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Cineprime, la recensione: “Sarah e Salem” di Muayad Alayan

Cineprime, la recensione: “Sarah e Salem” di Muayad Alayan

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Il regista Palestinese Muayad Alayan, nel suo ultimo film ” Sarah e Salem” La’ dove nulla è possibile, ha esplorato la potenza di un sentimento oltre ogni barriera. Amore come forza incontrovertibile, assoluta, irrazionale e travolgente, che tutti però, in certi frangenti possono ostacolare come nulla fosse. Amore inteso come il più magico dei sentimenti, il più nobile quanto anche il più sofferto. L’utopia terrena dei sensi, quella che si esplora guardando l’iride di chi si ama, in questo film viene largamente descritta. Eppure l’amore non cammina su gambe proprie, perchè esistono intromissioni, forze esterne, come la politica o la religione che intervengono a dilaniare e ad alienare anche il più puro e appagante dei rapporti umani, come nel caso narrato in questa pellicola. Lei ebrea, lui palestinese, allora l’amore diventa un conflitto politico, una questione di Stato, una lotta fratricida perpetrata da fazioni contrapposte. Una utopia risulta anche essere l’emancipazione femminile, in alcuni troppi paesi, e in tanti casi, dove la “donna” non può e non deve desiderare, e l’uomo non può farsi coinvolgere, ma lei, soprattutto non deve abbandonarsi a sognare per trasformare il miraggio in realtà. Il sogno è quasi una sensazione ultraterrena e privata, non si cattura, non si rinchiude, e non si può espandere, il sogno si può solo sognare. Oltremodo là, dove il desiderio al femminile è lontano a venire, pur vivendo di una sua forza propria irrazionale, travolgente ed espressa in tutta la sua potenza. L’amore troppo spesso deve rimanere confinato nella cassa toracica di chi lo prova, o nel pensiero individuale di ognuno, oppure nell’azione momentanea dell’ombra della passione.

Quindi il più magico dei sentimenti spesso celati pubblicamente, quale è l’amore, diventa il più doloroso dei sentimenti. Ma è anche quello che regala l’energia per combattere il mondo, ma anche quello che a volte ti si rivolta contro come un serpente velenoso. Senza di lui sarebbe come vivere senza aria o libertà. Sentimento difficile da ottenere, insidioso nelle sue forme, pericoloso per la vita in alcuni casi, sempre e comunque più forte della volontà propria. Pluripremiato al Festival di Rotterdam, “Sarah e Saleem” si propone come visione diversificata degli schemi tradizionali dell’amore inteso in quanto tale, ma visto e contrapposto nell’eterno conflitto politico tra Israele e Palestina. Muayad Alayan, porta in scena una storia privata, realmente accaduta, una donna e un uomo, che si macchiano di una colpa, una relazione extraconiugale in luoghi di profondo conflitto, la colpa è quella di desiderarsi, coinvolgendosi in una passione privata ma illecita, dove interviene la politica a separarli. Si incontrano per caso, lei moglie di un capitano dell’esercito Israeliano gestisce il suo bar a Gerusalemme Ovest, lui, l’altro, Palestinese che vive a Gerusalemme Est e aspetta un figlio dalla moglie legittima. L’amore tra i due diventa un affare di Stato con conseguenze pesantissime per entrambi. Vengono spiati, intercettatiti, strumentalizzati, offesi e gravemente umiliati.

Privati uno dell’altra ed esposti alla gogna pubblica, soprattutto lei, in quanto donna, perchè in seguito alla vicenda verrà ripudiata, verrà privata della figlia, e verrà ulteriormente indicata come ” traditrice del suo emancipato popolo” quello di Israele. Lui Saleem, panettiere di giorno con mezzi di sostentamento irrisori, alle dipendenze di un ambiguo cognato e fattorino notturno, verrà arrestato e incarcerato, vissuto anche come un martire dal suo popolo Palestinese. Durante una consegna i due si conoscono, si piacciono, si amano, fanno sesso con immenso trasporto nel furgone delle consegne, quello che lui usa per il lavoro. Due mondi opposti, distanti anni luce tra loro, si incontrano, fino al giorno in cui “Quella volta in più fa la differenza”, perchè da quel minuto in avanti, nulla sarà più come lo era prima. “Ambientando la storia di due coppie nella città divisa di Gerusalemme, afferma il regista, ho voluto raccontare una storia umana che andasse al di là delle storie coperte dai media: volevo descrivere, insieme a Rami Alayan, mio fratello e sceneggiatore, come la vita nella Città Santa arrivi a creare pericolose soluzioni a situazioni sociali drammatiche piuttosto comuni, che possono accadere in qualsiasi parte del mondo ma qui, per la schiacciante pressione dell’ambiente politico e sociale, alle persone viene imposto un prezzo da pagare più alto.

Il cinema con protagonisti che si trovano in situazioni più grandi di loro, mi ha sempre coinvolto e commosso, con situazioni che sfidano la persona comune, che è spesso un antieroe e cerca di andare avanti e trovare conforto e sicurezza in mezzo all’assurdità della vita. Essere eroe, per me, significa sopravvivere alle turbolenze e ai problemi della vita stessa”. Un grande film che trascina in una tragedia annunciata, sottintesa, attese, sguardi, silenzi, divisi da un “muro” invalicabile, nell’attesa cupa di una luce che rischiari la vita, l’atmosfera e la passione di due amanti, prigionieri di due territori, così vicini e intersecati ma terribilmente distanti, dove le relazioni private vengono separate in quanto subentra la ” sicurezza nazionale”, dove l’esercito controlla la vita di tutti. “Sarah e Saleem” ostaggi di circostanze, dove nulla..è veramente possibile. I due protagonisti magnifici nel loro ruolo.

Maria Grazia Vannini

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