Home Cultura Centro storico di Viterbo: perchè si continua a non adottare il Masterplan? L’educazione istituzionale resta minima
Centro storico di Viterbo:  perchè si continua a non adottare il Masterplan? L’educazione istituzionale resta minima

Centro storico di Viterbo: perchè si continua a non adottare il Masterplan? L’educazione istituzionale resta minima

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Il terzo mio contributo su Viterbo che ha per fine “un certo modo di riflettere e di ragionare”, terrà conto:
– delle “occasioni mancate”
– delle “omesse risposte”
– della “insistente educazione minima (istituzionale)”.
È in gioco il futuro della città che molti osservatori, soprattutto dall’esterno, vedono in ben altro modo rispetto ai viterbesi. Mi soffermerò sull’inettitudine amministrativa e politica che impedisce di adottare il Master Plan del Centro Storico, bello e pronto, buttato in un cassetto.
Cos’è il Master Plan? È un documento d’indirizzo strategico – come si legge nel programma/manifesto del Dipartimento di Architettura e Progetto de “La Sapienza” che l’ha redatto – volto a suggerire, ai successivi strumenti di pianificazione attuativa, le principali direzioni di sviluppo per la valorizzazione del centro della città. È dedicato, principalmente, al centro storico di Viterbo, quindi, ma con ovvie implicazioni per le parti urbane contermini. E con riverberi essenziali per le “periferie” che rappresentano, nell’attuale momento, la vera scommessa del domani. In buona sostanza, il “centro di una città” rappresenta senz’altro la sua parte di pregio (se non altro per le stratificazioni e per le sovrapposizioni di monumenti più simbolici), mentre le aree periferiche costituiscono i luoghi della vita moderna e contemporanea, dove i cittadini “aspirerebbero” a trovare il massimo del confort, grazie ai nuovi modi di abitare, ai materiali innovativi, al disegno di strade e piazze proporzionate, alla dinamica dei flussi e così via. Ma, proprio le periferie, rappresentano il “fallimento dell’urbanistica moderna”, perché quest’ultima non ha saputo espungere le forze individualistiche economiche che hanno, con avidità, realizzato “solo” volumetrie (banali contenitori e con spreco colpevole di suolo) invece di immaginare e realizzare calibrate, misurate, discrete, perfette “macchine dell’abitare”, integrate armonicamente ai servizi e alle infrastrutture, com’è spessissimo avvenuto in molte città europee. Tranne che in Italia, purtroppo: Viterbo non è immune da tali discrasie, anzi. Tutto ciò impoverisce. Mi domando: a chi può piacere di essere più povero?

Bisogna ammettere che l’Assessorato all’Urbanistica dell’attuale consiliatura, guidato dall’Arch. Rafaela Saraconi, ha tentato di smuovere le acque, proprio con l’assegnare lo studio del Master Plan all’Università (accordo stipulato tra il Dipartimento Architettura e Progetto [DiAP] e il Comune di Viterbo), segnatamente nella persona del Prof. Orazio Carpenzano. Un segnale di “buone pratiche” che avrebbero potuto incidere notevolmente sul destino del centro storico della città. Perché – lo ripetiamo – Viterbo è unanimemente considerata parte di un territorio di grande qualità e potenzialità, che deve ambire a costituire la principale polarità attrattiva.
Leggiamo in un relazione prodotta dal Dipartimento: «Il centro storico è divenuto, nel tempo, l’unico tessuto realmente conformato della città. Viterbo extra moenia non ha una forma, fatta eccezione per pochissimi lacerti di città. Come si può rendere attuale, negli usi e nelle attese estetiche, la gran parte del patrimonio storico? Confidiamo che il progetto possa risolvere alcuni problemi a patto che esca fuori dalla sua autoreferenzialità; il progetto deve inoltre occuparsi di alcuni fatti concreti (luoghi, ambiti), ma non può occuparsi di tutto. Una questione fondamentale riguarda il tema dell’abitare oggi nel centro storico. La città, inoltre, vive una condizione schizofrenica, è congestionata per brevi periodi (Santa Rosa), oppure si atrofizza per periodi molto lunghi. Altro dato importante è l’accessibilità del centro. Fino ad oggi la strategia è stata quella di organizzare una sequenza non strutturata di presidi intorno al centro, per cercare di mitigare l’impatto del traffico interno. Questa strategia interpreta la città dentro e quella fuori le mura come due enti separati. Anche le attuali strategie del Comune non intaccano minimamente i problemi del centro. Altra questione è la percezione del centro: il centro dalla periferia non si percepisce, i vettori esterni sono troppo deboli. I luoghi privilegiati del centro sono spesso inaccessibili (per problemi morfologici o perché di proprietà privata)».

Il gruppo di lavoro diretto da Carpenzano ha messo in campo temi concreti di esplorazione, prospettando cinque ambiti strategici di progetto individuati lungo la corona delle mura urbiche, per ridisegnare la linea di margine tra la città storica e la città di espansione che si sono conclusi in un Workshop internazionale nell’estate 2017.
Ma le contraddizioni di Viterbo sono molte, forse troppe. In primo luogo l’Amministrazione è debole, e non consente ragionamenti a lungo termine tramite una diversificazione dei programmi: tutti piccoli interventi (quando ci sono) che mostrano la mancanza di lungimiranza e di strategie per la città. I lavori del PLUS per Valle Faul sono l’esempio tangibile di tale “visione corta”: progetto e realizzazione accettabilissima ma spalmata in un tempo lunghissimo. Quindi, privi di convenienza economica per replicare e per attrarre investitori per altri e ulteriori progetti analoghi.
Cosa si può fare rispetto alla realtà dei fatti? Il Master Plan fornisce tutte le risposte possibili ai dirimenti problemi della parte urbana più di pregio e che meriterebbe rispetto, oltre a tratteggiare soluzioni convincenti: perché la politica non fa suoi questi progetti?
Nell’immediato, per esempio, bisognerebbe reagire nei confronti del “degrado del centro” (iniziando dal ripristino della sicurezza durante le ore notturne). Una seconda questione riguarda i vincoli imposti all’edificato storico e attiene alla “confusa e illogica” destinazione d’uso di molti unità immobiliari, soprattutto gli ambianti a piano terra, che stanno lentamente e ineluttabilmente diventando “residenze”, cancellando di fatto la possibilità che trovino lì allocazione attività artigianali (di livello, per esempio). Le attività commerciali che si svolgono oggi a Viterbo sono modeste (franchising di basso livello, micro-attività stagionali, ecc.). Le questioni appena esposte sono talmente stringenti da impedire agli studiosi, agli operatori e alle imprese di occuparsi del centro storico. Le forze imprenditoriali ed economiche, in generale, sono scoraggiate. Senza “adottare il Master Plan”, Viterbo è più povera.
La borghesia viterbese dagli anni ‘60 ha deciso di spostarsi verso la periferia, preferendo le ville suburbane alla città storica. Ciò è avvenuto perché la popolazione è molto chiusa, soprattutto per un’atavica mancanza di coraggio e non, certamente, per scarse capacità o competenze. Si oppone, resite nei confronti dell’immissione del nuovo nelle costruzioni d’antico impianto.

Ma, a questo punto, qual è il vero problema? È la mancanza d’identità della città, soprattutto una identità chiara per i turisti; i temi sono troppi (città degli Etruschi, del Medioevo, dei Papi, delle Terme) nessuno dei quali emerge con forza. Altro fatto grave: l’Università della Tuscia non incide nell’economia della città (caso quasi unico nel panorama italiano). Allo stesso tempo la città storica, ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, è architettonicamente poverissima (in particolare le residenze all’interno di Porta Romana). Tutte queste minusvalenze non favoriscono la possibile spinta economica d’investitori che, volentieri, interverrebbero se solo potessero “essere ascoltati”.
Qualcuno ha visto nei miei precedenti interventi una vena di sfiducia: non è affatto così, lo dichiaro con forza. Nessun pessimismo. Semmai lo stesso “sconforto” di Giuseppe Pagano quando definì la sua esperienza per l’E42 (che divenne presto, per l’intervento di Piacentini che stravolse quel progetto, così pieno di speranze, l’EUR) “occasioni perdute”. Le stesse che Viterbo disperde in inutili, banali, inconferenti chiacchiere che non portano avanti elementi validi per la decisione o, in genere, per la formazione di un giudizio da parte dei cittadini.

Alfredo Passeri

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