Home Cultura Museo delle macchine di Santa Rosa: un’idea “fruttosa” che si è scontrata contro il muro di gomma comunale, un’altra occasione persa
Museo delle macchine di Santa Rosa: un’idea “fruttosa” che si è scontrata  contro il muro di gomma comunale, un’altra occasione persa

Museo delle macchine di Santa Rosa: un’idea “fruttosa” che si è scontrata contro il muro di gomma comunale, un’altra occasione persa

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Pare incredibile che manchi l’educazione minima. A Viterbo è un po’ così, non sempre ovviamente, ma quasi in ogni occasione. Ecco di seguito una di queste occasioni che, dal mio personale osservatorio, sono ben quattro: la mancata attenzione per il futuro Museo delle Macchine di Santa Rosa, la totale incapacità di valorizzare il patrimonio pubblico, l’inettitudine amministrativa e politica che impedisce di adottare il Master Plan (bello e pronto, buttato in un cassetto), le professionalità che sono ridotte alla più vieta mediocrità (la stessa che illustri filosofi e antropologi chiamano “mediocrazia”).

Inizio dalla prima mancanza di educazione minima: il Museo delle Macchine di Santa Rosa. Dopo anni di chiacchiere, a “costo zero” l’Amministrazione riesce ad avere un Dossier per orientarsi, farsi un’idea, per cercare di trarre dei vantaggi economici, seppur di larga massima. Insomma, ha la possibilità di scegliere. Se proprio vogliamo essere anche un po’ cattivi, di rimettere ordine ai conti pubblici del passato. Facilmente, infatti, si dimentica che le vecchie Macchine di Santa Rosa (al momento stipate in un magazzino, l’affitto del quale è sempre a carico del Comune, e cioè dei cittadini) sono state realizzate con soldi della collettività e sono di proprietà comunale. Sperpero di denaro pubblico? Forse parlare di “sperpero” è troppo; per certo, quei soldi investiti per progettare e per realizzare le Macchine (tutte e 6, compresa l’attuale Gloria, di qualità elevata) sono buttati lì, in un magazzino… Perché tali “opere d’arte” non fruttano, non possono rendere qualcosa? Perché non immaginare che le invenzioni artistiche, i simboli stessi della città meritano altra sorte? Per esempio, se fossero collocate, fruite, godute dalla stessa comunità che le ha desiderate, viste, apprezzate e hanno reso felice tanta gente e in tante circostanze durante i vari trasporti per le vie della città, non dovrebbero essere celebrate con onore e partecipazione straordinaria? Dove? In un Museo, l’unico “contenitore simbolico per eccellenza” che possa ospitarle, congiuntamente alle varie e complementari funzioni tipiche della musealizzazione (che vuole dire, in altre parole, conoscenza approfondita del materiale esposto e creazione di condizioni di presentazioni ottimali di dette n. 6 Macchine, e che consenta ad esse di esprimere e comunicare liberamente i propri messaggi, solo per darne una semplicistica traccia). Nel Dossier – tanto per cercare ancora una volta la concretezza – sono usciti anche dei numeri: 8 milioni di Euro, tutto compreso (in circa 3.500 metri quadri di superficie, in un involucro alto non meno di 30 metri, la cifra comprende: acquisto e urbanizzazione dell’area, costi di costruzione, messa in pristino della funzionalità del Museo, sua gestione presente e futura, archivi, multimedialità, comunicazione, sede del Sodalizio dei Facchini ecc. ecc.). Chissà se un crowfounding, pensato ad hoc, potrebbe fare al caso in questione… Dal 26 giugno, giorno del protocollo del Dossier, tutto tace: l’educazione minima imporrebbe un segnale, positivo o negativo, di consenso o di diniego, solo per dire, magari: “…non si farà mai…”. E invece niente.

Dalle sintetiche note che precedono, mancano i “ricavi” che sono senz’altro da considerarsi veri e propri “benefici”, perché vettori di economia allo stato puro. Come, per esempio, il sicuro aumento del turismo colto (vedi il caso famosissimo di Bilbao) solvibile e comunicativo, i nuovi posti di lavoro in abbondanza per i residenti e per l’indotto, il salto di qualità dell’immagine della città (ancora Bilbao), la valorizzazione del patrimonio pubblico e l’incremento dei cespiti, ed ultimo, ma non ultimo d’importanza, la realizzazione di una “grande opera architettonica” (sempre Bilbao), evento non comune e che in altri contesti europei rappresenta una sfida da vincere. Insomma Viterbo, alla maniera delle più importanti città di provincia (Ferrara, Lucca, Perugia, Matera, Salerno) potrebbe a buon titolo competere per una sua “visibilità permanente e di qualità”. Ed, invece, dimentica la sua identità, la trascura, la sottovaluta. Ancora i circoli chiusi la fanno da padroni, espungono le novità, consolidano le loro lobbistiche attività (al ribasso) e non producono nulla all’esterno se non per se stessi. Un circolo vizioso, quello che nella mia disciplina, l’Estimo, si definisce “oligopolio collusivo”, che andrebbe spezzato per far posto all’economia virtuosa e produttiva, libera, attenta, capace di includere e di proiettarsi al futuro con fiducia.

La “fiducia”, questa la parola che manca. Viterbo non ha più fiducia – come, del resto, un po’ tutto questo nostro sfortunato Paese e in questo sciagurato momento storico – nel suo futuro, non crede si possa cambiare, non vuole cambiare. Insomma, la sinusoide è nella fase discendente e resta lì, malinconicamente, senza quell’immaginazione che da un senso alla vita e fa risalire la curva sinusoidale.
Senza fiducia, non c’è la città e i suoi cittadini non contano.

Prof. Alfredo Passeri

foto: la fattoria Barbini

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