Home Cultura Essere felici a Viterbo si può…. ma c’è da lavorare tanto insieme “originari” e “forestieri”
Essere felici a Viterbo si può…. ma c’è da lavorare tanto insieme “originari”  e “forestieri”

Essere felici a Viterbo si può…. ma c’è da lavorare tanto insieme “originari” e “forestieri”

0
0

Ci siamo domandati se Viterbo sia una “città felice” e lo abbiamo fatto raccogliendo indizi da più direzioni. Per chi, come noi, abbia scelto di vivere qui sapere se il livello di felicità di un luogo, di una città sia buono/medio/alto, ecc. è essenziale. Evitando di semplificare con il sillogismo felicità = benessere. Perché in effetti la questione è assai controversa.

Guardate, ad esempio, cosa scrive Andrea Coccia su Linhiesta nel 2016: «Il 28 giugno del 1776, Thomas Jefferson finì di scrivere la prima bozza del testo che, qualche giorno dopo (4 luglio), divenne la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Nel secondo paragrafo di quella lettera, scritta su carta olandese di canapa e fitta di correzioni e appunti, Jefferson appuntò una serie di verità che ritenne inappellabili; self-evident, scrisse. Due le verità sopra tutte: che tutti gli uomini sono creati uguali, e che Dio ci concede tra i diritti inalienabili la Vita, la Libertà e the pursuit of Happiness, la ricerca della Felicità, per tutti, o quasi. Scrivendo quella frase Jefferson si sbagliò, confuse l’ideale con il reale. Pensava che incitare ognuno a realizzare sé stesso e a perseguire ciò che lo rendeva felice in completa libertà e autonomia fosse la base per la società perfetta, ma in realtà stava mettendo le basi per la costruzione di un modello sociale mostruoso, simile a una giungla. Una giungla positivista basata sulla fiducia cieca nel progresso, sull’arroganza di essere il migliore dei sistemi possibili, un sistema la cui naturale dinamica dialettica era per forza una sorta di guerra civile». Una posizione “dura” e, in qualche modo, non condivisibile.

 

Della felicità o, meglio, della “ricerca della Felicità” molto si è detto in questi due secoli e mezzo da quel proposito virtuoso che – a nostro avviso – fu alla base della democrazia e del positivismo americano. Per il quale, bene o male, nutriamo un sentimento di rispetto e gratitudine, in ragione dell’insegnamento che ne deriva.

In compenso non è difficile ammettere che si deve senz’altro a Thomas Jefferson se, per la prima volta, la “ricerca della Felicità” compare in una carta dei diritti civili. Era stato John Locke a indicare la sacra triade dei diritti fondamentali dell’individuo: Vita, Libertà, Proprietà. Il futuro presidente degli Stati Uniti ne utilizza i primi due modificando il terzo. “…l’aver detronizzato la proprietà a favore della ricerca della felicità tra gli inalienabili diritti, è una di quelle scosse alla teoria del liberalismo di cui la società americana, e poi le nostre società, riceveranno in pieno tutte le onde sismiche…” (Maurizio Barbato). Eppure lo stesso Jefferson scriverà a Henry Lee che l’oggetto reale della Dichiarazione “…non è di aspirare a originalità di principi, ma di essere un’espressione dello spirito americano…”. Insomma, era già tutto implicito nell’american mind. Bastava metterlo nero su bianco.

 

Oggi ci si chiede “cosa e chi ci renda felici”, dall’amore alla religione, dalla moda alla politica, dal cibo allo smartphone, dalla casa ai psicofarmaci e molto altro ancora. Un libro mette a fuoco tutto ciò che tali connotazioni rendono palesi: Felicità italiane. Un campionario filosofico, a cura di D. D’Andrea, E. Donaggio, E. Pulcini, G. Turnaturi, il Mulino 2016. Davvero un bel libro, pieno di spunti, riflessioni e approfondimenti.

Eccone alcuni estratti che aiutano a riflettere. A condizione che riguardino strettamente la realtà viterbese però, oggetto del presente contributo: insomma, qui si vogliono mettere in mostra coerenze e contraddizioni, elementi di continuità e discontinuità.

 

Prima questione: la moda. «Il fenomeno “moda” permette di sottolineare differenti sfaccettature [della] felicità: evasione, costruzione del sé liquido e mutevole, sedazione dell’ansia attraverso l’apologia dell’eterno presente e dell’acquisto compulsivo, ricerca di piacere legato all’esperienza estetica e all’appartenenza… [essa] attraversa ogni aspetto della vita sociale… evoca un’idea di misura, maniera, qualità che già Adam Smith si spingeva a chiamare gusto… [perché la moda è] attitudine al rinnovamento, una tendenza alla metamorfosi bizzarra di breve durata che esercita, tuttavia, un’influenza sulla sfera identitaria individuale e collettiva (Lipovetsky)». Fotografia straordinaria che, purtroppo, si fa fatica ad “accostare” a Viterbo, avviluppata com’è, quest’ultima, al suo attuale Medioevo!

 

Seconda questione: il mito del mattone. Esso è stato accompagnato, sempre, da almeno due ideali sociali: il “metter su famiglia” per le classi meno abbienti, e la conquista di uno status symbol, per i membri della borghesia medio-alta. Anche i viterbesi hanno ambito a tali condizioni per possedere una “casa propria”. «A casa mia, infatti, non cerco solo protezione e rifugio, ma anche quella peculiare forma di libertà che permette di fare di uno spazio il “mio” ambiante… [per i giovani ciò vuole dire] equazione mamma-casa-felicità…». Altro frammento stupefacente che, questa volta, coincide con i “circoli davvero chiusi” delle poche famiglie viterbesi che fanno il buono e il cattivo tempo, decidendo per un incertissimo futuro che, in effetti, non vogliono modifichi affatto lo staus quo ante (per loro di privilegio, per gli altri – quasi tutti – di vero disagio).

 

Terza questione: la pazienza. «… tutta italiana è l’attitudine ad enfatizzare la tragicità delle situazioni, abbandonandosi a lamentazioni a tratti esasperate rispetto a ciò che non va. C’è pero un’altra virtù particolarmente radicata nel nostro paese, che ci consente di sopportare il negativo senza di fatto attraversarlo: la pazienza. [Essa] confina e si intreccia con il fatalismo – altra attitudine tipicamente italiana – qualche volta con rassegnazione… Quella che gli italiani mettono in atto con la pazienza, insomma, è una strategia di autoliberazione del male… la pazienza può costituire una fonte di felicità… [mettendo] in stand by il negativo, affidandone la situazione agli altri… stare un passo indietro rispetto all’attraversamento del negativo. Un atteggiamento messo in atto allo scopo più o meno consapevole di poter continuare a vivere (bene o abbastanza bene), nonostante le cose vadano male o malissimo». Che dire? A me sembra che quest’ultima questione – rispetto a quelle che precedono – rappresenti adeguatamente il carattere dei viterbesi. Con un distinguo però: che la “pazienza” si muta, molto molto rapidamente per la loro indole, in “accidia” (della quale abbiamo a lungo discettato non molto tempo or sono).

 

Le questioni in campo e che sono in tangenza con la felicità sarebbero moltissime altre. Il libro che qui si vuole segnalare ne affronta tante altre: ad esso rimandiamo.

 

Insomma, tornado circolarmente all’inizio dei nostri ragionamenti, la “ricerca della Felicità” a Viterbo sarebbe ancora possibile, a condizione che in questa epoca dell’immediatezza e delle disponibilità delle cose praticamente istantanee, i suoi cittadini rinuncino (magari solo un po’) all’egoistica inclinazione ad essere così tanto “introversi”, così poco “…a portata di mano…”. Soprattutto verso coloro che non hanno nessuna intenzione di “assaltare e scalfire la torre dei loro privilegi”, ma intendono collaborare ed essere rispettati. Perché rispettano tutti.

 

Alfredo Passeri

LEAVE YOUR COMMENT

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cookies help us deliver our services. By using our services, you agree to our use of cookies. More Info | Close