La corruzione uccide ovunque: il caso Malta Files e e la giornalista Daphne Caruana Galizia “scomoda” solo perchè faceva il suo lavoro

E’ successo a Malta, ma poteva capitare in ogni parte del mondo, e a una qualsiasi persona svolgesse la professione di giornalista. Un professionista che indaghi, e si accanisca cercando verità spesso imbarazzanti e pericolose, può accadere il peggio. Un osservatore attento, meticoloso, documentarista di indagine, può incorrere in pericoli contingenti, si! può accadere e di frequente che si trovi in pericolo, e che rischi la propria vita. Daphne Caruana Galizia, era una giornalista di quelle “scomode”, quelle che trovando il filo di “Arianna” della verità, cercano di dipanarlo e di riavvolgerlo perchè abbia un senso, lo srotolano, lo intitolano e lo presentano agli occhi del mondo, ed è fatta! il destino si compie. Per questo “filo”, Daphne, è stata brutalmente ammazzata, era una blogger anti corruzione. L’hanno fatta esplodere nella sua vettura, fuori dalla porta di casa, dopo aver ricevuto minacce di morte perchè stava seguendo la pista dei “Malta Files”. La fama, per questa inchiesta le è costata la vita.

Il premier Joseph Muscat, ha condannato l’episodio, promettendo di assicurare gli assassini alla giustizia.
Ad onor del vero, sembra che lo stesso premier, insieme ad altri vip, fosse nel mirino dell’indagine di Daphne, lei era molto vivace nel criticare pubblicamente il capo di Stato, e la bomba che l’ha fatta tacere, è stata un atto di tempismo, barbaro e intollerabile. Nei “Panama Papers” Maltesi, e nei “Malta Files” dell’isola, risultava uno nutrito elenco che comprendeva anche cognomi di italiani facoltosi, intestatari di conti “offshore”.

Non erano trascorsi nemmeno 15 giorni dal momento in cui la giornalista aveva sporto denuncia per aver ricevuto esplicite minacce di morte, ma la polizia locale non aveva previsto di tutelarla. Nessuna scorta le era stata assegnata. Aveva solo 53 anni e tre figli, e le sue indagini erano esplosive, quanto la bomba piazzata nella sua auto, a Bidnija, nel pomeriggio del 16 settembre, dopo le 15. Si era recata presso l’abitazione di proprietà, ma la sua auto era parcheggiata sulla strada. L’esplosione è stata lacerante, terribile, tanto che la polizia Maltese, ha dichiarato che il corpo della donna era irriconoscibile dopo la deflagrazione. Il figlio, Matthew Caruana Galizia, era in casa in quel momento e non dimenticherà mai più, l’immagine devastante che si è aperta ai suoi occhi.

Muscat ha condannato l’episodio con questa dichiarazione, “Oggi è un giorno nero per la nostra democrazia. Non avrò pace, finché non verrà fatta giustizia.”
Negli articoli che pubblicava, Caruana Galizia, venivano descritti accuratamente gli scandali e la corruzione che vedevano implicata la società bene dell’isola, che comprendeva anche la moglie del premier Maltese laburista. Nonostante le smentite del capo di Stato, a carico della famiglia, secondo la giornalista, erano evidenti implicazioni in operazioni finanziarie illecite e corruttive. L’implicazione di Muscat era tangibile, soprattutto con tracce riconducibili ai “Panama Papers”, che erano oggetto, da tempo di profonda e accurata valutazione da parte di Caruana Galizia. Esiste un fan club intitolato a questa donna straordinaria, che ha sacrificato la vita in favore della verità, tutti noi dovremmo iscriverci per onorare il suo encomiabile lavoro.

Il clichè sulla vita e sulla morte, o sulla sopravvivenza della professione giornalistica, ha raggiunto dimensioni importanti, è come una canzone triste cantata all’infinito, il giornalismo “scomodo,” tra carta stampata e web, miete regolarmente le sue vittime. Non è facile fare ascoltare la propria voce, non è facile contestare, denunciare, o dare il proprio contributo in favore della verità. Spesso i reporter, vivono vite blindate o sotto scorta, cioè delle non vite.
Discutere e diffondere l”informazione è come parlare di sostenibilità, è come riuscire a portare a compimento un prodotto di qualità per poterlo immettere nella rete dell’ informazione globale, dove gli ostacoli spesso sono muri di piombo. Potremmo chiamarli “Giornalisti senza frontiere”, 110 giornalisti sono stati uccisi nel 2015 , 67 di loro mentre svolgevano la loro professione, nell’ansia della prestazione giornalistica e sotto scacco dal pericolo, molti altri sono stati incarcerati in paesi dove la libertà di stampa è un eufemismo.
“Il pericolo è i mio mestiere? Per molti si! è assodato.

Maria Grazia Vannini

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