Home Cronaca Oltre la tragica vicenda Cucchi: l’oscuro caso di Stefano Brunetti, rinchiuso in una camera di sicurezza e poi morto al pronto soccorso
Oltre la tragica vicenda Cucchi: l’oscuro caso di Stefano Brunetti, rinchiuso in una camera di sicurezza e poi morto al pronto soccorso

Oltre la tragica vicenda Cucchi: l’oscuro caso di Stefano Brunetti, rinchiuso in una camera di sicurezza e poi morto al pronto soccorso

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Sono comunemente chiamati “eventi critici” o “omicidi di stato”, dipende da chi racconta la cronologia degli eventi; in realtà accorpano molto altro, ma tirando le somme si tratta di eventi luttuosi che,  a parte i familiari a meno di qualche caso, non hanno riscontro mediatico. Contemplano suicidi, morti per overdose, decessi dovuti alle precarie condizioni medico-sanitarie, oppure dovuti a maltrattamenti, tutto questo all’interno di strutture di pena, che a volte diventano veri e propri lager. A volte i detenuti devono scontare pene di breve durata, eppure taluni pensano che impiccarsi con un asciugamano sia la via di fuga più  breve. Qualche volta si ammalano per esempio di diabete, gli avvocati esprimono sdegno per morti annunciate che avvengono dietro le sbarre,  passate nel più cupo silenzio. Storie ignorate, dimenticate, impilate in faldoni polverosi, con burocratico e omertoso distacco, dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria chiamata: “Dap”, intrappolate  nella categoria degli “eventi critici”. Esistenze che arrivano al capolinea in circostanze poco chiare  o addirittura oscure. Il carcere, in alcuni casi, diventa la “causa di morte”. Esistono associazioni di volontariato: Antigone, Nessuno tocchi Caino, Osservatorio Calamandrana, che si occupano di monitoraggio dei penitenziari, la specificità del loro lavoro consiste nella sensibilizzazione verso questa problematica, ma particolarmente nel cercare di dare un nome e una storia, ,a quelle che rischiano altrimenti di restare unicamente fredde statistiche. Una di queste spicca, è la storia di Stefano Brunetti , una vicenda opaca o quantomeno oscura , viene annoverata tra le cosiddette: “Morti di Stato”, insieme a quelle di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi.  Tante,  troppe, ingiustificabili  morti sospette, avvenute quando queste persone erano nelle “MANI dello Stato”, quando in realtà allo stato ci si dovrebbe affidare per potersi proteggere e ancor di più per salvarsi.

Stefano Brunetti venne arrestato l’8 settembre 2008 durante una rissa, si parla anche di un furto. Fu portato in questura dagli agenti di polizia che dovevano interrogarlo per delineare e chiarire gli eventi della vicenda in cui si trovò coinvolto, doveva fornire chiarimenti anche su altre persone implicate. Secondo la versione rilasciata dai poliziotti, Brunetti, rinchiuso in  una camera di sicurezza, si rese protagonista di atti di autolesionismo e gli agenti  dovettero  chiamare il medico di guardia per sedarlo. Intorno alle due di notte venne condotto nel carcere di Velletri. Il giorno dopo lo ricoverarono in pronto soccorso, ma le sue condizioni erano gravissime, preoccupanti tanto che il medico di guardia, Claudio Cappello gli chiese: ” Chi ti ha ridotto così?” lui rispose: “Mi hanno menato le guardie del commissariato di Anzio”. Stefano morì qualche ora dopo.  Il Pm Dott. Luigi Paoletti avviò una  denuncia a cui seguì un’indagine. La famiglia anche.

Furono rinviati a giudizio quattro poliziotti che lo ebbero in carico quella notte, con questa motivazione: “Gli imputati sono accusati di aver cagionato in concorso tra loro la morte di Brunetti Stefano tratto in arresto dai medesimi, e trattenuto presso le camere di sicurezza del commissariato fino all’accompagnamento in carcere, con atti diretti a commettere il delitto di percosse o lesioni personali, segnatamente colpendolo più volte con un mezzo contundente naturale o non naturale, con l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso di poteri o comunque violazioni di doveri inerenti a una pubblica funzione”.  Per questo inqualificabile e scandaloso episodio i quattro agenti furono indagati, appunto loro che lo ebbero in carico.

Il  consulente medico legale della procura di Velletri, dott. Marella,   effettuò l’autopsia sul corpo si Stefano, rilevò  lesioni  che furono prodotte nelle 18-20 ore precedenti il decesso, nell’arco di tempo della sua detenzione nella camera di sicurezza del commissariato. Lo stesso medico  accertò che la morte fu causata da una emorragia interna provocata dalla rottura di due costole. Iniziò il processo a carico dei poliziotti  il 26 settembre 2011 presso la Corte di Assise di Frosinone dove vennero ascoltati tutti i testimoni di ambo le parti. I nomi di dei quattro sono: Salvatore Lupoli, Massimo Cocuzza, Daniele Bruno e Alessio Sparacino.

Il processo si concluse il 7 giugno 2013. Dei quattro imputati solo Salvatore Lupoli parlò innanzi alla corte, ma contraddicendosi nella sua deposizione confuse  tempi e orari e scaricò la maggior colpa ai medici del pronto soccorso di Velletri , per non essere intervenuti in tempo per salvarlo.

La cosa certa è che Stefano morì subito dopo l’arresto,e quella inaccettabile è che lo fu, per mano di poliziotti in preda ad una crisi di onnipotenza, anche se la sentenza finale lo smentisce. Tragico  è appurare che dietro le sbarre spesso finiscono i diritti dei detenuti, insieme a quelli morali e spirituali, dove la dignità umana viene annientata e calpestata. La richiesta di condanna in appello,  per il caso di Stefano Brunetti, è stata di 10 anni per i poliziotti, e si è espressa con parere negativo il 19/ottobre/2016 . Assolti in via definitiva i 4 agenti di Anzio, infatti la 5° sezione del tribunale della Corte di Cassazione di Roma ha confermato la sentenza di assoluzione, scagionandoli in via definitiva. Quello che desta ribrezzo è la totale estraneità da parte loro alla vicenda, nei vari gradi di giudizio. La sensazione di impotenza nel rivendicare la propria innocenza o estraneità ai fatti, all’interno delle mura di un carcere,  fa parte a volte  di un sistema determinato di segregazione, di mutismo obbligato e  indiretto,con attese che si fanno eterne,al contrario di alcuni giudizi che si esprimono violenti e immediati, come vere e proprie condanne a morte, come nel caso di Stefano. Quello che maggiormente influisce in situazioni di detenzione  è lo  stato d’animo del detenuto: la “perdita di ogni speranza”, la mancanza di prospettive, l’incapacità di difendersi o di esserlo da parte di chi dovrebbe tutelare;  ma in alcuni casi è la paura a farla da padrona, la trappola in cui si cade, la tagliola affilata che interviene inflessibile quella che considera la vita umana pari a  una goccia in un diluvio. A volte si interviene a posteriori, mentre poco o niente avviene sul fronte della prevenzione, e in genere solo postumi spuntano episodi di dignità negata. I giudici della Corte di Appello appunto, dopo essersi consultati per non più di “30 minuti” in camera di consiglio, hanno confermato la sentenza di primo grado, assolvendo di fatto, nuovamente, i quattro agenti imputati nella vicenda Brunetti e facendolo morire nuovamente. I familiari continuano la loro battaglia per i diritti e le garanzie dei detenuti nel sistema penale italiano, tanto da aver istituito insieme ad alcune associazioni di volontariato  un osservatorio sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane, a loro e a chi subisce violenze e soprusi auguriamo miglior fortuna di quella di cui è stato privato Stefano Brunetti. Ma la Cassazione ha confermato  la sentenza di assoluzione per i 4 agenti, solo nuovi importanti novità potrebbero riaprire un caso ormai chiuso.

Maria Grazia Vannini

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