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Pensando ad una edilizia migliore, di qualità: Viterbo possibile laboratorio nazionale di sperimentazione

Pensando ad una edilizia migliore, di qualità: Viterbo possibile laboratorio nazionale di sperimentazione

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È stata una clamorosa svista o c’è dietro un disegno preciso destabilizzante? La recentissima demolizione, ancora in questo momento in atto, della palazzina Liberty nel quartiere Trieste a Roma fa discutere molto. Sono intervenuti sull’argomento eminenti studiosi, cultori delle cose d’arte, giornalisti impegnati, Comitati per la Salvaguardia del Patrimonio, intellettuali famosi che, concordemente, si opponevano alla demolizione di questo frammento di architettura civile, datato 1930 e poi – sembrerebbe – almeno due volte soprelevato negli anni Cinquanta. Ma non c’è stato nulla da fare: il manufatto è stato abbattuto. Al suo posto verrà realizzata una palazzina moderna, in stile contemporaneo, oserei dire “alla voga del momento”, di quel genere che si vende. Perché essa ha tutti i confort che servono ad attrarre la clientela e l’utenza facoltosa, in questa nuova soluzione non manca nulla: ogni parte è pensata per poche ed esclusive famiglie, che si possono permettere di abitare in una “centralità” (termine ormai obsoleto, ma che rende l’idea di “nuovo centro città”, fatto delle stesse opportunità che offre l’antico, solo con la differenza che tutto è tecnologicamente avanzato) come intorno a Corso Trieste. Insomma, una costruzione esclusiva.

Con un dannato rischio, però: il confronto. Esattamente ciò che è avvenuto finora, ossia mettere in parallelo la romantica palazzina del Novecento e la modernità (a tutti i costi). E allora ecco che le opinioni divergono fortemente. Roma non è affatto nuova a simili polemiche che – bisogna ammetterlo – in passato ha dato, paradossalmente, anche ottimi risultati finali. Non è il caso di scomodare il passato per ricordare come Borromini soffrisse la fama ed il successo di Bernini (tema di particolare e interessantissima dimensione, che è impossibile qui affrontare compiutamente) consegnando a Roma i capolavori di cui tutti, oggi, ci facciamo giustamente vanto. Quella “nobile competizione” scatenò l’intelletto e l’ingegno dei più grandi dell’architettura.

Abbassando i toni e il livello, in questo momento a Roma si discute dell’abbattimento dell’impianto di Tor di Valle, opera di Julio Lafuente, che dovrebbe fare (forse è il caso di dire ormai, “farà”) largo al complesso che contiene lo Stadio della Roma, società di calcio. Altre infinite polemiche, peraltro non ancora sopite. Anzi, tuttora in corso. Insomma, Roma è così.
E Viterbo? La nostra città potrebbe metter in campo e ripensare la sua edilizia migliore di 80, 70 anni fa, traendo dalla lezione delle demolizioni (mirate a “lasciare il posto” al contemporaneo) qualche autonoma soluzione, per dire la sua. Dovrebbe, per esempio, “monitorare” il suo patrimonio di edilizia di qualità del ‘900, per una coerente e cosciente salvaguardia, una tutela che impedisca manomissioni, incongrue alterazioni, addirittura demolizioni dissennate e prive di scrupoli e di senso. Qualche valoroso (Alfredo Giacomini) già ha catalogato molto di tale straordinario patrimonio, ma non basta.

Mi sono sempre domandato perché, a proposito delle demolizioni, non si comincia con le volumetrie illegali, quelle che l’infausta pratica dei “condoni” rimette nei canoni della legge. Debbo dire, in tantissimi anni d’esperienza, che il mondo ci guarda con stupore, perché suscitiamo, a chi ci osserva da fuori, una profonda tristezza. Avendo ceduto ad un folle tentativo di legalizzare cose che, in qualsiasi parte del pianeta, sarebbero subito abbattute perché fuori legge, perché lesive delle norme, perché “sempre” frutto di realizzazioni di bassissima o inesistente qualità costruttiva, perché dannose del diritto dei terzi vicini e molto altro che sarebbe lunghissimo qui enucleare. Un mappatura dell’esistente non è soltanto auspicabile, ma sarebbe anche doverosa. Le ragioni stanno, peraltro, intorno al mancato controllo della staticità degli edifici, alla loro obsolescenza. I manufatti, come tutte le cose costruite dall’uomo, si deperiscono, invecchiano, hanno bisogno, a un certo punto della loro vita, di essere rigenerati. Forse, in alcuni casi, conviene demolirli e ricostruirli. Ma, cominciando tale opera di “rinnovo”, dall’edilizia scarsa, la stessa che autorevolmente e inconfutabilmente, verrebbe, ovvero dovrebbe, essere dichiarata tale da esperti super partes.
Viterbo, per le sue caratteristiche intrinseche, potrebbe candidarsi a diventare un “Laboratorio sperimentale” di una simile indagine perlustrativa. Così virtuosa da diventare, poi, un modello.

Chissà se il lungimirante politico di turno saprà cogliere questa occasione, offerta su un piatto d’argento. Le Università, tra i loro compiti istituzionali, hanno il dovere di studiate tutti i fenomeni sopra tratteggiati: indagini storiche, prospezioni strutturali e ambientali, giudizi di valore sui manufatti, decisioni utili all’accrescimento della qualità, pareri sulla compatibilità normativa e sulle ricadute occupazionali, ecc. ecc. Si consideri un assist per chi vuole ragionare sull’antico e il nuovo, sulla tradizione e l’innovazione, sulla conservazione tout court e il confort.
Le città si sono stratificate quasi mai ignorando la morfologia urbana, le tipologie esistenti, i tracciati, gli spazi aperti, il verde: la sovrapposizione – come nel caso di Viterbo – ha prodotto straordinarie parti urbane, integre (seppur colpite dagli eventi disastrosi che le hanno danneggiate) che si sono sapute riscostruire ricominciando da se stesse. E lasciando a noi il compito della “permanenza”, ovvero la memoria di un passato che si può e si deve rinnovare continuamente nel presente.

Alfredo Passeri

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