La diffusa mancanza di professionalità: un fattore che blocca la crescita di Viterbo

Alle viste, lavorare dopo il conseguimento della laurea a Viterbo dovrebbe rappresentare un piccolo privilegio. Una bella Provincia, ricca di opportunità (apparenti), circondata di luoghi e di architetture che ne contraddistinguono le sue proprie peculiarità, dotata di una potenziale economia da fare invidia a tutte le altre realtà urbane e territoriali della Tuscia. Ma la verità è ben lungi da simili premesse: i neo laureati, coloro che hanno solo sfiorato l’Università della città, fanno armi e bagagli e se ne vanno. Il fenomeno inconsueto (che nasce, per la verità, ancor prima della conclusione degli studi universitari) risiede nel fatto che “ i viterbesi non scelgono di studiare nella loro città” (fatta salva la Facoltà di Economia) e preferiscono andarsene a Siena, a Torino, a Milano, naturalmente a Roma, e nelle altre sedi d’Italia. Da cosa dipende questa diaspora? Perché l’Università e Viterbo sono due entità diverse e, sostanzialmente, divise? È un caso unico che fa riflettere.
Di fatto, tutto ciò dipende dalla “scarsa professionalità”. Tanto singolare da creare veri e propri contraccolpi, a causa di questa anomalia. Perché, pur essendoci a Viterbo un ristretto numero di bravi e preparati professionisti, raramente essi riescono a coinvolgere i giovani. Si dice, a ragione, che a Viterbo “i circoli sono chiusi e impediscono la novità, tutte le domande sono già bloccate, laddove vige l’approssimazione e la complicazione”. Forse proprio questo è il punto.
Ho imparato ad amare questa città, nonostante il severo giudizio appena trascritto. Ma riconosco che è difficilissimo (per non dire impossibile) dialogare, modificare. Scrivevo nella mia lettera di commiato all’Ordine di Viterbo, mesi or sono, stilando un bilancio della mia professione di architetto: «Il “bene comune” è e resta l’Architettura (A maiuscola). Occorre tuttavia ricorrere al lontano passato per trovare, a Viterbo, opere degne di questo appellativo: quelle recenti e recentissime – secondo il mio parere – non sono architettura, ma edilizia. Sono incongrue volumetrie che si susseguono una vicino all’altra senza senso, brutte e racchie. Oppure (ed è anche peggio) se esistono interventi su edifici storici, sono d’appannaggio di pochi, gelosissimi del loro lavoro che nessuno conosce, che le riviste specializzate non pubblicano e di cui i colleghi-architetti non beneficiano, perché “opere uniche” (ma tale definizione sarebbe appropriata per interventi di un certo spessore; e le contenutissime operazioni sull’esistente compiute a Viterbo, restano nei segreti dei singoli studi professionali e non varcano mai l’uscio della “monade” dell’isolato professionista)… [speravo] di poter “rifondare”, in un piccolo Ordine e sulla scorta delle mia lunga esperienza, una nuova e diversa professionalità virtuosa. Ho purtroppo toccato con mano che tale intento, all’Ordine di Viterbo, è impossibile». Un’amara constatazione.
Nessuno vuole ammettere che il “principio-guida” è l’umiltà: dei propri mezzi, riconoscendo ciò che si può veramente fare, distinguendolo da ciò che è impossibile solo pensare. Perché alcune (rarissime) buone architetture, nonostante tutto, nel viterbese ci sono e vanno riconosciute come tali, contemporaneamente riservando agli autori gli onori che meritano. Diffondendo tali preziosi contributi, dibattendo, confrontando, criticando.
Si pensi al danno provocato dalla messa all’indice (e lo sono stati per lunghissimi anni) – pervicacemente ignorando il loro lavoro, nascondendolo, misconoscendolo – di Luigi Moretti, Mario De Renzi, Mario Paniconi e Giulio Pediconi, Gino Cancellotti, Eugenio Montuori, Gaetano Rapisardi, Cesare Ligini e moltissimi altri che, viceversa, hanno dato un contributo essenziale all’architettura. Tutti considerati dalla cultura ufficiale “di seconda fila”. A Viterbo sarebbe – secondo tale principio – completamente ignorato il “lavoro straordinario” di Rodolfo Salcini e Giuseppe Zammerini… Per passione profusa, per impegno costante, per professionalità “colta”, attraverso opere costruite, tutti, nessuno escluso e molti altri ancora, hanno connotato mirabilmente la loro professione e la loro architettura. La quale, a sua volta, facilmente si distingue dalla monocorde e scarsa edilizia. Perché hanno saputo progettare e realizzare architetture “normali”, che funzionano e che hanno, ancora oggi, il consenso dell’utenza; esse rappresentano, di per sé stesse, un successo.

Il “professionista colto” a cui faccio riferimento, contemporaneamente svolge diligentemente la professione, intesa come continua sollecitazione, per creare, inventare, sperimentare e correggere. Il suo lavoro dovrebbe permettere a molti studi professionali, a molti giovani di decollare sull’onda della novità, lasciando però spesso “in secondo piano e con umiltà” il vero artefice. È il destino di molti bravi professionisti che, per molteplici ragioni, restano defilati. Fare ciò è come riprendere l’abitudine a riflettere di architettura.

Postfazione (sulla passione)

Vorrei tentare di scandagliare con ancora più efficacia il tema della passione, “stella cometa” delle riflessioni avanti esposte. Per quel che mi riguarda, essa ebbe origine dagli anni della Scuola Superiore, quando – avendo per professore di Storia e Filosofia Enzo Siciliano – mi accorsi che bisognava seguire una scia. La lezione di Siciliano, in quei lontani anni Sessanta, era rivolta alla formazione di giovani incuriositi dalla letteratura, dall’arte, dalla musica, dalla politica e da altro ancora. Teneva una rubrica periodica su Paese Sera; o meglio, interveniva saltuariamente con saggi di cronaca e di varia umanità, come si usava nel periodo. Noi giovanissimi eravamo molto incuriositi da quel professore filosofo, storico ed anche politico e “teatrante”, che ci insegnava a riflettere. Ci obbligò a guardarci intorno, mentre scoppiavano le rivolte di Valle Giulia che egli volle con noi commentare, discutere e contro dedurre. Sapevamo della sua amicizia con Moravia e Pasolini, non ne conoscevamo la portata, ma intuivamo che si trattava di cosa a cui teneva molto. Le nostre innocenti attenzioni erano per la musica, per la fotografia. Il teatro e la letteratura ci apparivano troppo smisurate per noi, anche se Siciliano sapeva infondere la passione necessaria per apprezzare la filosofia di Kant, lo studio di Marx e di Friedrich Nietzsche, l’interpretazione della Rivoluzione francese in chiave contemporanea e non paludata. Non ho mai dimenticato l’incipit di tutte le sue lezioni, impostate con un tono della voce tipico di che ha studiato canto e dizione (come venni a sapere molti anni dopo). Fu un docente magistrale e che ebbe il merito di consegnarmi la chiave di molte intuizioni che ancora permangono nella mia formazione e nel mio presentarmi.
Verso la personalità di questo intellettuale del Novecento ho contratto un debito di consapevolezza civile e a cui ancora mi lega un affetto profondo. Si persi, poi, che la moglie di Siciliano, Flaminia Petrucci, è figlia di Concezio Petrucci, architetto di cui mi sono occupato a vario titolo nei miei studi. Strane coincidenze.

Alfredo Passeri

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