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Cineprime, la recensione: “Dolor y gloria” di Pedro Almodovar

Cineprime, la recensione: “Dolor y gloria” di Pedro Almodovar

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Pedro Almódovar, affronta l’autunno della propria esistenza presentando il suo ultimo film a Cannes, sulla Croisette, e la giuria quasi interamente ispanica il 25 maggio decreterà il vincitore. Probabilmente si tratta del suo lavoro più intimo. “Dolor y gloria”, una narrazione intensa, che puntualizza il suo ritorno al cinema dopo un lungo periodo di infermità fisica a scapito di quella creativa, ma ora con il suo rientro, la esercita e non certo con una abbondante dose di finzione, ma sciorinando il “vero”, su molti aspetti” del suo vissuto. Il suo “Alter Ego”, nel film, perfetto in quel ruolo, è Antonio Banderas, che rappresenta l’amico di sempre, esplicito, immerso nella parte, e in forma altamente “Desnuda”, senza filtri e di spiazzante bravura. E’ un film che trascina in un dolore angosciante e di grande impatto emotivo, dove il corpo dolorante del regista spagnolo, traccia attraverso immagini sottopelle, le zone dove ha sede il suo dolore fisico, insieme alla nudità della sua anima afflitta da grandi interrogativi e profondi rimpianti, intrisi di ricordi, che si saldano come ferro colato ad un vissuto tragicamente ricco di infelicità.

Urticante e colpevole per la sua asprezza e schiettezza. In questa pellicola si mescolano in una unica, tutte le storie più amate e conosciute di Pedro Almodòvar, accentuate da una punteggiatura emotiva soprattutto in questa ultima opera, concentrata in larga parte sulla figura della madre. Come in altre spicca, e si eleva come il quadro di una Madonna angosciata, immolata su un altare di sofferenza a dimostrazione della fatica di vivere, ma immersa di luce cangiante, che osa sfidare quella del cielo in pieno sole. “Tutto su mia madre,” gli fruttò l’Oscar nel 2000 come miglior film straniero, ma sua madre è sempre stata il perno della sua vita. Madre, intesa anche come figura dominante e inflessibile, ma anche come guida e riferimento sicuri. Questa volta, nel film, la voce narrante è rappresentata dal corpo martoriato dai dolori del regista, difficilmente governabile, un corpo ferito che si quieta solo con eroina e psicofarmaci, ma in grado di espandere sofferenza anche in chi guarda il film. Un male in grado di prolungare le cicatrici di una vita personalissima, e di espandersi con una grande estensione generalizzata nella vita di molti.

Sofferenza di un Pedro bambino che ama leggere e cantare, ed è già in grado, a nove anni, di dare una istruzione ad un analfabeta, che gli provoca il primo sussulto omosessuale. Un dolore senza nome in procinto di divenire, ancora nascosto da un lungo bucato bianco adagiato al sole. Il sole come traino dei ricordi, il corpo come contenitore di inquietudini vissute nelle ” Cuevas,” le grotte- abitazione di Patierna in Extremadura. Il male fisico, ricercato con una Tac, fa riaffiorare insieme al’aria e ai canti delle lavandaie ,il ritrovamento del primo ricordo erotico, proprio in quei luoghi da lui amatissimi. Due ore intense di una “lectio magistralis,” sull’anatomia e la chimica della vita. Vita intrisa di amore, passione, cedimenti, sospensioni, ritorni, massima gloria e massimo dolore, come citato nel titolo. Massimo sconforto e solitudini abissali, sconforto certificato anche per quello che non si è riuscito a vivere o a salvare dalla fine, da un destino imprevisto,da un blocco creativo, da una restrizione visuale, cedimenti, asfissia emotiva. Il corpo in uso, come conoscenza di sè stessi e di un mondo fatto di suoni , colori, profumi, arte.

Arte come nutrimento spirituale, come motore di vita, il set è la casa reale di Pedro, ricca di opere d’arte, viatico di emozioni dove perdersi. Non si dimentica mai come dirigere il cinema e la propria vita, anche senza sottotitoli lui ci si ritrova. Il corpo aderisce alla pellicola, e la pellicola alle capacità di Pedro, come regista, scrittore, narratore, più fulgido che mai. Le soste spesso, servono per sedimentare le capacità, e i dolori come irritanti opportunità appaiono come un testo su cui comporre, per esercitare un mestiere il suo. Dote naturale limpida, per esprimere e focalizzare il racconto a specchio delle sue afflizioni. “Dolor y Gloria” racconta di un regista che non si chiama Pedro Almodovar, ma gli indizi per riconoscerlo sono tanti, è affetto da mille mali fastidiosi e intollerabili come il blocco dell’esofago, l’acufene o il riacutizzarsi di dolori alla schiena..” Fare il regista è un lavoro fisico”…dice, da li il blocco, poi la depressone, la droga, gli amici, le ombre.

All’improvviso un “risolversi,”la generosità nei confronti di un amico, rigenera in lui la coscienza rinnovatrice che agisce sui piani alti dello stimolo creativo. Si tratta di un grande e intenso monologo, offerto gratuitamente all’amico, che ne recita il racconto di vita vissuta realmente, e ne decreta il successo. Il tema è l’amore che non è riuscito a salvare, a conservare a difendere dai duri attacchi della vita, e che riappare più intenso che mai, ma riaffiorando, ne modifica la prospettiva, limitandone i confini. La vita fa cadere, inciampare e rialzare, e quando si è in piedi, l’orizzonte si fa più nitido, anche nel confronto con il passato. Ottima visione del “Pedro Almodòvar”, su sè stesso e sulla sua interiorità. Un film intimo, potente, straziante e urgente da raccontare, pieno di ricordi, un consapevole confronto con l’omossessualità, denso di coincidenze, intrecci, processioni emotive, desideri, frustrazioni, e il passato che torna sempre, come la stessa onda che però non si infrange due volte. Tutto torna a bussare alla porta di una una grotta perforata dal sole, che diventa un baule ricchissimo di sensazioni di vita reale. Antonio Banderas con qualità interpretative sorprendenti all’apice della sua abilità, e una Penelope Cruz, viva come una” Ciociara” recita intuizioni, più del copione. I toni del film sono luminosi come la terra dove è stato girato, ma si sa, la Spagna e i suoi abitanti sono intrisi di potenza espressiva. Tutti gli attori di questo film sono squisitamente conformi al ruolo, perfetti e maneggiati come viti ad incastro di un meccano perfezionato.

Il corpo si esprime come dentro una gabbia e la vecchiaia agisce come deterrente alle emozioni, cercando di impedire che fluiscano, ma sono incontrollabili ed agiscono come bombe ad orologeria, ad ogni età. Una attenta riflessione come stimolo per ognuno di noi oltre l’involucro che ci contiene. Chi siamo, dove stiamo andando, vento in poppa o controvento? Avamposto di analisi, ma anche di sintesi.. questa è la vita, e non solo per Pedro…

Maria Grazia Vannini

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