Dopo Santa Rosa: se il patrimonio pubblico viene dimenticato, il futuro si allontana e Viterbo resta sonnolenta

Ora ci siamo: “…dopo Santa Rosa…”. Ma, alle viste, non sembra proprio che parta quel dinamismo che è stato così tanto sbandierato “prima”. Anzi, Viterbo si sveglia sonnolenta più che mai – come era prevedibile – dopo la sbornia emotiva del Trasposto, dell’energia dei Facchini, della sarabanda di luci e colori che hanno invaso la città, soprattutto dalle 19 in poi, delle voci e dei fragori entusiastici dei tanti: cittadini comuni, autorità (molte intervenute fuori luogo), dirette TV che “alcuni” (ma solo “alcuni”) considerano di basso profilo, forze di polizia e dell’ordine, ausiliari della Croce Rossa, ecc. ecc. Insomma, Santa Rosa è stata, ancora una volta, una “festa di popolo” come ogni 3 settembre. La Santa è stata venerata dai viterbesi con l’abbraccio del suo spettacolare viaggio, dalla partenza di Porta Romana all’arrivo nella chiesa a lei dedicata, ponendola al colmo della gigantesca Macchina di più di 5 tonnellate che 113 Facchini portano in spalla. Una grande emozione. Che fa dimenticare, almeno per un giorno, le molte questioni “appese”, non risolte, anzi che si avviano a diventare endemiche se non si provvede al più presto. I social mostrano, con un certo avvilimento, in quali condizioni, per esempio, è stata trattata e poi lasciata la città dopo la festa: uno spettacolo triste e al quale – purtroppo – molti si sono rassegnati. La rassegnazione, la consuetudine al “basso contorno” è il pericolo maggiore, perché l’occhio e la mente si assuefanno a tale condizione che diventa la regola.

Così non va, non va affatto bene. Come non può essere accettabile la scarsa, per non dire completa, incapacità di occuparsi del “bene comune” che, in termini più consoni, significa valorizzare il patrimonio pubblico. La nozione di valorizzazione nasce da lontano ed oggi se ne fa un abuso, confondendo tale nobilissima vocazione con la “nefasta commercializzazione dei beni, in particolare quelli pubblici”. Insomma, attualmente si tende a “monetizzare e a fare cassa” con beni che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono intangibili. Perché valorizzare, in termini scientifici, vuole dire combinare incentivi (conoscenza, promozione, divulgazione, spiegazione e, quindi, messa in evidenza delle qualità) e sussidi (trovare i soldi dai finanziamenti dello Stato, dagli Enti pubblici, con il crowfounding, con il mecenatismo, con finanziamenti privati, in particolare da Banche Etiche, con il partenariato pubblico-privato, ecc. ecc.) che non significa affatto trarre da essi solo soldi. Senza entrare troppo nello specifico, s’intende qui ciò che la Costituzione della nostra Repubblica esprime con compiutezza all’art. 9, tantissime volte difeso e richiamato dai eminenti studiosi come Giovanni Maria Flick (Elogio del patrimonio, 2016), Salvatore Settis (Architettura e democrazia, 2017), Vittorio Emiliani (Lo sfascio del belpaese, 2017), Tomaso Montanari (Privati del patrimonio, 2015).

Anche a Viterbo, nel 2016, si tentò di presentare una proposta di “valorizzazione del patrimonio comunale”. Lo fece un importante advisor internazionale, la NAI Italy, prospettando un fondo d’investimento che, secondo forme di Partenariato Pubblico e Privato e in base alla normativa disciplinata dal codice dei contratti pubblici di cui al Decreto Legislativo n. 50/2016, davano spazio (meglio sarebbe dire “obbligherebbero”) a interventi economico-finanziari esterni per poter intervenire sul patrimonio pubblico delle città. Intenzionalità virtuosissime, soprattutto se si considera che la delibera n. 416 del 31 ottobre 2016 della Giunta Michelini dal titolo “Approvazione del Piano delle alienazione e valorizzazione degli immobili da allegarsi al bilancio di previsione dell’anno 2017” era stata strombazzata perfino sul Corriere di Viterbo dell’8 novembre 2016 con titoli roboanti: “Palazzi storici: ecco il piano. Il Comune intende affidare il patrimonio a un fondo pubblico di investimento immobiliare”…

Il cuore degli amanti delle cose d’arte, dei cultori d’architettura, dei semplici cittadini che non desiderano altro che vedere la loro città nello splendore della sua intrinseca bellezza rifulgere sempre più, degli studiosi della storia di Viterbo, delle imprese che traguardano obiettivi virtuosi di economia stabile e fruttuosa, dei tanti giovani viterbesi che hanno studiato architettura, beni culturali, storia dell’arte, ecc., con tale determinazione si aprì ad un possibile e fattibile futuro. Ma la crudele realtà sconfinò, ben presto, nella più profonda delusione… Ci fu anche un protocollo della proposta NAI Italy [NdR: forse questi documenti “protocollati” devono essere colpiti dagli anatemi, non se ne riesce a portare a buon fine nemmeno uno…] in data 29 gennaio 2017, reiterato – vista la “mancata risposta” in negativo o in positivo – il 10 febbraio, sempre del 2017. Niente. Se non fosse un facile gioco di parole verrebbe da dire: “…educazione minima, scortesia (istituzionale) massima…”.

A questo punto due sole parole sugli investimenti provenienti da fuori, in quel connubio pubblico-privato che, solo in Italia, non riesce a convincere. Non si tratta di favorire i “famelici appetiti” dei privati disonesti e che lucrano non riconsegnando nulla, ma proprio nulla, in cambio. Si tratta di economia, una Scienza (S maiuscola) la cui importanza sfugge ai molti, e che può sembrare connotata da astrusità e da alchimie tali da “incartare” le povere pubbliche Amministrazioni; come fossero, queste ultime, delle mammole esposte ai colpi dei tanti che prendono senza dare niente in cambio. Gli esempi di queste “buone pratiche” sono moltissimi e sparsi in tutta Europa; tranne in Italia, Paese che è visto con diffidenza e con sfiducia. Proprio come gli investitori di matrice anglosassone che nel termalismo, nel benessere, nel tempo libero e nella sanità, come nel recupero e nella valorizzazione del patrimonio pubblico comunale avevano scelto – invano – Viterbo per allocare le loro risorse economiche. Era un tentativo di ridisegnare il (un) futuro che, malinconicamente invece, si allontana.

Alfredo Passeri

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