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Cronaca di un femminicidio: una scia di sangue tra i sassi di Matera, la storia di Anna Rosa Fontana

Cronaca di un femminicidio: una scia di sangue tra i sassi di Matera, la storia di Anna Rosa Fontana

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Alcuni anni fa i titoli dei giornali ponevano in primo piano la vittoria di Matera su altre cinque città, così venne nominata capitale europea della cultura, ma quello che nello stesso luogo contemporaneamente accadeva in contrapposizione al merito culturale nel 2014, era un atto di violenza e atrocità barbarica, degna solo di un girone dell’Inferno Dantesco. La cronaca parlava di una morte annunciata che si era definita all’orizzonte, una storia di sangue e di orrore, che ha tinto per ben due volte di rosso , una strada tra i sassi, servita alla storia e precedentemente usata come sfondo cinematografico al set del film ” La passione di Cristo”. Anche questa donna Anna Rosa Fontana, come ” Il Salvatore” era caduta su quelle pietre, l’avevano ferita, si era rialzata e le avevano rimesso la croce sulle spalle. Poche righe su alcuni giornali locali descrivevano una cronaca violenta che nuovamente poneva l ‘accento sulla parola “Femminicidio”. Una donna messa in secondo piano, rispetto al suo diritto alla vita. Questa vicenda ha a dir poco dell’incredibile, ma non è stata ritenuta degna dell’attenzione mediatica, perchè? Il suo nome era “Rosa,” un fiore che non profuma più, perchè oggi lei non c’è più, uccisa dall’uomo che aveva amato. Quante come lei hanno subito l’abbandono delle Istituzioni, pur denunciando più volte il proprio aguzzino? Ma la storia si ripete puntuale e rigorosa nei dettagli più amari, di chi diventa la vittima annunciata e sacrificale a cui nessuno presta attenzione. In fondo è solo una donna, che per sua colpa si è concessa ad un assassino.

Anna Rosa Fontana aveva alle spalle un matrimonio finito in burrasca con una separazione, ma dai cocci di quella relazione erano nati due figli maschi. Conobbe un secondo uomo Paolo Chieco, ma non ebbe una seconda opportunità per essere felice. Lui, di professione macellaio- manovale, la coinvolse in quell’amore, e da lui ebbe una bimba, e forse oggi la piccola non sa ancora quanto il destino si sia già accanito su di lei. Un destino malvagio l’ha privata di sua madre, e ha armato la mano di suo padre, che nella sua lucida e spietata follia ha deciso di non accettare la fine della relazione con Anna Rosa. Lei voleva scrivere la parola fine anche su quella storia, voleva interrompere quella relazione, ma lui non si rassegnava a perderla, era una sua proprietà. Il 13 Luglio 2005 in via Lucania, in presenza del figlio di lei, che allora aveva solo sette anni, l’aveva aspettata sotto casa architettando un agguato quasi mortale dal quale avrebbe faticato ad uscirne viva . Colpita con 15 coltellate, al collo, al tronco, all’addome. La striscia di sangue rosso vivo, andava dal portone d”ingresso fino al suo appartamento e connotava quell’atto brutale come un avvertimento di morte che la signora”della falce” aveva voluto che Anna Rosa percepisse bene. La morte si era fermata di proposito, senza suonare il campanello, era entrata di soppiatto silenziosa e determinata ad averla. Lui saliva al primo piano dopo il crimine compiuto, componeva il numero del 113 e si consegnava passivamente alle forze dell’ordine, ammettendo il reato. Anna Rosa si salvò per il rotto della cuffia, si pensò che la bontà divina fosse intervenuta con un miracolo, ma la morte era in agguato dietro l’angolo, voleva a tutti i costi quella vita. Infatti la salvezza di Anna Rosa fu solo temporanea, l’atto di salvataggio fu vanificato in seguito.

L’aggressore Paolo Chieco interrogato dal giudice, espose la sua teoria sull’indissolubilità dell’amore, elencando le sue concezioni sulla unicità del sentimento che lega le persone, e fece inserire le sue teorie nel verbale dell’interrogatorio motivando la sua furia omicida come un atto quasi dovuto “In quel momento sono entrato in macchina perchè mi era venuta una furia di sangue, ho visto un coltello l’ho preso, il portone era aperto, non ho forzato nessun portone, ho cominciato a dare il primo colpo alla pancia, però lei gridava “Ti amo ti amo , non mi colpire” Io dicevo : Non credo come hai fatto le altre volte che hai detto tutte le bugie e sei ricorsa subito in questura. Lei rispose ” No! questa volta ” Però io non la volevo ammazzare”. Il bambino della donna era presente e gridava “Non lo fare”.. intanto che la lama di 33 centimetri squartava la carne della donna come fosse un animale da macello . Chieco, interrogato dal giudice rispose ” Adesso mi rendo conto dello sbaglio che ho fatto” e si mise a piangere. Ma, lacrime da coccodrillo. Il magistrato stabilì una pena detentiva di 12 anni e sei mesi, ma per effetto del rito abbreviato e la riduzione di pena, fu commutata in 8 anni e quattro mesi. Chieco ottenne presto gli arresti domiciliari, in carcere rimase pochissimo. Dunque quasi libero come un fringuello, abitava nella sua casa che si trovava a trecentocinquanta metri da quella della sua vittima, Anna Rosa Fontana. ” L’ingiustizia Italiana” aveva sentenziato che non sussisteva più la reiterazione del reato. Da quel momento cominciò per la donna lo stillicidio giornaliero della paura, il tormento dell’insicurezza, minuto dopo minuto, passo dopo passo e sulla stessa strada, temeva per la sua vita. Intervenne l’esito del processo di appello il 28 settembre 2008, all’imputato Chieco vennero concesse le “attenuanti generiche” la pena fu ridotta a sei anni anche per l’effetto dell’indulto, a cui dobbiamo rendere merito alla classe politica, soprattutto per la sollecitudine nell’attuarlo. Alla fine dei conti, 15 coltellate a una donna, di fronte al suo bambino, sono costate all’imputato una minuzia, un paio di anni di carcere e un po più di uno agli arresti domiciliari.

L’aguzzino nel 2009 tornò definitivamente libero come l’aria. Libertà in tutti i sensi, anche quella di inviare messaggi ad Anna Rosa, quella di tornare a suonare il campanello di casa di lei e di osservarla costantemente con un binocolo, abitudine che aveva preso dai tempi dei domiciliari. Anna Rosa si era rivolta alla polizia, si era accorta di essere spiata, l’aveva denunciato, ma le forze dell’ordine non avevano fatto altro che sequestrargli il binocolo. Il filo dell’orrore aveva ricominciato a diventare matassa. Le denunce da parte della donna si accumulano e diventavano faldoni, lei aveva paura, una paura boia, pensava che la pazzia si potesse impossessare della sua mente, per il terrore che provava. In settembre si recò nuovamente dal giudice e lo supplicò di tutelarla ” Mi molesta continuamente, non ce la faccio più”. Il primo di Ottobre, lui finge di invitarla a cena, in una strada senza luce le stringe una corda al collo e la conduce sull’orlo di un burrone, la cena era solo una scusa, all’1,18 ,ormai è 2 ottobre di quella notte è buia e insidiosa , lei riesce a mandare un messaggio a sua madre che nemmeno conclude ” Mamma mi sta uccidendo, ora mi porta nel”…. Successivamente arriva un altro sms al figlio ” Mi sta uccidendo, corda al collo mi ha portato per forza nella tavernetta per paura che chiamo i carabinieri mi stava but nel burrone come devo fare”.

Non è il momento per morire però e il 7 ottobre Anna Rosa, riuscita a sfuggire alla furia dell’uomo, denuncia ai Carabinieri le parole di Chievo:” Comincia a pregare perchè per te oggi è finita”. La scena del film “Horror” si tinge di colori cupi, guanti neri, corda intorno al collo, il burrone, le minacce, la borsa che le viene strappata e lanciata via, le suppliche, le intimidazioni, il pericolo che si concretizza. Le minacce proseguono anche nei giorni successivi, pubblicamente e in mezzo alla strada, il reato di stalking si prefigura netto e chiaro. I carabinieri trasmettono la querela alla magistratura , ma tra tutti i reati quello che il giudice evidenzia è quello di minor rilievo lo stalking. A Chievo viene intimato di non avvicinarsi all’abitazione di Anna Rosa è il 3 novembre. Il 6 dicembre lei telefona a sua madre comunicandole la paura che subisce ” Mi chiudo nel portone per nascondermi”. Il giorno dopo Paolo Chieco porta a termine il suo intento, la uccide esattamente dietro al portone dove l’aveva massacrata cinque anni prima, davanti al figlio più grande. Due coltellate al collo, viene quasi decapitata e altre quattro alla schiena e sul fianco. Ora l’assassino è in carcere lo hanno stabilito due magistrato donne, le stesse che gli avevano intimato di stare lontano da Anna Rosa Fontana. Chi pagherà per questo delitto, l’ennesimo e addirittura annunciato? Forse nessuno, ma sarà un altro brutale colpo contro la società civile.

Maria Grazia Vannini 

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