La Viterbo che resiste: i Fratelli Duri, ristoratori a Viterbo dal 1981

E’ una storia personale e familiare questo luogo, per me, innanzitutto. È anche una storia cittadina: questo era il ristorante di riferimento per i ragazzi che a Viterbo venivano per il servizio militare di leva; che scendevano dagli autobus a Piazza della Rocca e andavano a mangiare dai Fratelli Duri. E poi in attesa del rientro passavano del tempo nella sala giochi della via accanto, che ormai rivive in una strana costruzione… Adesso è tutto diverso ma loro e il loro ristorante sono ancora lì, non più a sinistra scendendo lungo la via, ma sulla destra.

Sono le 18:00 e per una volta almeno, puntuale, incontro Emanuele: è lui che dirige in sala nel locale di famiglia; questo posticino che rievoca l’atmosfera di quei film di Scola. Di quelle oneste osterie dove si trovava un buon piatto caldo e un po’ di compagnia; dove si riunivano gli artisti o gli sperduti a riscoprire un contatto con l’umanità. Potrebbe essere lì fuori Scola, sulla sedia da regista a richiamare le comparse, pronto per il ciak di una nuova scena di C’eravamo tanto amati.

Ogni locale di Viterbo ha un passato tutto suo, raccontato dai clienti, con gli sguardi, i saluti, i ricordi: “sì, talvolta qualcuno torna a salutare. Proprio alcuni giorni fa è passato un ragazzo con la fidanzata. È venuto a farle vedere dove mangiava quando era qui”. La compiacenza di Emanuele è evidente; la compostezza e la discrezione ne fanno un giovane uomo di altri tempi, quando l’Italia forse non aveva ancora “gli occhi asciutti nella notte scura” e si lavorava con il cuore nella propria bottega. Il suo volto mi è ormai “di casa”. Tante volte ho mangiato da lui, la Carbonara – piatto più richiesto, le Penne all’Arrabbiata, un buon vino bianco freddo freddo, una pizza Capricciosa. Ho volutamente festeggiato dai Duri una giornata bellissima, indimenticabile e altre occasioni singolari. Anche sempre con lui che arriva al tavolo e con estrema apprezzabile educazione, pure, sa ormai cosa bevo/beviamo, chiede “e da bere?”.

Un’aria schietta accoglie i frequentatori: la Tv accesa, magari su un canale che trasmette una importante partita di calcio, il clima temperato, i dolci in bella mostra, i clienti già seduti al proprio tavolo che salutano i nuovi arrivati. La pizza è buonissima, gli antipasti molto sfiziosi, il cestino del pane è guarnito di rosso e il doghettato roseo sulle pareti dà la sensazione che sia sempre primavera. In questa superficie fuori dal tempo dove mangiare conserva ancora il gusto del gesto sano e nobile. Privo di sperpero; privo di rabbioso ingannevole silenzio che a tavola, oppure ovunque, si insinua tra le cose e le anime fino a diventare triste pausa fallace o poi, capolinea.

Ma comunque, in cucina c’è Eneide, detta la Lella, insieme a Silvano. È lui che con il fratello Franco decide di trasferirsi a Viterbo, dalla provincia, e di avviare una “tavola calda” successivamente aperta anche la mattina per i ragazzi delle scuole del centro che vanno a comprare la colazione. Franco poi lascia Viterbo e l’attività prosegue sotto la gestione di Silvano&co. Negli anni il lavoro ha subito mutamenti, “ad esempio, da quando non ci sono più i militari di leva, in questa città, molto è cambiato; e non credo soltanto per noi ma anche per vari locali e pizzerie qui intorno che poi hanno addirittura chiuso. Noi, invece, abbiamo assorbito un tipo di clientela differente”. I ragazzi del CAR erano ospiti fissi anche nel mezzo della settimana e il giorno del giuramento portavano i parenti a mangiare dalla Lella.

Oggi, a pranzo si serve un “pasto veloce”, “magari un piatto di pasta agli operai che lavorano nei dintorni e non hanno il tempo di tornare a casa. Una volta c’erano anche molti uffici e quindi anche gli impiegati facevano riferimento a noi”. Tuttavia le trasformazioni hanno portato un genere di consumatori più variegato: “abbiamo spesso molti giovani che vengono anche a festeggiare il compleanno. Poi vengono famiglie, turisti, e magari qualcuno che vive da solo”. Un momento di nostalgia in quel “da solo”…, ma, “vedo che le persone dopo un po’ si uniscono attorno a un unico tavolo”, e questo risuona come un miracolo umano.

A cena c’è possibilità di più ampia scelta, “la gente non va di fretta sebbene qualcuno si lamenti, talvolta, per qualche minuto di attesa in più. Capita che la sala sia colma e si debba attendere un pochino”, ma ne vale la pena. La cucina è tipica regionale, sebbene “serviamo anche l’Acqua cotta” dice Emanuele; lui che di questo lavoro quasi non ne voleva sapere. Che faceva altro e studiava: “perciò l’impatto con questa attività è stato inizialmente difficile. Ma ora sono contento della mia scelta. Quando un cliente si mostra soddisfatto, fa un complimento per un dolce fatto in casa da mia madre, quando la gente ritorna, vuol dire che facciamo un buon lavoro”. Certo! E soprattutto con “due occhi aperti sul prezzo”, ride, perché la cucina è davvero gradevole, la qualità è garantita e le tariffe molto competitive.

Ma non è soltanto tutto questo che distingue i Duri ai miei occhi… qui, ogni volta che esco qualcuno mi saluta con un affetto speciale, sembra di vederla. E poi Emanuele, sto andando via in una di queste sere recenti, e mi chiama “scusi, ma il signor…”. Ah, sì, quando lo trovo tra satiri, sileni e i suoi discorsi, glielo dico. Grazie Emanuele. Non cambiate, rimanete così perché è troppo amabile questa Italia che resiste …

Barbara Bruni

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