Le periferie: una “scommessa da vincere” per Viterbo

L’occasione recente più ghiotta è il pur non capiente, ma abbastanza sufficiente, finanziamento per le periferie: “…la Corte dei Conti, sostiene l’Assessora Rafaela Saraconi, ha restituito al Governo, con il visto di approvazione, l’ultimo atto necessario alla ripartizione annuale dei fondi relativi al «bando delle periferie 2016». Un ammontare che permetterà a Viterbo – come già anticipato da molti organi di stampa – di beneficiare di un contributo di 17.564.704,71 Euro…”. Speriamo, come fu per il programma PLUS, che alle parole si passi presto ai fatti.

 

Come si sa, soprattutto per le grandi città, il 90% è periferia, Roma prima tra tutte. È lì che abita la gente, è lì che vive. I centri storici sono il “fiore all’occhiello” delle città d’arte, questo è un dato di fatto. Gli antichi monumenti, le strade, le piazze ed anche le case che hanno almeno un secolo, sono elementi primari della realtà urbana, consegnati dalla storia. Essi costituiscono la vera eredità. A sua volta, però, tale eredità bisogna saperla conservare oppure, paradossalmente, disperderla, impoverirla.

A me pare che la strada della dispersione e di un certo impoverimento, oggi, sia purtroppo quella prevalente. Il caso del “centro storico di Viterbo” rappresenta un tema aperto e di non facile soluzione: tante parole, una buona idea (il Master Plan), un’infinità di polemiche e la vita degli abitanti (i più hanno investito nel centro, aprendo attività per l’accoglienza) è un tormento.

 

Per fortuna, in città di media e piccola dimensione nella Tuscia e dintorni, non è sempre così (Orvieto, Terni), perché ancora s’insegna ad avere attenzione ai “beni della collettività, ovvero di tutti”. Perché la città è un vero e proprio patrimonio che appartiene a ciascuno di noi, di cui dovremmo andare orgogliosi. Nessuno dovrebbe perdere la consuetudine d’invitare amici e conoscenti con il fine di “visitare e comprendere le bellezze della propria realtà urbana”, quella più intima e a noi assolutamente conosciuta. Mentre le parti marginali del territorio, che si definiscono appunto periferie, sono da ristrutturare, occasione per sperimentare modelli avanzati di trasformazione non più eludibili. È noto a tutti che a Viterbo il quartiere Santa Barbara costituisca un coacervo di costruzioni di medio livello. Non tutto è stato realizzato pensando alla qualità edilizia, molto frequentemente la cosiddetta “emergenza” ha impedito una seria riflessione sulla morfologia urbana e sui tipi abitativi più avanzati, al passo con i migliori quartieri europei.

Credo che bisognerebbe partire dalle demolizioni, cancellando le costruzioni più modeste, avendo il coraggio di riconoscere che alcuni fabbricati non reggono l’usura del tempo perché furono costruiti con mezzi e tecnologie ampiamente superate. Questo, a mio parere, sarebbe l’inizio migliore e convincente: rinunciare all’individualismo spinto a sostegno delle cose che ci interessano, “tutti indifferentemente”.

 

Ma questo ragionamento, come è ovvio, non riguarderebbe solo le case, ma anche i luoghi collettivi per eccellenza (le piazze moderne, per esempio, che non si progettano più, e che spesso sono spazi di risulta ricavati ai margini delle grandi volumetrie). Andrebbero ripensati gli edifici a carattere sociale che, colpevolmente, si è smesso perfino di studiare, mettendosi alla prova. Le strade andrebbero disegnate e tracciate “molto prima” della realizzazione dei manufatti e così via. Insomma, bisogna tornare con coraggio a sperimentare, smettendo di progettare (ognuno con il proprio segmento di responsabilità e colpa) nella turris eburnea.

 

Non dimenticando mai che la “sfida numero due, dopo le periferie” è e sarà sempre il “recupero del costruito esistente” nelle sue forme e nelle sue dimensioni più disparate:

  1. a) manufatti ex industriali dismessi;
  2. b) volumetrie sparse (e scarse) nel territorio che hanno devastato il paesaggio, con la cosiddetta “capannizzazione”;
  3. c) antichi e meno antichi monumenti abbandonati al loro destino e che hanno perso la loro funzione primaria, meritevoli, quindi, di rifunzionalizzazione;
  4. d) tracciati storici dispersi a causa di un insensato (e falso) “progresso infrastrutturale” che ha mortificato la natura, alterandola violentemente, le cui conseguenze si manifestano nei cambiamenti dell’equilibrio del territorio e dell’agricoltura con effetti devastanti, sotto gli occhi di tutti.

Mi fermo qui… Ci sarebbe molto altro da dire.

Alfredo Passeri

 

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