suo valore, la sua qualità…”. Ma, in un non lontano passato, non è andata troppo bene per il “tema palazzina”, che fu demonizzato per lunghi anni. Anzi, gli anatemi contro questo tipo edilizio hanno causato quasi una sua rimozione, facendo scomparire dai libri di Storia dell’Architettura contemporanea grandi opere e magnifici edifici, tra l’altro assai apprezzati dall’utenza borghese. Perché è alla borghesia, destinataria principale del tipo a palazzina, che sono andate le attenzioni dei progettisti e dei costruttori, i cosiddetti palazzinari. Termine assai dispregiativo e, in qualche modo, ingiusto.

Cosa è successo a Viterbo? Anche il “capoluogo della Tuscia” annovera magnifiche palazzine, perlopiù sconosciute, ignorate dalla gran parte degli architetti in quanto considerate “opere minori”. Lo ripetiamo: consideriamo tali attribuzioni negative profondamente ingiuste; di fatto, non è difficile dimostrare che questo tipo abitativo ha trovato un altissimo gradimento da parte degli utenti di palazzine, travalicando il significato stesso dell’abitare borghese, medio e alto, in una nobilissima competizione tra soluzioni alternative, davvero sorprendenti.

Prendiamo il caso della straordinaria palazzina di Piazzale Gramsci, opera di Rodolfo Salcini, uno degli architetti viterbesi al quale, finalmente, si sta cominciando a guardare con più attenzione rispetto al passato, e i cui meriti affiorano prepotentemente. Le opere di Salcini sono di grande spessore, sono originali e distinguibili nel panorama, ahimè, monocorde del costruito del secondo dopoguerra. Basti pensare al coraggio di misurarsi con la Storia che, questo abile e colto professionista, non disdegnò affatto, e che colse come occasione per prospettare soluzioni innovative e al passo con i tempi. Si comincia, dunque, a raccogliere materiale dei lavori di Salcini, anche se ancora non esiste un’opera riassuntiva della sua produzione. Ci auguriamo che, soprattutto i giovani, non lascino cadere l’occasione di cogliere la lezione di questo Maestro, che ebbe non poca influenza sulla generazione che lo conobbe e da cui trasse insegnamento professionale.

Ma torniamo al tema della palazzina e, in particolare, a quella progettata da Salcini, fuori Porta Fiorentina in Piazzale Gramsci. Le condizioni dell’edificio sono critiche per cattiva manutenzione, oseremmo dire, “nessuna manutenzione”. La facciata, scandita da ritmi compositivi armonici, calibratissimi ed esatti, denota i segni del tempo; i dettagli costruttivi e decorativi (bellissimi) sono in precario stato di conservazione. Eppure, se si fa riferimento, per esempio, alla scala condominiale, non può certamente sfuggire il valore “scultoreo” di tale avvolgente e plastica “volumetria-non volumetria” che si avviluppa leggera nella sua materialità di cemento armato e ferro (della leggerissima ed elementare ringhiera).

Bisognerebbe che, chi passa da quelle parti, presti una qualche attenzione a questo edificio. Purtroppo, a causa delle sue condizioni attuali, ai più sembra di poco valore, anzi decisamente paragonabile alla comune edilizia di speculazione. Ed invece – ad una più accorta analisi visiva – esso risulta essere tra le migliori architetture contemporanee di Viterbo. Perché (non ci stancheremo mai di ripeterlo) anche le “architetture comuni”, quelle destinate all’uso più frequente e, apparentemente, meno nobile (come l’abitare in palazzina, ovvero in condominio) hanno un loro intrinseco pregio, una loro peculiarità che deriva dal gradimento dell’utenza che, conseguentemente, ne sancisce il successo (si controllino, al proposito, i “prezzi degli appartamenti di questa palazzina…”).

Insomma, è ora di ristabilire gli equilibri, e far tornare le palazzine tra le cose d’arte. Ovvero, sensibilizzare alla “cura del contemporaneo” anche gli inconsapevoli possessori-proprietari, che non si rendono conto di abitare un’opera architettonica. È compito della comunicazione e degli studiosi far venire “…l’acquolina in bocca…”, informando che vivono in un’opera d’autore firmata. Questo è senz’altro un privilegio.

Alfredo Passeri 

 

 

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