Lotta per le candidature: che brutto spettacolo il casting delle liste, che brutta politica

Forse gli osservatori di cose politiche hanno la memoria corta, però lo spettacolo pubblico della composizione delle liste per una competizione elettorale non aveva mai raggiunto un tale livello di separatezza dal mondo reale. Parliamo innanzitutto delle forze di sinistra (Liberi e uguali) e di centrosinistra (Pd), dove l’elenco di esclusi e new entry pare un gioco dell’oca dettato da logiche di corrente o di componente e qualche volta della politica ridotta a casting e  di dichiarazioni di fedeltà al capo.

Si è trattato di interminabili riunioni notturne, decisioni prese con il bilancino tra correntine e minuscoli apparati. I tanto decantati “territori” sono stati lasciati di conseguenza a bocca quasi asciutta.  Perlopiù, si sono calati candidati dall’alto e quindi “paracadutati” (nuovo termine entrato nello slang della politica). Mai come questa volta ha pesato su metodi e contenuti la dissoluzione dei partiti: una volta le scelte dei candidati per il parlamento venivano effettuate o per naturale corso ad honorem (dal consiglio comunale alla Camera) o per valutazioni politiche di personalità di chiara fama culturale e ricoprenti incarichi pubblici. Non esistendo più i partiti come organizzazioni collettive e di interessi sociali, le scelte vengono effettuate con altre logiche e la politica assomiglia a un suk dove non contano le considerazioni di una volta. Nel caso della destra è da tempo che tutto assomiglia a un marketing mentre non sono certo esaltanti neppure le “parlamentarie” grilline dove in 15 mila hanno dato l’assalto allo scranno possibile come una maratona della domenica.

Capita così che nel Pd il segretario Renzi abbia optato per 160 fedelissimi su 200 potenziali eletti lasciando le briciole alle minoranze di Orlando, Emiliano e Cuperlo (anzi, Cuperlo ha rinunciato con gesto nobile e polemico alla ricandidatura). Si disegna così un partito post-sconfitta eventuale che ne assicura comunque la gestione al leader che ha stravinto l’ultimo congresso e che può perdere le prossime elezioni dopo aver perso il referendum costituzionale. Se le cose andassero male, non è però affatto detto che la navigazione in acque piddine possa continuare tranquilla malgrado gruppi parlamentari blindati. Dichiara la tregua Orlando: “Non sia il momento di fare polemica. Ognuno deve fare le scelte che ritiene più giuste ma complessivamente dobbiamo iniziare a fare la campagna elettorale”.

Non è meno grigio quello che è accaduto nei dintorni di Liberi e uguali, pur prevedibile data l’eterogeneità delle forze che hanno costituito questa lista elettorale. I posti in parlamento sono pochi per chi si prevede ottenga al massimo un 7-8 per cento. Bisognava accontentare Grasso (che ha candidato pure il suo portavoce Alessio Pasquini), Laura Boldrini, D’Alema (che sembra aver trovato un nuovo erede in Speranza), Bersani e gli emiliani, Fratoianni, quelli del Brancaccio (Anna Falcone), Civati, gli ex di Pisapia. Volto nuovo Rosella Muroni, presidente uscente di Legambiente, nominata sul campo “responsabile del programma”. Poi bisognava decidere chi provare a confermare tra deputati e senatori uscenti: un vero rompicapo adatto agli esperti di leggi elettorali e di matematica. Il risultato – anche qui, come nel Pd – è stato un generale malessere per metodo di selezione e contenuti. Parlare di cultura politica e pratiche innovative è blasfemo (non si osi pronunciare la parola “programma” che ormai si è convinti nessuno legge). La politica si riduce così a stanca routine e gestione di ciò che passa il convento tra incarichi pubblici e minicarriere, o si riduce a testimonianza (la lista Potere al popolo).

L’elettore disorientato sceglierà comunque alla fine il 4 marzo ciò che gli è più affine ed è augurabile che non si astenga. Sarà tuttavia arduo e dai tempi lunghi la ricostruzione di un tessuto politico democratico e alternativo alla deriva che sembra aver conquistato la politica e i suoi attori (non esenti quelli di sinistra e centrosinistra). Il 5 marzo – prevedono gli analisti –  Renzi prenderà un sonoro ceffone e il Pd potrà implodere tra le bottiglie di spumante dei suoi antagonisti di sinistra felici di un sano ritorno all’opposizione.

Per chi crede che Renzi non sia il problema bensì l’epifenomeno di una crisi del ruolo e dei protagonisti della politica ben più complessa, non c’è di che stare allegri perché il cammino resterà ripido e in costante salita. Per giunta, con pochi e piccoli leader già consunti.

Aldo Garzia 

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