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Cineprime, la recensione: “Il traditore” di Marco Bellocchio

Cineprime, la recensione: “Il traditore” di Marco Bellocchio

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Dodici o tredici minuti di applausi, con il risultato di braccia notevolmente tonificate, ma a ragione, rivolti al nuovo film di Marco Bellocchio. Il regista ha inteso lasciare il suo memorandum su un periodo storico che parte dagli anni 70 agli 80, ed è riferito al traffico di droga, che rappresentava il segno del potere della mafia siciliana su chiunque. Quegli anni misero in rilievo clan potentissimi e spietati. L’eroina viaggiava con passaporti internazionali privilegiati, percorreva circa 8400 km moltiplicati per due, infatti le consegne avvenivano due volte al mese e rifornivano il mercato mondiale. La distanza era compresa in km, quanto quella tra Ankara in Turchia e New York, in quella fetta di città chiamata little Italy e gestita dai Corleonesi di ” Pizza Connection”.

Oggi i boss preferiscono puntare sulle grandi coltivazioni di piantagioni, anche in pochi km quadrati, pochi ” Piccioli,”uguale a guadagni immensi. Il tenente Colonnello Pietro Sutera comandante del presidio dei Carabinieri di Monreale ne è sempre stato convinto. Ai tempi descritti nel film di Bellocchio i pagamenti avvenivano presso banche Svizzere, su C/C cifrati, et voilà, il gioco era fatto, un gioco semplice e assolutamente redditizio. La mafia nonostante le bastonate subite in quel ventennio, del 900, riuscì e riesce tutt’ora a riorganizzarsi a ridefinirsi in nuovi e altri crimini , sempre con lo scopo più bieco. Ma Bellocchio nel suo “Traditore” ripercorre quei due decenni, proprio quando ” Cosa Nostra”era leader mondiale di tutto il traffico di stupefacenti, incentrando il suo racconto su una figura chiave di quel periodo, “il pentito eccellente”, il controverso “Tommaso Buscetta,” detto anche “Don Masino,” oppure denominato il boss dei due mondi, perchè si divideva tra l’Italia e il Brasile, insomma il più famoso pentito che la mafia siciliana ricordi. Don Masino a suo modo era un uomo d’onore, è questa la chiave di lettura del regista, perchè nonostante fosse un criminale, rispettava un suo codice etico, donne e bambini secondo la dottrina d’onore della vecchia mafia, non si dovevano toccare. A tal proposito viene descritto nel film, un mafioso che per tutta la vita, nei luoghi pubblici, si fece scudo con il corpo del figlio, dal giorno in cui nacque, fino a quando si sposò, per paura di essere colpito, ma proprio quel giorno, mentre l’erede lasciava la casa paterna per iniziare la sua vita di coppia, Don Masino lo uccise.

Buscetta aveva carisma, che aggiunto a molte contraddizioni, incongruenze e diverse ambiguità, trovò nella persona del giudice Falcone, uno stimato confidente di cui cui poteva fidarsi, iniziò così la fruttuosa collaborazione tra Stato e mafia, a cui fece seguito un durissimo colpo alle cosche. Vennero condotti in carcere 366 affiliati o appartenenti alla criminalità organizzata. La pellicola descrive accuratamente la ricchezza barocca siciliana, il film inizia introiettando lo spettatore in un palazzo nobiliare a Palermo, situato in riva al mare, durante i festeggiamenti nell’occasione della festa di S Rosalia. Grande allegria nel salone dei ricevimenti, la festa è al culmine, sono in atto i fuochi d’artificio che esplodono quanto per un non nulla potrebbero esplodere le armi nascoste sotto gli abiti degli ospiti, e il parallelismo regge benissimo. Lo Champagne scorre a fiumi, i gioielli delle “Madonne” presenti, sfavillano quanto i lampadari, e i sorrisi di circostanza si accendono e si spengono come fari di auto in corsa. I camerieri in impeccabile divisa cremisi, servono il ricco buffet con estrema attenzione, ma pronti a colpire con le pistole nascoste nel panciotto che emana candore , pronte a sparare ad un minimo cenno di ” Don Masino”, si, perchè le cose potrebbero degenerare, da un minuto all’altro. Foto di gruppo, presenti due clan rivali che fingono un bel sodalizio, baci al vetriolo elargiti a profusione nel lusso sfrenato, ma la droga, è lavoro, si sa, rende miliardi e gli accordi si devono trovare ad ogni costo. Il focus della sala è la statua di Santa Rosalia di dimensioni umane, venerata e glorificata da offerte di composizioni floreali. In quelle sale, le due cosche rivali presenti, sembrano avere rapporti fraterni, le luci dei candelabri riportano ad un clima da ” Gattopardo”.

Scatti fotografici creati a dimostrazione della grande fiducia e stima che intercorre tra le famiglie, ma solo in superficie, nel profondo di ognuno dei capi, la lotta per il potere è già iniziata. La storia è la stessa anche del ” Padrino” che si ripete. La guerra viene dichiarata e gli schieramenti si definiscono presto, ognuno con il proprio bisogno di affermare il potere individuale e l’alta propensione all’avidità, che non darà più spazio ai convenevoli, o alle false intenzioni, la mattanza è pronta al via, con sadismo, ferocia, vendette dirette o trasversali e con un crescendo di efferatezza e di sangue inarrestabili. Da una parte i Corleonesi con a capo Totò Reina, il boss che ha accumulato più ergastoli nella storia della mafia, dall’altro, Tommaso Buscetta e le vecchie famiglie Siciliane con gerarchia piramidale che non rinunciano al proprio codice d’onore. Ad interpretate il pentito più famoso è Pier Francesco Favino, su cui si possono spendere parole di elogio per la sua interpretazione a dir poco magnifica. L’intero cast andrebbe premiato, ognuno nel suo ruolo sta come una chiave nella serratura giusta, Salvatore Lo Cascio, immenso attore di bravura superiore al pari di Favino o anche meglio.

Il numero dei morti nella vicenda comincia a salire, Buscetta si rifugia in Brasile, dove vive senza i due figli maggiori rimasti a Palermo e affidati alla protezione di un sodale, in una pace e una sicurezza solo apparenti. Don Masino dall’alto della villa rivolta al golfo di S. Paolo, dirige i suoi traffici, fino al giorno dell’arresto, per mano della polizia brasiliana, da cui ne seguirà il mandato di estradizione in Italia. I suoi figli in patria sono stati uccisi brutalmente, Buscetta ne ha la quasi certezza poco prima di essere arrestato, e vorrà rientrare per compiere la sua vendetta sul traditore, il suo vecchio amico fraterno passato alla complicità con il nemico Reina. In italia, a seguito del dolore per la perdita dei figli, inizierà a collaborare con il giudice Giovanni Falcone, fornendogli una confessione di 487 pagine, dove vengono elencati nomi eccellenti ed episodi riferiti alla criminalità delle cosche, compreso quello del Senatore Giulio Andreotti. Con il Maxipricesso verranno incriminate 455 persone, di abomini e complicità mafiose, ma solo 366 verranno verranno punite con il carcere. Si potrebbe definirlo un film storico e di interesse culturale, anche per chi ritiene che la mafia possa essere solo un film o una invenzione per stupire.

Maria Grazia Vannini

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