Home Cronaca Mercoledì 19 Viterbo ricorderà Borsellino a 25 anni dalla tragica scomparsa con una fiaccolata: il ritratto di cittapaese.it dell’indimenticabile magistrato
Mercoledì 19 Viterbo ricorderà Borsellino a 25 anni dalla tragica scomparsa con una fiaccolata: il ritratto di cittapaese.it dell’indimenticabile magistrato

Mercoledì 19 Viterbo ricorderà Borsellino a 25 anni dalla tragica scomparsa con una fiaccolata: il ritratto di cittapaese.it dell’indimenticabile magistrato

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Mercoledì 19 alle ore 21, 30 Viterbo ricorderò Paolo Borsellino con una fiaccolata che partirà da Piazza del Teatro. Anche cittapaese.it, a 25 anni dalla scomparsa del rimpianto magistrato esempio di libertà, coraggio e specchiata professionalità partecipa alla giusta commemorazione di una figura straordinaria e mai dimenticata con un ritratto di Maria Grazia Vannini, commosso quanto puntuale e completo in ogni dettaglio del grande uomo di legge palermitano ucciso dalla mafia domenica 19 luglio 1992.

Era un uomo intelligente, ostinato e caparbio, si dice che fosse anche allegro ed entusiasta del suo lavoro di magistrato. Queste e molte altre caratteristiche che hanno fatto di lui un uomo speciale, in grado di instillare nelle menti la più vasta gamma di valori positivi, quelli che le nuove generazioni non dovrebbero mai dimenticare. Aveva un amico del cuore, il collega Giovanni Falcone, con cui ha condiviso la tragedia di essere ucciso senza aver raggiunto definitivamente l’obiettivo che entrambi si erano prefissati, distruggere e sconfiggere la mafia. Paolo Borsellino nacque a Catania il 19 gennaio del 1940, la sua era una famiglia borghese, i genitori erano entrambi farmacisti, abitava nel quartiere arabo più antico “la Kalsa”. Si iscrisse dopo il liceo alla facoltà di Giurisprudenza a Palermo, e a 22 anni ottenne la laurea con il massimo dei voti.
Divenne membro dell’esecutivo provinciale, poi delegato al congresso provinciale durante gli anni di frequenza all’università, ottenne anche la presidenza nella lista “Fuan Fanlino” come rappresentante degli studenti. Dopo la laurea perse suo padre, si caricò della responsabilità della cura della sua famiglia continuando a sostenere l’attività della farmacia fino a quando la sorella non ottenne la laurea per poter condurre quella attività. Diede il concorso per accedere alla magistratura, che superò brillantemente nel 1963. Aveva due amori, la sua terra e la giustizia, il terzo era la famiglia. Cominciò ad esercitare a Palermo con un profondo senso del dovere. Il primo incarico direttivo fu come Pretore a Mazara Del Vallo nel periodo post terremoto. Si sposò nel 1968 , ottenne il trasferimento alla pretura di Monreale, dove lavorò con il corpo dei carabinieri e con il capitano Basile, diventarono grandi amici. Nel 1975 si aprirono per lui le porte del tribunale di Palermo, presso l’ufficio “Istruzione dei processi penali” sotto la guida di Rocco Chinnici. Da quel momento e con i suoi fedeli, iniziò la sua battaglia senza sosta per sconfiggere e contrastare la Mafia. Nel 1980 insieme al capitano Basile, che poco dopo fu freddato dalle cosche, arrestarono i primi sei mafiosi, seguirono le minacce nei suoi confronti e verso la sua famiglia, allora lo Stato gli assegnò una scorta, ma le difficoltà a condurre indagini erano reali e giornaliere. Il pericolo camminava al suo fianco. Paolo Borsellino aveva una particolare attitudine per le indagini istruttorie, in media ne seguiva 400 ogni anno, era zelante, diligente, e per il suo impegno gli venne conferita la nomina di “Magistrato D’Appello” il 5 marzo del 1980. Giudizi molto lusinghieri seguivano la sua figura e il suo operato.

Presso il Tribunale di Palermo continuò a dimostrare le sue capacità, la sua lungimiranza e le sue doti eccezionali. Si costituì per volontà di Rocco Chinnici il “Pool di Magistrati composto da Falcone, Borsellino, Barrile e Chinnici stesso, lavorarono tutti con gli stessi ideali e la stessa forza, intendevano cambiare la mentalità dei siciliani, scuotendo le coscienze e indirizzando i ragazzi verso la legalità, riuscivano a conquistare le persone. Frequentavano lui e Falcone, scuole, piazze e tavole rotonde per contrastare la cultura imposta dalla mafia. Poi il dramma. Il 4 agosto del 1983 cominciò una lunga scia di sangue, perse la vita anche il giudice Chinnici a causa di un’autobomba. Lui rappresentava il riferimento, la guida. Borsellino a quel tempo, era già provato dalla morte del Capitano Basile. Arrivò in sostituzione al magistrato morto, il giudice Caponnetto, che si inserì ottimamente nel pool, fu instaurata da subito una bella collaborazione e si videro i primi risultati con l’arresto dei capi di “Cosa Nostra.” Vito Ciancimino e Tommaso Buscetta, da pentiti, cominciarono a parlare e a fornire informazioni. Fu istituito il Maxiprocesso con decine di imputati, ma contemporaneamente si celebrò un altro lutto, venne ucciso dalle cosche il commissario Beppe Montana, come atto intimidatorio. La lista di sangue si ingrossava ed era destinata a crescere. In un clima contornato da orrore Falcone e Borsellino vennero confinati all’Asinara per ultimare gli atti processuali, sperando in rischi minori. L’opinione pubblica era in fermento, non capiva l’impiego delle forze dell’ordine e delle scorte, non capiva il ruolo che i magistrati avevano costituito per contrastare i mafiosi. Si concluse finalmente l’istruttoria del maxiprocesso, allora apparve la cattedrale monumentale delle organizzazioni criminali di “Cosa Nostra,”pietra su pietra. Borsellino insieme a Falcone si trasferirono a Marsala per continuare la collaborazione, il primo chiese il trasferimento per ricoprire l’incarico di Procuratore Capo e il CSM lo concesse. IL giudice Paolo Borsellino viveva presso la stazione dei carabinieri, occupava in un piccolo appartamento per risparmiare il costo degli uomini della scorta, era teso e preoccupato, il “maxiprocesso” aveva aperto solchi e tensioni nella politica e nella magistratura e nemmeno il lavoro che amava lo consolava dei successi ottenuti contro la mafia.

Teneva alta la guardia, anche se la magistratura siciliana stava trionfando, c’era bisogno di Stato, di legalità e di persone capaci. Caponnetto nel 1987 fu costretto a lasciare il pool per motivi di salute, tutti aspettavano Giovanni Falcone al suo posto, così la lotta sarebbe continuata, ma il CSM si pronunciò diversamente incaricando Antonino Meli. Falcone e Borsellino erano vita quotidiana, unità di pensiero amici per la vita. Per loro si poteva prevedere un posto alla Camera una nomina a Sindaco, il loro lavoro era stato magistrale e qualsiasi premio per merito, per loro sarebbe stato superfluo se non avessero più potuto assestare colpi alle cosche, volevano inseguire i mafiosi e condannarli. Falcone fu chiamato a Roma come direttore degli affari penali, premeva per l’istituzione di una Superprocura, instaurò un dibattito politico, chiedeva la partecipazione di personalità dello Stato nella lotta alla mafia, mentre il suo amico a Palermo operava sul campo, insieme ad altri magistrati come coordinatore alla Direzione Distrettuale Antimafia. A Palermo si viaggiava con la fiducia in poppa, apparivano nuovi pentiti, prendevano vita nuove indagini, l’impegno dei magistrati proseguiva incessante e fruttuoso, anche se esplodeva chiarissimo il legame tra la politica e il malaffare.
Ogni tanto lo sconforto turbava il lavoro di Borsellino, che però continuava ad uscire allo scoperto e non indietreggiava mai dalla prima linea. Lui e Falcone, Falcone e lui in un Carosello di attacchi alle cosche, la superprocura di Roma, secondo “Paolo” doveva essere diretta da “Giovanni”, nel maggio 1992 Falcone raggiunse i numeri per vincere l’elezione, sarebbero stati uno a fianco dell’altro nella lotta, ma anche la mafia siciliana in contemporanea affilava le armi, era potente e aveva agganci solidi e pericolosi. Ci fu un istante di gioia per quella carica sofferta che durò il tempo di un respiro, e subito dopo un sussulto tristemente noto come “La strage di Capaci”. Falcone venne ucciso insieme a sua moglie e ai suoi uomini. La sofferenza di Borsellino si fece pesante, quel legame spezzato di una storia di amicizia e lavoro, passione e giustizia, non esisteva più. Al magistrato venne offerto di prendere il posto dell’amico, ma lo rifiutò, erano entrambi carismatici e dotati di abnegazione e passione per la loro terra, lui rimase a Palermo.

Collaborò alle indagini sull’attentato di Capaci, fino ad identificare le basi della piramide di “Cosa Nostra”, i pentiti volevano parlare con lui, si fidavano e Borsellino voleva conoscere le vere sembianze dei camorristi. Inseguiva una delega per poter interrogare un picciotto “Mutolo”, che gli avrebbe fornito nomi e prove. Ottenuto il permesso a quell’indagine, tramite l’interrogatorio che si sarebbe svolto dopo qualche giorno, decise di prendersi un giorno di vacanza insieme ai pochi amici rimasti, e di andare per mare. Rientrò dopo pranzo a Palermo, doveva accompagnare la madre ad una visita medica. Via D’Amelio 19 luglio 1992, l’esplosione dell’autobomba avvenne sotto casa e si portò via la vita del Giudice e degli uomini della scorta. I tentacoli della mafia sono carboni ardenti che non accennano a diventare cenere, anzi hanno incenerito i corpi di Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina Claudio Traina ed Emanuela Loi, i fedeli poliziotti che l’hanno seguito fino alla fine. Il numero 19 gli è stato fatale, sia per nascere che per morire, il freddo inverno per venire al mondo e la calda estate per abbandonarlo. Non dimentichiamolo, gli uomini rari vanno ricordati e celebrati.

Maria Grazia Vannini

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