La Tuscia nascosta: Grotte Santo Stefano, viaggio all’interno di un paese che offre tante sorprese

Grotte Santo Stefano. Agli occhi del visitatore si presenta quasi come un anonimo agglomerato di case. Eppure, qui, c’è tanto, ma tanto da guardare, scoprire e raccontare

Proprio vero che le cose non sono mai quello che sembrano. E se questo vale per le cose, figuriamoci per i luoghi. Difficile trovare in Tuscia un luogo che non sia un palinsesto di storie, una stratificazione di epoche, avvenimenti, gesti e uomini. Grotte Santo Stefano non fa eccezione a questa regola che potrebbe definirsi storica, antropologica ma anche, semplicemente, di buon senso.
Certo non è facile, e per taluni neanche comprensibili, come si possa essere indotti a scrivere un reportage su questo paese. Io stessa, come ho già avuto modo di scrivere, ammetto di esserne rimasta negativamente colpita la prima volta che ci sono stata.

Girando la Tuscia sull’onda estetica dell’emozione causatami dalla bellezza dei suoi paesi, mi sono ritrovata qui un po’ disorientata. Un paese che, ammetto, stentavo a definire tale, più un insieme confuso e disordinato di case. Ma il destino, oltre alla curiosità, mi ha dato l’occasione (e la fortuna) di cambiare prospettiva e sguardo su questo luogo.
Non starò a ripetere del mio incontro con l’Ecomuseo della Tuscia di Grotte Santo Stefano. Dirò solo che, per una serie di motivi, e dopo ripetuti incontri, è nata l’idea di realizzare un reportage, scritto e fotografico, su questo paese. Per mostrare come la narrazione possa fare la differenza e come, mi si consenta, l’incipit biblico “in principio era la parola” possa funzionare da cartografia letteraria. Un luogo, un territorio, possono riprendere vita, suscitare curiosità e interesse proprio sull’onda di un racconto.

Ed è quello che vorremmo fare con il prezioso aiuto di Massimo Calanca, tra le anime dell’Ecomuseo della Tuscia e uomo profondamente innamorato della storia di Grotte Santo Stefano.
Così, in un caldissimo e soffocante sabato mattina, partiamo per un viaggio, perché così si deve definire, lungo le strade del paese e attraverso alcuni suoi luoghi, angoli, edifici. Per poi ritrovarsi, dopo più di tre ore, a scoprire di avere visto solo un terzo di quello che ci sarebbe da vedere. Da qui l’idea di dividere questo reportage in due puntate, ma forse anche tre.

Partiamo. Si comincia dirigendoci verso il Centarello, rione del paese ma, in origine, vero e proprio borghetto di cui conservano la struttura. Sembra difficile credere che in un disegno urbanistico come quello di Grotte vi possano essere angoli che si presentano con una sorta di “autonomia” edificatoria. Eppure è così. La cosa non stupisce se si guarda con attenzione proprio alla conformazione del paese. Ma questo lo spiegheremo in un secondo momento. Percorriamo la Via S. Stefano, da cui, si può dire che tutto abbia avuto inizio e, seguendo una stradina di campagna raggiungiamo quella che è proprio conosciuta come località San Stefano, o San Stefino come si Massimo mi dice sia uso chiamarla qui.

E si torna indietro nel tempo. Molto indietro. Era, più o meno, il X e XI secolo quando, in questa zona, si potevano rintracciare piccolissime comunità sparse che già abitavano le grotte qui presenti, grotte che raccontano di un passato etrusco. Poi accadde qualcosa. Le comunità sparse videro aumentare il numero di abitanti. All’improvviso. Cosa era accaduto? Siamo nel 1172 e gli eserciti di Viterbo e Celleno attaccarono e distrussero Ferento. La storia umana è fatta di tentazioni espansionistiche. Sempre. E quella di Viterbo era una tentazione che rispondeva alla voglia di allargare il suo territorio in direzione della Valle del Tevere per beneficiare dell’importanza di essa come via di comunicazione verso Roma.

Fu allora, in conseguenza di questo tragico evento (Grotte Santo Stefano non esisterebbe senza la distruzione di Ferento) che gli abitanti di Ferento fuggirono. Fuggirono principalmente verso Magugnano, piccolo nucleo abitato e già allora esistente. Due furono, principalmente, i motivi che indussero i ferentani in fuga a scegliere quella località: Erano zone che conoscevano e, per di più, facevano parte di una zona che aveva forti legami con la distrutta Ferento. Un modo forse per continuare a sentirsi “a casa” e più protetti. Ma dove andare a vivere? Nelle grotte che si trovavano in quella che, ora, è la parte più bassa di Grotte Santo Stefano, proprio sotto il Centarello, lungo la via Santo Stefano.

Passeggiando per questa parte del paese è possibile vedere ancora molte di queste grotte, anche se moltissime sono state, nel tempo, trasformate in cantine, depositi ma, soprattutto, ricoveri per animali. E già da questa prima osservazione si comincia a capire il motivo dello strano e disordinato disegno urbano: moltissime delle case sono state edificate sopra le grotte e di queste, necessariamente, seguono la disposizione. Le stesse grotte si sono adeguate al territorio e alla sua conformazione. Motivo per cui, ora, case e strade, appaiono come un disordinato Sali e scendi. Ma tutto ciò, che può definirsi disordinato solo utilizzando, con arroganza, un criterio attuale, perché in realtà non è disordine ma specchio di una modifica abitativa che ha però seguito l’originaria disposizione delle grotte. Anche una forma di rispetto, mi si consenta, delle forme del terreno a cui si è adeguato l’uomo. E non viceversa. Ed ecco anche spiegato il motivo per cui, oggi, è impossibile individuare quello che, ai turisti piace tanto, cioè un vero e proprio centro storico.

E che le grotte disegnino, non solo l’urbanistica del paese ma, davvero, anche la sua storia e la sua cultura, può essere spiegato anche da un particolare che Massimo mi sottolinea: le prime case edificate risalgono “solo” alla fine del ‘600. Anche se esiste un catasto del 1704 in cui risulta chiaro come, ancora in quella data, le case fossero poche, ma davvero poche. La maggior parte delle donne e degli uomini, continuavano a vivere nelle grotte. Tanto che Massimo mi mostra quella che fu l’ultima grotta abitata e che risale al non lontano 1963.

Le grotte disegnarono dunque lo sviluppo del paese ma anche la sua identità, il suo essere nel mondo e nel territorio come qualcosa di particolare e specifico. Talmente specifico da divenire oggetto di scommesse e di orgoglio, in un certo senso. Massimo mi ricorda di come alcuni componenti della famiglia Doria (di cui parleremo nelle prossime puntate) e di alcuni loro ricchi amici romani in visita qui, si vantassero, con una certa enfasi, del fatto che a Grotte ci fossero “le strade che passavano sui tetti delle case”. Quella che forse era anche una specie di irriverente ironia, era pur sempre una verità.
E ancora oggi si può vedere traccia di quel passato. Molto chiaramente? Come?

Basta osservare quei particolari camini in muratura che si alzano proprio dal terreno. Ce ne sono molti nella parte bassa del paese, quella che abbiamo attraversato in questa prima tappa del viaggio. Si tratta proprio di quelli che erano i camini delle grotte, utilizzati come ricambio d’aria e per la fuoriuscita dei fumi. Le grotte, non dimentichiamolo, erano abitazioni a tutti gli effetti e, al loro interno, si cucinava ci si scaldava. Questi curiosi, e in alcuni casi anche belli, oggetti di pietra, escono dal terreno a ritmare il disegno di alcune strade di Grotte ma anche a ricordare quale straordinaria origine “sotterranea” abbia questo paese.

E questa natura sotterranea fu anche ciò che caratterizzò buona parte dell’economia di Grotte Santo Stefano. Un paese che, a differenza di molti altri del viterbese, non fu prettamente agricolo ma industriale. Eh sì, avete letto bene. Grotte Santo Stefano ebbe una notevolissima importanza nell’industria estrattiva. Proprio la sua natura e conformazione ne fece un centro di non secondaria importanza per l’estrazione di farine fossili, manganese, tufo e lapilli lavici. Attività gestita dalla società Monte Amiata fino a tutti gli anni ’50. Attività che beneficiò moltissimo di un’altra caratteristica di Grotte Santo Stefano: l’estrema vicinanza con la ferrovia. Ferrovia praticamente dentro il paese. Nel corso del nostro viaggio, sul muro di un edificio abbiamo visto una targa, molto annerita ma ancora leggibile, appartenente ad una compagnia di assicurazioni veneta che, assai probabilmente, lavorava nell’ambito estrattivo.

Un’altra cosa che colpisce durante questo primo viaggio all’interno di Grotte Santo Stefano, è la presenza di molti portali costruiti, chiaramente, con resti provenienti da Ferento. Nella parte bassa del paese c’è una casa da cui spunta una bella testa di pietra proveniente dalla antica e distrutta città. Un cippo antico, sempre proveniente da Ferento, fa bella anche se discreta, mostra di sé, all’angolo di un muro di una casa, posta lungo la strada che conduce a Roccalvecce. Solo per citare alcuni esempi.
Altrettanto interessanti, anche se magari non li si nota, sono alcuni edifici in cui ancora evidente la stuttura fatta con pietre e lastre di tufo, sottotetti realizzati con strutture in cotto che hanno anche una più che discreta preziosità. Edifici che fanno capire quanto fossero belli, una volta, e quanto potrebbero costituire esempio per future ristrutturazione. E come sarebbe tutto diverso se anche le “nuove” case, fossero state costruite in quello stile. In molte poi è ancora possibile notare la particolare forma delle pareti ad angolo, edificate quasi come fossero dei sostegni a cono rovesciato, con la base che si allarga verso il suolo. Ricordano un po’ strutture difensive.

Questo è quello che Grotte Santo Stefano mi ha regalato anche solo con questa prima tappa del viaggio, grazie alle parole di Massimo Calanca. Alla prossima tappa del viaggio.

Geraldine Meyer

discoverytuscia.blogspot.it (per vedere tutte le foto dei luoghi)

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